Nell’ultimo appuntamento del ciclo dedicato alla superpotenza USA, lo sguardo si sposta dall’altra parte del Pacifico. La crisi dello yen, il gigantesco debito giapponese e lo shock energetico mettono sotto pressione Tokyo. E l’intervento di Washington a sostegno della valuta nipponica rivela quanto siano ormai intrecciati i destini dei due mercati.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulia Contini:
Debito colossale Il governo di Tokyo affronta una spesa pubblica vicina al 250% del Pil e subisce la forte pressione di importazioni energetiche cariche.
Interventi Fed La Federal Reserve interviene concedendo liquidità per impedire ai creditori esteri di liquidare in massa i titoli statunitensi.
Ruoli capovolti Gli Stati Uniti passano da beneficiari finali dei capitali globali a stampella finanziaria per sostenere i mercati in difficoltà.
Fragilità strutturali Le misure tampone e l’attivismo del Tesoro non risolvono la scarsa competitività industriale né frenano la divergenza monetaria.
Per misurare la temperatura dell’economia americana, occorre anche guardare dall’altra parte del Pacifico. Mentre i rendimenti dei Treasury decennali tornano su livelli che non si vedevano da oltre 20 anni e i mercati obbligazionari mondiali sono attraversati da una nuova ondata di vendite, il Giappone si trova nuovamente alle prese con uno yen debole e con un debito pubblico che restringe drammaticamente il margine di manovra di Tokyo.
Non è soltanto un problema giapponese. È una delle contraddizioni sulle quali poggia la fragile fortezza finanziaria americana. Gli Stati Uniti hanno bisogno che i grandi detentori esteri continuino a comprare e detenere i loro titoli di Stato. Ma proprio le difficoltà finanziarie dei Paesi che alimentano da decenni la domanda di dollari possono costringere Washington a intervenire per evitare che quella stessa domanda venga meno.
In altre parole, Washington ha bisogno che il resto del mondo continui a prestarle denaro acquistando i suoi titoli di Stato, indispensabili per finanziare un debito pubblico in continua espansione. Il caso dello yen è emblematico. L’intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone per sostenere la valuta nipponica, seguito dalla disponibilità della Federal Reserve a fornire dollari senza costringere Tokyo a liquidare i Treasury in portafoglio, ha mostrato quanto siano ormai intrecciati i destini dei due mercati.
È questo il nuovo fronte delle vulnerabilità americane: non più soltanto ciò che accade dentro gli Stati Uniti, ma ciò che potrebbe accadere ai loro creditori. Di qui la richiesta di apertura di una linea di swap, cioè la possibilità di procurarsi dollari direttamente dalla Federal Reserve, sottoposta lo scorso maggio dal governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti Khaled Mohamed Balama alle autorità statunitensi. Qualora queste ultime avessero rifiutato, ha rivelato il Wall Street Journal, Abu Dhabi avrebbe ripiegato su valute alternative al dollaro, a partire dallo yuan-renminbi.
Il quotidiano finanziario statunitense ha parlato apertamente di «minaccia implicita per il dollaro, che regna sovrano tra le valute globali grazie soprattutto al suo utilizzo quasi esclusivo nelle transazioni». Nell’arco di poche ore, il segretario al Tesoro Bessent ha appoggiato pubblicamente la proposta emiratina, precisando che richieste analoghe erano pervenute da svariati Paesi del Golfo Persico e dell’Asia in generale parimenti colpiti dalle implicazioni della guerra israelo-statunitense contro l’Iran.
Bessent ha specificato che l’apertura di una linea di swap a beneficio degli Emirati Arabi Uniti risulta necessaria a «preservare l’ordine nei mercati di finanziamento del dollaro e impedire la vendita disordinata di asset statunitensi», incentivata dalle implicazioni prodotte su scala planetaria dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.
Le dichiarazioni di Bessent aprono così la possibilità di estendere a livello internazionale una logica già sperimentata negli Stati Uniti dopo la crisi del 2008: la Federal Reserve e il Tesoro potrebbero trovarsi a dover fornire dollari ai Paesi in difficoltà per evitare che vendano in massa azioni e soprattutto titoli di Stato USA, provocando una nuova crisi finanziaria.
Si verrebbe così a configurare un ribaltamento di ruoli tra Stati Uniti e resto del pianeta, che per decenni ha finanziato i deficit Usa. Da beneficiari ultimi del processo di riciclaggio dei petrodollari, gli Stati Uniti si trasformerebbero nella fondamentale stampella di sostegno per i Paesi colpiti dalle implicazioni della guerra contro l’Iran.
Tempesta perfetta in Giappone
Un primo passo in questa direzione è stato compiuto il 31 luglio 2026, quando il Dipartimento del Tesoro ha acquistato yen contro euro per un controvalore di decine di miliardi di dollari in funzione di appoggio alla Bank of Japan, impegnata in una faticosa difesa della valuta nazionale.
Nello specifico, lo yen aveva registrato alla fine di luglio la peggior caduta rispetto al dollaro degli ultimi 40 anni. Una débacle rovinosa, imputabile per un verso al prolungato carry trade – meccanismo attraverso il quale gli investitori prendono a prestito denaro a basso costo in yen per impiegarlo in attività finanziarie più redditizie negli Stati Uniti – alimentato dai maggiori rendimenti garantiti dagli Stati Uniti, dove vigono tassi di interesse (3,50-3,75%) molto più elevati che in Giappone (1% circa).
Per l’altro verso, la débacle è dovuta alle preoccupazioni diffuse suscitate riguardo alla sostenibilità del debito pubblico giapponese (prossimo al 250% del Pil) dai programmi fiscali particolarmente aggressivi messi in cantiere dal governo guidato da Sanae Takaichi.
La micidiale combinazione tra i due fattori ha dato luogo a una sinergia negativa che si è materializzata sotto forma di «migrazione» generalizzata dalle attività denominate in yen a quelle dollarizzate, con conseguente inabissamento della valuta giapponese in una congiuntura resa particolarmente critica dall’incremento del prezzo degli idrocarburi indotto dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran.
Per il Giappone, importatore netto di idrocarburi (98% del fabbisogno) e beni alimentari (il 60% del fabbisogno) ma anche esportatore di prodotti industriali resi sempre meno competitivi dalla concorrenza esercitata dai più performanti cinesi, sudcoreani e vietnamiti, si è così venuta a delineare una vera e propria tempesta perfetta.
Il Paese necessita di uno yen forte per ridurre il costo delle importazioni, ma al tempo stesso di uno yen debole per rilanciare l’export, su cui si basa il benessere nazionale. L’inabissamento dello yen ha infranto questo delicatissimo equilibrio, obbligando la Bank of Japan a un intervento che non poteva tuttavia declinarsi sotto forma di forte innalzamento dei tassi di interesse. Pena, un aumento insostenibile dei rendimenti su un gravame debitorio colossale.
Le autorità di politica monetaria nipponiche hanno così ripiegato sull’acquisto – in un solo giorno – di yen per un controvalore di ben 60 miliardi di dollari. L’inefficacia del tentativo ha posto le autorità di Tokyo con le spalle al muro, inducendole a ventilare il ricorso all’extrema ratiocostituita dallo scaricamento di titoli di Stato statunitensi in proprio possesso.
Se però il Giappone avesse bisogno di procurarsi rapidamente liquidità, potrebbe essere costretto a vendere una parte dei titoli di Stato americani che possiede. Ed è qui che un problema apparentemente giapponese diventerebbe immediatamente un problema americano.
Il punto è che il Giappone non è un osservatore esterno della crisi americana. È uno dei principali finanziatori degli Stati Uniti, di cui è un creditore netto. Tokyo vanta verso Washington non soltanto un avanzo commerciale che nel 2025 ha raggiunto quota 64,4 miliardi di dollari, ma detiene anche una rilevantissima quota di debito, pari a 1,1 trilioni (corrispondenti a quasi il 13% delle detenzioni estere).
Il rischio è che una vendita massiccia dei titoli di Stato americani faccia salire bruscamente i loro rendimenti. Tale rischio ha quindi indotto il Dipartimento del Tesoro a intervenire a sostegno della Bank of Japan con l’acquisto massiccio di yen contro euro.
Un’iniziativa definita da Hsbc come «altamente inusuale, forse senza precedenti», assunta per tenere la moneta giapponese in linea di galleggiamento senza intaccare la quotazione del dollaro, in una fase di alta inflazione alimentata dalle dinamiche belliche nel Golfo Persico.
Secondo quanto riportato dal Financial Times in base a confidenze rese da fonti di alto livello addentro alla questione, la Banca Centrale Europea sarebbe stata informata dell’intervento statunitense soltanto a fatto compiuto, e avrebbe manifestato al segretario al Tesoro Bessent grande disappunto nei confronti di un episodio bollato come «triste e molto eclatante», «privo di precedenti» e configurante «una violazione inaudita delle consolidate convenzioni in materia di cooperazione tra le autorità monetarie occidentali».
La discesa in campo del Dipartimento del Tesoro in soccorso dello yen ha provocato una immediata risalita della valuta nipponica, rafforzatasi sia rispetto al dollaro sia – ovviamente – all’euro, anche perché accompagnata a strettissimo giro di boa dalle dichiarazioni attraverso cui il governo di Tokyo ha annunciato l’intenzione di avvalersi di una linea di credito Repo(Repurchase Agreement, noto in Italia come operazione a pronti contro termine) della Federal Reserve che lo autorizza ad approvvigionarsi di dollari senza dover vendere Buoni del Tesoro statunitense.
Allo stesso tempo, però, l’attivismo sfoggiato da Bessent ha trasmesso urbi et orbi un messaggio inequivocabile: lo yen è la prima linea di difesa del debito statunitense. Ne consegue che il Giappone costituisce un fondamentale punto di vulnerabilità dell’impalcatura finanziaria americana. Se Tokyo fosse costretta a vendere una parte consistente dei Treasury in suo possesso, gli effetti potrebbero propagarsi rapidamente ai mercati statunitensi.
Gli investitori internazionali potrebbero concentrare la propria potenza di fuoco nell’ambito di manovre speculative paragonabili a quelle orchestrate per conto del Quantum Fund di George Soros dallo stesso Bessent sia nel 1992, quando prese efficacemente d’assalto lira e sterlina (con conseguente disarticolazione del sistema Monetario Europeo), sia nel 1997, quando mise letteralmente in ginocchio le Tigri asiatiche.
L’interventismo emergenziale del Dipartimento del Tesoro, del resto, non ha affatto risolto i problemi strutturali alla base della debolezza dello yen. Il differenziale dei tassi di interesse continua a premiare gli Stati Uniti. Il debito pubblico giapponese rimane colossale. I dubbi sulla capacità di Tokyo di stabilizzare i propri mercati finanziari senza appesantire i costi di rifinanziamento persistono.
La riduzione della forza lavoro contestuale all’invecchiamento della popolazione prosegue inesorabilmente. La concorrenza cinese, coreana, indiana e indonesiana va accentuandosi. E i pilastri che hanno finora sorretto gli sforzi internazionali finalizzati a tenere a freno il rincaro dei prezzi dell’energia stanno gradualmente sgretolandosi.
L’intervento del Dipartimento del Tesoro a sostegno dello yen, sottolinea l’economista Einar Tangen, «è quindi una misura tampone. Serve a guadagnare tempo. Non risolve il problema. Il Giappone è intrappolato tra importazioni costose ed esportazioni non competitive. Gli Stati Uniti sono intrappolati tra deficit di bilancio crescenti e la dipendenza dalla domanda estera di titoli del Tesoro». Tangen conclude sostenendo che «entrambi i governi stanno gestendo i sintomi finanziari senza affrontare le malattie strutturali. Nessuno dei due Paesi ha risolto il problema della competitività. La sfida del Giappone consiste nel ripristinare i vantaggi comparativi che lo hanno reso una potenza industriale. Quella degli Stati Uniti, nel finanziare il proprio governo senza minare la fiducia circa la sostenibilità del debito».
Tutto lascia quindi presagire che la forbice tra dollaro e yen tornerà ad allargarsi, ponendo il Giappone, titolare di sovranità (molto) limitata, di fronte a una scelta emergenziale difficilissima, perché gravida di pesanti contraccolpi sugli Stati Uniti. Una liquidazione quantomeno parziale delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi provocherebbe l’esplosione degli oneri legati al servizio del debito a carico del Dipartimento del Tesoro.
L’innalzamento dei tassi di interesse disarticolerebbe il consolidato meccanismo del carry trade, rallentando il flusso di capitali verso i mercati azionari e obbligazionari statunitensi. Il ricorso alla linea di swap valutario garantita dalla Federal Reserve intensificherebbe invece le spinte inflazionistiche all’interno degli Stati Uniti.
L’inazione, invece, rischierebbe di aggravare la crisi economica e sociale del Giappone, con conseguenze difficili da circoscrivere ai suoi confini, visto che il Paese è un nodo fondamentale della finanza internazionale e delle catene globali della produzione.
I problemi economici che affliggono Stati Uniti e Giappone, l’elevatissimo livello di interconnessione tra i due sistemi e le implicazioni dell’instabilità geopolitica nel Golfo Persico si stanno così combinando in una miscela dagli effetti potenzialmente catastrofici. «Tempi interessanti», direbbero i cinesi.
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