I fattori che hanno determinato l’avvio della globalizzazione economica, dai limiti delle retoriche liberiste alla svolta degli anni Ottanta. Perché l’integrazione dei mercati non è stato un processo neutrale guidato dalla tecnologia, ma il risultato di precisi rapporti di forza e decisioni statali.
Con questo articolo, Krisis.info apre una serie di quattro interventi del professor Pompeo Della Posta dedicati ad altrettanti nodi cruciali della globalizzazione economica.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Commercio e imperi I contatti e i mercati nell’antichità non bastano a definire la globalizzazione economica: l’espansione europea è avvenuta tramite il dominio coloniale, le armi e la violenza.
Prezzi e mercati La vera integrazione commerciale si verifica solo con scambi volontari e continuativi capaci di abbattere i costi e allineare i valori dei beni tra Paesi diversi.
Suez & vapore Con le navi rapide e il canale egiziano aperto nel 1869 sono caduti gli ostacoli fisici, segnando l’avvio della prima vera integrazione commerciale.
Agenda neoliberale L’avvento del digitale e dei container non è stato sufficiente: l’apertura delle frontiere è dipesa dalle riforme e dalle scelte di Londra e Washington negli anni Ottanta.
Riforme in Cina La svolta produttiva globale si è però compiuta dopo la morte di Mao, con la scelta del suo successore Deng Xiaoping di spalancare le frontiere ai flussi internazionali nel 1978.
Lo storico Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto sul Corriere della sera che «la globalizzazione intesa in senso moderno è abbastanza antica». E ha aggiunto che «forse è cominciata nel 1540 con la prima pianta di pomodoro arrivata dal Messico in Europa, ovvero quando il cavallo fece la sua prima comparsa in America importato dai colonizzatori spagnoli»[1].
Se con il termine globalizzazione ci riferiamo all’insieme degli scambi, non solo di natura economica, ma anche appunto di tipo culturale, artistico, e persino culinario, che da sempre caratterizzano il genere umano, si può essere d’accordo con quella affermazione, anche tenendo conto della posizione di storici come Wallerstein o Braudel[2].
Va riconosciuto che esistono da secoli scambi di merci, migrazioni e contatti tra aree del mondo molto distanti fra loro. Vasi greci sono stati trovati nelle lucumonie etrusche, e gli etruschi ne facevano perfino copie non troppo accurate (un po’ come abbiamo accusato i cinesi di fare nei decenni passati rispetto ai nostri prodotti). Per non parlare delle meraviglie del mercato di Roma, «dove si poteva trovare tutto quello che esiste al mondo, e se non si trova lì, allora vuol dire che quel prodotto non esiste», come scriveva Publio Elio Aristide, scrittore greco di 2000 anni fa.
Se però ci riferiamo in particolare alla globalizzazione economica, vale a dire agli scambi che hanno luogo nei mercati dei prodotti (beni e servizi) e dei fattori necessari per l’ottenimento di quei prodotti (principalmente materie prime, lavoro e capitale), le cose cambiano. Per parlare di globalizzazione economica, infatti, ci si deve riferire a una intensità relativamente elevata e stabile degli scambi, resa possibile da determinate condizioni tecnologiche e istituzionali, e soprattutto a relazioni che restino almeno in linea di principio volontarie, cioè fondate sulla convenienza e non sulla coercizione.[3]
Da questo punto di vista, quindi, neanche l’infame commercio che portava gli schiavi dall’Africa all’America dovrebbe essere trattato come esempio di globalizzazione economica, visto che era costruito sulla violenza, sulla schiavitù e sulla subordinazione forzata. Chiamare «globalizzazione economica» ciò che nasce da rapporti di dominio rischia di confondere il ruolo del mercato e quello della asimmetria, della forza del potere e della coercizione. Lo stesso Galli della Loggia riconosce, del resto, che «basta leggere il manifesto dei comunisti di Marx ed Engels per sapere come fin dall’inizio il mercato capitalistico abbia mirato a coinvolgere il mondo sempre più dominato dalle potenze europee».
L’espansione europea, in effetti, non è avvenuta solo per mezzo dello scambio, bensì anche attraverso la forza, il dominio coloniale e il conflitto. Le guerre dell’oppio sono l’esempio di come la Cina sia stata forzata ad entrare nell’ordine commerciale internazionale con la forza delle armi e dei cannoni. Emblematica la lettera che Victor Hugo scrisse a commento della spedizione franco-britannica che nel 1860 distrusse lo Yuanmingyuan, il Vecchio Palazzo d’Estate a Pechino, durante la Seconda Guerra dell’Oppio.
Nella missiva al Capitano Butler del 25 novembre 1861, lo scrittore francese condannò il saccheggio e l’incendio del Vecchio Palazzo d’Estate di Pechino, compiuti nell’ottobre 1860 dalle truppe alleate francesi e britanniche guidate dal generale Cousin-Montauban e da Lord Elgin.
«In un angolo del mondo esisteva una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava il Palazzo d’Estate» si legge nella lettera. « Tutto ciò che può partorire l’immaginazione di un popolo quasi sovrumano era lì. Non era, come il Partenone, un’opera una e unica; era una sorta di enorme modello della chimera (…). Immaginate una qualche inesprimibile costruzione, qualcosa come un edificio lunare, e avrete il Palazzo d’Estate. Costruite un sogno con marmo, giada, bronzo e porcellana, incastratelo in legno di cedro, ricopritelo di pietre preziose, drappeggiatelo di seta, fatene qui un santuario, là un harem, là una cittadella, metteteci degli dei, metteteci dei mostri, smaltatelo, doratelo, truccatelo, fate costruire da architetti che siano poeti i mille e un sogni delle Mille e una notte, aggiungete giardini, bacini, zampilli d’acqua e di schiuma, cigni, ibis, pavoni, supponete in una parola una sorta di abbagliante caverna della fantasia umana avente le sembianze di tempio e di palazzo: tale era quel monumento».
Victor Hugo conclude: «Questa meraviglia è scomparsa. Un giorno due banditi sono entrati nel Palazzo d’Estate. Uno ha saccheggiato, l’altro ha incendiato. La vittoria può essere una ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d’Estate è stata fatta a metà tra i due vincitori. Si vede mescolato a tutto ciò il nome di Elgin, che ha la fatale proprietà di ricordare il Partenone. Ciò che era stato fatto al Partenone lo si è fatto al Palazzo d’Estate, in modo più completo e migliore, così da non lasciar nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo formidabile e splendido museo dell’Oriente. Non c’erano soltanto capolavori d’arte, c’era un accumulo di gioielli. Grande impresa, ottima cuccagna! Uno dei due vincitori si è riempito le tasche, e l’altro, vedendo ciò, si è riempito i cofani; e sono tornati in Europa, a braccetto, ridendo. Tale è la storia dei due banditi. Noi europei siamo i civili, e per noi i cinesi sono i barbari. Ecco cosa la civiltà ha fatto alla barbarie. Davanti alla storia, uno dei due banditi si chiamerà Francia, l’altro si chiamerà Inghilterra».
Lo stesso discorso vale per la rivoluzione industriale. Le innovazioni tecniche, la macchina a vapore, il cotone, la ferrovia, il telegrafo e in seguito la navigazione a basso costo hanno reso possibile una maggiore integrazione dei mercati; ma questa trasformazione si è sviluppata dentro un assetto politico nel quale la Gran Bretagna disponeva di un vantaggio commerciale, navale e militare enorme.
Tornando alle origini della globalizzazione, quindi, si può parlare di un vero e proprio inizio solo quando gli scambi assumono natura volontaria, non occasionale ma sistematica e quando la loro intensità è tale da determinare una chiara tendenza alla convergenza dei prezzi sui diversi mercati. Mercati separati possono essere caratterizzati da livelli dei prezzi diversi degli stessi beni. Ma se gli scambi sono possibili e dettati dalla convenienza economica e non dalla coercizione (vale a dire che diventa possibile fare arbitraggio, cioè scegliere liberamente, a parità di qualità, il bene che ha il prezzo più basso), sono sistematici e sufficientemente intensi, allora quelle differenze di prezzo tendono a ridursi.
Un po’ come succede nei vasi comunicanti: l’acqua può avere un livello diverso nei due rami del tubo, se esiste un impedimento al suo fluire, ma se può circolare liberamente, allora i livelli dei due vasi diventano uguali. I prezzi, inizialmente diversi in mercati lontani fra loro, così tendono a convergere allo stesso livello, perché l’acquisto dove il bene costa di meno ne fa salire il prezzo e la riduzione della domanda dove costa di più lo fa scendere.
Per concludere la mia argomentazione, questo risultato diventa possibile solo dopo la seconda metà dell’Ottocento, quando cominciano a solcare i mari le prime navi a vapore, che riducono notevolmente i tempi di trasporto fra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel 1869 viene aperto il Canale di Suez ed è proprio quella data che è indicata come inizio della prima fase della globalizzazione economica, identificando così idealmente il momento in cui gli impedimenti fisici vengono rimossi, la tecnologia permette maggiore velocità nei viaggi e come risultato di tutto ciò i prezzi tendono a convergere fra le diverse parti del mondo. La Belle Époque, con i suoi fasti, e il fascino dell’arte che generò, caratterizzò quella prima fase della globalizzazione economica.
La terza ondata di globalizzazione economica (dopo quella avviata al termine della Seconda guerra mondiale) è stata certamente accompagnata e favorita dalla rivoluzione tecnologica caratterizzata dall’avvio del digitale, dall’uso dei container, e dalla finanziarizzazione dell’economia. Del ruolo della tecnologia e della rivoluzione rappresentata dall’uso dei container quali motori della terza fase di globalizzazione economica parlano molti autori,[4] così come del ruolo della liberalizzazione finanziaria.[5]
Tuttavia, la sua lettura è incompleta se non si mette al centro il mutamento politico ed economico che accompagna quella fase. Il punto non è solo la tecnologia, ma anche e soprattutto la svolta neoliberale che ha stabilito di aprire i mercati. La fine della stagione keynesiana, l’affermazione di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, la deregolazione dei mercati finanziari e la crescente fiducia nell’autoregolazione del mercato sono elementi costitutivi ed essenziali della fase della globalizzazione economica che prese avvio all’inizio degli anni Ottocento e non se ne può non riconoscere il ruolo.[6]
La tecnologia ha reso possibile l’intensificazione degli scambi; ma non spiega da sola perché le imprese abbiano delocalizzato, perché la finanza sia cresciuta in modo così imponente o perché il lavoro manifatturiero dei paesi sviluppati sia stato sottoposto a una pressione tanto forte. Le imprese hanno spostato la produzione dove i salari erano più bassi, la fiscalità più favorevole e i vincoli più deboli, ma tutto questo è avvenuto a seguito di ben precise scelte politiche senza le quali niente sarebbe potuto avvenire.
La delocalizzazione, dunque, non è un effetto neutro dell’avvento di Internet o del container: è una strategia di profitto che le imprese hanno potuto attuare, una volta che la tecnologia l’ha resa possibile, solo grazie a un quadro politico più permissivo. In questo senso, la globalizzazione contemporanea è il risultato di una scelta storica e politica, non di una necessità naturale, come suggeriva invece, per esempio, la Thatcher con l’acronimo «Tina» (There Is No Alternative, non esiste alternativa) che lei stessa coniò.
A ben guardare, all’inizio degli anni Ottanta si concretizzò una coincidenza storica irripetibile, rappresentata non solo dall’apertura neoliberista del mondo occidentale, ma anche dalla contemporanea apertura della Cina. Quest’ultima, dopo la morte di Mao Zedong, avvenuta nel 1976. E, sotto la guida di Deng Xiaoping, si lasciò alle spalle gli anni drammatici del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale.
Pechino dette così avvio, a partire dal 1978, a una nuova politica delle «porte aperte» (dopo quella impostata circa 100 anni prima con la forza delle armi), che potesse riportare la Cina al centro del mondo, il posto che aveva occupato nei secoli precedenti e che giustificava il nome che ancora oggi essa porta, Zhong Guò (Regno di mezzo).
Il ruolo fondamentale della Cina nel determinare le dinamiche della terza fase della globalizzazione economica appare, dunque, fin dall’inizio.
[1] Galli della Loggia, E. (2025), Globalizzazione, Le Lezioni del Corriere della Sera, 13 maggio, aggiornato l’1 aprile 2026. Disponibile al sito: https://www.corriere.it/le-lezioni-del-corriere/storia/la-globalizzazione.shtml
[2] Wallerstein, I. (1974). The Modern World-System I: Capitalist Agriculture and the Origins of the European World-Economy in the Sixteenth Century. New York: Academic Press. Braudel, F. (1982) Civilization and Capitalism, 15th–18th Century, Volume III: The Perspective of the World. London: Collins. Braudel, F. (1977) Afterthoughts on Material Civilization and Capitalism. Baltimore: Johns Hopkins University Press.
[3] Della Posta, P. (2018). The Economics of Globalization: An Introduction, Pisa: ETS.
[4] Si vedano, per esempio: Baldwin, R. (2016), The Great Convergence: Information Technology and the New Globalization. Cambridge, MA: Harvard University Press; Levinson, M. (2006), The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger. Princeton: Princeton University Press; Friedman, T. L. (2005), The World Is Flat: A Brief History of the Twenty-first Century. New York: Farrar, Straus and Giroux; Garrett, G. (2000), “The Causes of Globalization”, Comparative Political Studies, 33(6–7), 941–991 e Wolf, M. (2004), Why Globalization Works. New Haven: Yale University Press.
[5] Si vedano Helleiner, E. (1994), States and the Reemergence of Global Finance: From Bretton Woods to the 1990s. Ithaca: Cornell University Press e Strange, S. (1998), Mad Money: When Markets Outgrow Governments. Manchester: Manchester University Press.
[6] Si vedano Della Posta, P. (2018). The Economics of Globalization: An Introduction, Pisa: ETS; Harvey, D. (2005). A Brief History of Neoliberalism. Oxford University Press e Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton.
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