L’economista conclude la sua serie sulla globalizzazione mettendo in discussione la nostra rappresentazione della Cina. Della Posta invita a guardare al Paese di mezzo senza pregiudizi e a considerare il rapporto tra libertà politiche, sicurezza, benessere e legittimazione del potere. Una riflessione critica sui criteri con cui giudichiamo i sistemi politici diversi dal nostro.
Il professore italiano che insegna alla Belt and Road School della Beijing Normal University propone una lettura critica di come l’Occidente narra il sistema politico ed economico cinese. La sua analisi controcorrente mette pesantemente in discussione convinzioni consolidate sul rapporto tra sviluppo economico e democrazia liberale.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Quarta e ultima puntata della serie sui cambiamenti globali dell’economia
Primo articolo: https://krisis.info/it/2026/08/temi/globalizzazione/quando-e-iniziata-davvero-la-globalizzazione/
Secondo articolo: https://krisis.info/it/2026/09/temi/globalizzazione/chi-ha-guadagnato-dalla-globalizzazione/
Terzo articolo: https://krisis.info/it/2026/10/temi/globalizzazione/il-modello-cinese-quando-lo-stato-governa-il-mercato/
Democrazia consultiva Il governo cinese punta a una democrazia sostanziale e di processo, legittimata dai risultati e basata su una selezione meritocratica della classe dirigente.
Mercati aperti L’idea che Pechino limiti i consumi interni è smentita dalla forte presenza di marchi internazionali e dalla spinta sulla domanda interna per stabilizzare l’economia.
Consensi inaspettati Indagini indipendenti mostrano un alto gradimento dei cittadini cinesi per il proprio governo, con una percezione di sicurezza urbana superiore a quella occidentale.
Mito della minaccia globale Il confronto tra le spese militari globali e la presenza di basi all’estero ridimensiona la narrazione occidentale che dipinge la Cina come un pericolo.
Negli anni Novanta del secolo scorso[1] era diffusa l’idea che l’espansione dei mercati avrebbe inevitabilmente favorito la convergenza verso modelli politici di tipo liberale.[2] La storia successiva ha dimostrato invece che il rapporto tra sviluppo economico e trasformazione politica è molto più complesso.[3]
Nessuno può seriamente sostenere che la Repubblica Popolare Cinese corrisponda al modello di democrazia liberale rappresentativa sviluppatosi in Europa occidentale e nel Nord America. La libertà di stampa, il pluralismo partitico e la competizione elettorale assumono in Cina limitazioni e caratteristiche profondamente diverse da quelle che noi siamo disposti ad accettare.
Il governo cinese, però, ritiene di rappresentare un esempio di ciò che la teoria marxista definiva «democrazia sostanziale» anziché procedurale; di processo e consultiva anziché competitiva; legittimata dai risultati, anziché dal metodo seguito per scegliere il governo.
La selezione dei politici cinesi avviene solitamente in maniera meritocratica, vale a dire che la carriera politica procede ai livelli più alti solo dopo che i politici hanno dimostrato la loro buona capacità di amministrare ai livelli inferiori. L’elezione dei politici non avviene cioè, come succede nel mondo occidentale, principalmente sulla base della loro abilità oratoria o del loro aspetto più o meno gradevole (per non parlare di altre qualità che noi italiani abbiamo toccato con mano in anni non troppo lontani).
La tradizione cinese dei rigorosissimi esami imperiali per la selezione dei funzionari statali, basata su prove scritte e non orali, è coerente con questo approccio. Ciò ha evitato alla Cina la «trappola populista», che nei Paesi occidentali noi conosciamo bene. L’assenza di competizione elettorale e il fatto di basare le scelte di governo sulla concertazione con gli altri otto partiti diversi dal Partito comunista presenti in Cina, che operano nell’ambito del sistema di cooperazione politica guidato dal Partito, sottraggono i politici alla logica di breve periodo che condiziona i nostri governi.
E li sottraggono anche al dilemma a cui si riferiva Jean-Claude Juncker (già presidente della Commissione europea), quando diceva: «Sappiamo tutti benissimo cosa dovremmo fare per il bene del Paese, quello che non sappiamo, però, è come fare a essere rieletti dopo che l’abbiamo fatto». La realtà è dunque un po’ più complicata dello scegliere fra il bianco e il nero, il buono e il cattivo.
Si lamenta spesso, inoltre, che il governo cinese eserciti un controllo ferreo sull’economia, addirittura limitando i consumi interni. Non è chiaro, però, quali siano gli strumenti attraverso i quali le autorità cinesi li limiterebbero. Moltissimi cittadini cinesi, solo per fare un esempio, amano gli iPhone (prodotti in Cina da una società americana, che ne ottiene i relativi profitti) a scapito delle alternative cinesi, a cominciare da Huawei, i cui eleganti showroom campeggiano nelle aree di maggiore passeggio delle città cinesi insieme a quelli altrettanto stilosi della coreana Samsung e di Apple stessa.
I cinesi consumano hamburger negli innumerevoli McDonald’s presenti ovunque (così come mangiano il pollo fritto di KFC) e bevono caffè, oltre che in catene cinesi come Luckin’ Coffee, soprattutto da Starbucks (noi italiani, così famosi per il nostro caffè nel mondo, siamo rimasti a guardare). I negozi di abbigliamento europeo e americano, dal popolare Zara alle marche griffate, si trovano ovunque.
I beni di lusso francesi, insieme a quelli di tradizione italiana, hanno un ampio mercato in Cina, dove venivano acquistate molte auto elettriche Tesla prima che i cinesi stessi fossero in grado di produrre veicoli elettrici competitivi. I cinesi acquistavano anche milioni di auto tedesche, soprattutto Audi, BMW e Mercedes, ma molto meno le Volkswagen – viene da ridere a pensare che a suo tempo la FIAT pensasse di penetrare il mercato cinese con la nostra beneamata 500.
Il governo cinese ha ben compreso da tempo (senz’altro dalla crisi finanziaria ed economica del 2008/09) che il proprio modello di sviluppo non può continuare a basarsi sulle esportazioni, crollate durante la crisi, e che il canale dei consumi interni è fondamentale per stabilizzare l’economia ed evitare che choc esterni, sempre possibili, ne determinino gravi contraccolpi.
Lo si legge in tutti gli articoli che parlano della situazione macroeconomica cinese. Si producano buoni prodotti e a buon prezzo in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo e i cittadini cinesi saranno ben lieti di acquistarli, come già fanno con quelli che apprezzano e trovano conveniente comprare.
Ma l’accusa più grave rivolta alla Cina è quella di avere sempre più accresciuto il suo carattere di dura dittatura di partito, tale da assoggettare i cittadini cinesi a un controllo capillare e a privarli di tanti diritti di fronte allo Stato onnipotente. La narrazione comune sulla Cina, in effetti, la descrive come un’autocrazia, cioè come un regime che anziché trovare giustificazione nella volontà dei cittadini, trova fondamento in se stesso.[4]
La leadership cinese, tuttavia, come già anticipato, definisce il proprio sistema come una forma di whole-process people’s democracy, una democrazia di processo che si fonda su meccanismi continui di consultazione e partecipazione. Nella nostra democrazia procedurale ci concentriamo sul metodo seguito per la selezione dei governi, ma non sui risultati delle politiche che questi attuano. Una volta terminate le elezioni, ci diamo appuntamento alla tornata prossima.
Anche se contraddice la nostra presunzione che i cittadini cinesi siano oppressi dal loro governo dittatoriale, si deve prendere atto dell’indagine pubblicata nel 2020 dall’Ash Center della Harvard Kennedy School, negli Stati Uniti (non un’istituzione cinese!), secondo cui la soddisfazione dei cittadini cinesi verso il proprio governo è sistematicamente più alta di quella dichiarata da cittadini di molti governi democratici, occidentali e no. Questo non trasforma la Cina in una democrazia liberale, ma dovrebbe far sì che non se ne desse una lettura preconcetta e caricaturale.[5]
Basta andare in Cina per valutare la qualità dei servizi di cui dispongono i cittadini cinesi e la sicurezza di cui godono nel muoversi a qualunque ora del giorno e della notte. Basta parlare con i tanti turisti cinesi che visitano le nostre città d’arte per sentire le loro impressioni sulla differenza esorbitante fra il nostro spesso rischioso contesto urbano e il loro.
L’economista indiano Amartya Sen ha insistito sul concetto di capabilities, cioè sulla capacità effettiva delle persone di realizzare i propri progetti di vita.[6] Il filosofo Isaiah Berlin distingueva tra libertà negativa (per esempio libertà dalle vessazioni del governo) e libertà positiva (libertà di autodeterminarsi e di essere padroni di sé).[7] Entrambi ricordano, quindi, che il problema della libertà è più complesso di una semplice contrapposizione tra presenza o assenza del voto. Ciò non significa ignorare i limiti del sistema cinese, ma riconoscere appunto che la realtà è più articolata di quanto suggerisca una classificazione esclusivamente binaria.
Che ne è, per esempio, del «diritto alla sicurezza» e «del diritto alla sussistenza», che sono fra i diritti ugualmente riconosciuti nella Carta dei Diritti Umani? O del «diritto allo sviluppo», riconosciuto dalle Nazioni Unite nel 1986? Davvero non contano niente? Che si può dire del confronto con democrazie come il Brasile o l’India rispetto alle quali nessuno ha niente da obiettare, proprio in quanto democrazie procedurali, ma dove la sicurezza, il grado di indigenza, la povertà assoluta delle bidonville e favelas non sono lontanamente comparabili con la qualità della vita cinese? Perché non suscitano uguale indignazione?
Tutti sappiamo che la realtà non può essere descritta in maniera manichea, come bianca o nera, ma che è necessariamente caratterizzata da molte sfumature di grigio, da un lato e dall’altro. Che ci piaccia o no, che neghi i nostri pregiudizi sulla Cina e sui suoi cittadini o no, il fatto inconfutabile è che la stragrande maggioranza dei cittadini cinesi approva il proprio governo ben più di quanto noi approviamo i nostri.
Dalla narrazione corrente emerge però comunque l’immagine di un Paese del quale il mondo avanzato dovrebbe avere il massimo timore. Queste paure sono alimentate quotidianamente da media e stampa. In Italia abbiamo addirittura giornalisti – che dovrebbero essere più correttamente definiti opinionisti – che rivendicano con orgoglio di essere cittadini americani e che, riportando al pubblico italiano i punti di vista di alcuni dei think tank americani maggiormente conservatori, ci istruiscono quotidianamente sull’idea che dovremmo avere sulla Cina. Viene da ridere al solo pensiero della possibilità del caso opposto: quella sarebbe immediatamente bollata come propaganda, non come informazione.
Ma questo timore è davvero giustificato? Quali sono gli elementi che dovrebbero suggerirci di temere la Cina? Perché non confrontiamo le spese militari cinesi con quelle americane? E il numero di bombe atomiche degli uni e degli altri?
Non temiamo gli Stati Uniti, che secondo una stima del Quincy Institute for Responsible Statecraft hanno 750 basi militari al di fuori del proprio territorio nazionale, in 80 Paesi diversi. Un Paese che, dal Dopoguerra a oggi, ha contribuito direttamente o indirettamente a rovesciare almeno sette governi sovrani legittimi e a influenzare le elezioni, sostenere gruppi armati o pianificare l’eliminazione di capi di Stato in altri 47 casi (come documentato in letteratura, si veda per esempio il libro di William Blum[8]).
Invece dovremmo temere la Cina, che ha soltanto una base militare fuori dal proprio territorio, a Gibuti, dove sono presenti anche italiani, francesi e gli stessi americani per ragioni di pattugliamento delle rotte petrolifere? Nei loro discorsi, nelle conferenze, nei testi pubblicati dalla stampa, i cinesi continuano a riferirsi ai benefici di tipo win-win risultanti dalla cooperazione internazionale e a un’umanità dal destino condiviso, non a una «China First».
Perché dovremmo avere paura di un Paese che ha scoperto la polvere da sparo per poi farne fuochi di artificio? E che non si è avventurato nel colonialismo quando ne avrebbe avuto la possibilità prima di noi occidentali? I cinesi, alcuni decenni prima che Cristoforo Colombo scoprisse l’America, avevano una flotta di 300 navi, guidate dall’ammiraglio musulmano eunuco Zheng He.
Secondo alcune ricostruzioni, ciascuna di queste 300 navi era cinque-sei volte più grande di ciascuna delle tre caravelle di Colombo, ma alla morte di Zheng He, il nuovo imperatore cinese preferì non proseguire le esplorazioni, che avevano portato i cinesi a circumnavigare l’India e a raggiungere le coste dell’Africa orientale.
La motivazione fu che, anziché spendere soldi in inutili esplorazioni marittime, si sarebbero dovuti più proficuamente dedicare alla costruzione della Grande muraglia, per difendersi dalla minaccia dei mongoli.
La Cina è il Paese che è stato cannoneggiato – con la polvere da sparo che esso stesso aveva scoperto – e poi occupato da una molteplicità di potenze, incluse Francia, Inghilterra, Germania e Giappone, in quello che ancora chiama Secolo dell’umiliazione. Il passato non necessariamente permette di predire il futuro, ma non dovrebbe neanche essere ignorato.
[1] Parti del presente scritto sono tratte da Pompeo Della Posta (2026), ‘Capitalismo ibrido e legittimazione da output? Il caso della Cina’, Paradoxa, “Capitalismo e/o democrazia?”, a cura di Vera Zamagni, Anno XX, n.3 Luglio-Settembre, pp. 82-103.
[2] Si vedano Diamond, L. (2008) The Spirit of Democracy: The Struggle to Build Free Societies Throughout the World. New York: Times Books e Fukuyama, F. (1992) The End of History and the Last Man. New York: Free Press.
[3] Si vedano Sen, A. (1999). Development as Freedom. Oxford University Press; Berlin, I. (1969). Four Essays on Liberty. Oxford University Press e Carothers, T. (2002) ‘The End of the Transition Paradigm’, Journal of Democracy, 13(1), pp. 5–21. https://doi.org/10.1353/jod.2002.0003.
[4] Si vedano Pei, M. (2006), China’s Trapped Transition: The Limits of Developmental Autocracy. Cambridge, MA: Harvard University Press e Nathan, A.J. (2003) “Authoritarian Resilience”, Journal of Democracy, 14(1), pp. 6–17. DOI: 10.1353/jod.2003.0019.
[5] Saich, T., e J. Turiel (2020). Understanding CCP Resilience: Surveying Chinese Public Opinion Through Time. Cambridge, MA: Ash Center for Democratic Governance and Innovation, Harvard Kennedy School.
[6] Sen, A. (1999). Development as Freedom. Oxford University Press.
[7] Berlin, I. (1969). Four Essays on Liberty. Oxford University Press.
[8] Blum, W. (2003) Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War II. Rev. edn. London: Zed Books.
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