Dalla Cina fabbrica del mondo all’Occidente deindustrializzato, i vincitori e i perdenti del nuovo ordine globale. Ma il processo non è solo effetto dell’apertura commerciale: la responsabilità è anche dei Paesi occidentali. Fedeli al dogma neoliberista, hanno lasciato fare tutto al mercato, rinunciando a una regia pubblica capace di orientare la politica economica.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Seconda puntata della serie sui cambiamenti globali dell’economia
Primo articolo: https://krisis.info/it/2026/08/temi/globalizzazione/quando-e-iniziata-davvero-la-globalizzazione/
Divari asimmetrici L’integrazione commerciale ha arricchito soprattutto le multinazionali, penalizzando le classi lavoratrici e i contesti più fragili come l’Africa.
Scelta deliberata La fuga delle fabbriche verso l’Asia non è dipesa da Pechino, ma da precise decisioni aziendali avallate dai governi occidentali.
Profitti e salari Negli USA il PIL pro capite è salito costantemente, ma l’aumento della ricchezza ha premiato i capitali comprimendo le retribuzioni.
Ritorno strategico Solo dopo la crisi e i ritardi hi-tech, l’Europa è tornata a sostenere i campioni industriali, superando i rigidi veti sugli aiuti pubblici.
Washington Consensus Le disuguaglianze record sono il prodotto delle deregolamentazioni finanziarie e dal rigido credoneo-liberista promosso dalle istituzioni.
Secondo una lettura oggi piuttosto diffusa, sostenuta da ambienti vicini al presidente Donald Trump e fatta propria anche dallo storico Ernesto Galli della Loggia, la globalizzazione avrebbe prodotto una forte crescita economica di cui avrebbero beneficiato soprattutto i Paesi in via di sviluppo, grazie al loro minore costo del lavoro[1]. La narrativa non regge alla verifica dei fatti[2].
Non si può negare che anche i Paesi in via di sviluppo abbiano tratto vantaggio dalla globalizzazione economica, come argomentano in maniera documentata e convincente, fra gli altri, Baldwin[3], Milanovic[4], Ebenstein e altri[5] o anche lo stesso Rodrik[6]. Non è però corretto concludere che il beneficio che ne hanno tratto sia maggiore di quello conseguito in aggregato dai Paesi sviluppati. L’interrogativo, dunque, non è soltanto chi abbia guadagnato dalla globalizzazione, ma come siano stati distribuiti i suoi benefici e i suoi costi.
Già Joseph Stiglitz[7], per esempio, riferendosi alle conseguenze dell’Uruguay Round, l’ultimo degli accordi internazionali conclusi, nel 1994, sotto l’ombrello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dimostrava come quell’accordo avesse peggiorato, anche in termini assoluti, la condizione dei Paesi più poveri al mondo, quelli dell’Africa Sub-Sahariana, favorendo invece le economie sviluppate e soprattutto gli Stati Uniti.
Di regole truccate a favore dei Paesi sviluppati e globalizzazione asimmetrica parlava anche chi scrive, oltre a Oxfam International[8]. E persino Henry Kissinger, Segretario di Stato americano dal 1973 al 1977. Ecco che cosa scriveva nel 2001 su chi beneficiasse principalmente dalla globalizzazione economica: «Gli Stati Uniti sono stati il motore principale che ha alimentato la globalizzazione; sono stati anche i maggiori beneficiari delle forze che ha liberato».[9]
Chi sostiene che la globalizzazione economica abbia avvantaggiato i Paesi in via di sviluppo a danno di quelli sviluppati dimentica anche il dibattito che accompagnò la globalizzazione tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Leggendo alcuni autori, infatti, si potrebbe pensare che le criticità dell’integrazione economica globale siano emerse soltanto di recente, quando è apparso evidente anche alla classe media del mondo occidentale che i risultati avevano deluso le loro aspettative.
In realtà, molte delle obiezioni oggi formulate erano già state avanzate anni fa, come dimostrano le proteste di Seattle del 1999 contro il WTO, quelle del tragico G8 di Genova del 2001 e più in generale il movimento che in Italia abbiamo chiamato no-global, che rappresentarono una critica articolata all’architettura della globalizzazione neoliberale.
Naturalmente, in quel movimento eterogeneo convivevano posizioni radicalmente diverse, ma una parte significativa delle critiche non era diretta contro il commercio internazionale in quanto tale. Molti di quei critici – Vandana Shiva, per esempio – dicevano di voler essere definiti new-global piuttosto che no-global, un appellativo che non rendeva giustizia al loro vero obiettivo, che era quello di rifondare la globalizzazione economica su basi più eque.
Il rifiuto che veniva da quei movimenti, quindi, non riguardava la globalizzazione in sé, ma le modalità che essa assumeva, e in particolare l’iniqua distribuzione dei benefici e dei costi della globalizzazione.[10] Il consenso unanime del tempo li riteneva, però, dei poveri illusi, visionari retrogradi, se non peggio, che vagheggiavano il ritorno a un impossibile mondo del passato.
Al tempo era molto citata l’espressione TINA (There is no alternative, non c’è alternativa). Resa celebre da Margaret Thatcher [11], era stata coniata nei primi anni Ottanta a proposito del neoliberismo, delle privatizzazioni e della deregolamentazione. Poi era stata estesa e applicata come dogma all’ineluttabilità della globalizzazione.
Riconoscere che i mercati non sono perfetti e che l’integrazione economica può produrre costi rilevanti significa anche riconoscere la necessità di politiche pubbliche capaci di distribuire più equamente i benefici della globalizzazione[12].
Economisti come Joseph Stiglitz e, fra gli altri, anche chi scrive denunciarono già allora come molte delle regole promosse dalle istituzioni economiche internazionali riflettessero rapporti di forza asimmetrici tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Il problema, quindi, non risiedeva nella globalizzazione in sé, ma nella specifica forma assunta dalla globalizzazione in quegli anni. Il fenomeno privilegiava la mobilità del capitale rispetto alla tutela del lavoro, la liberalizzazione finanziaria rispetto allo sviluppo industriale e l’efficienza economica rispetto alla coesione sociale[13].
La teoria del commercio internazionale, sia quella basata sul principio dei vantaggi assoluti di Smith (1776), sia quella basata sul principio dei vantaggi comparati di Ricardo (1817), mostra che lo scambio può aumentare il benessere complessivo dei Paesi coinvolti. Tuttavia non garantisce che i benefici siano automaticamente distribuiti in modo equo.
Il problema politico decisivo è sempre questo: chi cattura i vantaggi dell’apertura e chi, invece, ne sostiene i costi di aggiustamento? La globalizzazione può generare crescita aggregata senza produrre equità distributiva: è proprio quanto è accaduto negli Stati Uniti e nel mondo sviluppato come ben osservavano, fra gli altri Rodrik[14] e Stiglitz[15].
La letteratura economica ha ampiamente documentato ciò che Autor, Dorn e Hanson hanno definito China shock. L’ingresso della Cina nel commercio mondiale ha avuto effetti importanti su alcune aree manifatturiere degli Stati Uniti e di altri Paesi avanzati, certamente determinando perdite occupazionali concentrate in specifici territori e comparti produttivi.[16]
Tuttavia, limitarsi a questa spiegazione significa osservare soltanto una parte del fenomeno. La domanda da porsi è un’altra: chi ha deciso di trasferire la produzione industriale fuori dall’Occidente? Non è stata la Cina a chiudere stabilimenti in Europa o negli Stati Uniti. Sono state imprese occidentali a trasferire attività produttive verso aree dove il costo del lavoro era inferiore e i margini di profitto più elevati.
In altre parole, la deindustrializzazione occidentale non è stata (soltanto) il prodotto dell’ascesa cinese, ma è stata soprattutto una scelta deliberata fatta dalle imprese occidentali e avallata dai rispettivi governi. In sostanza, è stata anche il risultato di precise scelte imprenditoriali e politiche.[17]
Per molti anni si è sostenuto che la mobilità del capitale, anche quello a breve termine, dovesse essere favorita senza particolari vincoli, che il mercato avrebbe automaticamente redistribuito i benefici della crescita e che i lavoratori eventualmente penalizzati sarebbero stati compensati da nuove opportunità occupazionali.
Emblematiche le immagini che venivano proposte, come ad esempio quella della globalizzazione-marea, che quando arriva solleva tutte le barche, le grandi e le piccole, o quella del «trickle down» per cui l’acqua-ricchezza tracimerebbe inevitabilmente verso il basso, dopo avere colmato i bicchieri posti in alto. In moltissimi casi, invece, ciò non è avvenuto, indipendentemente dalla buona volontà dei lavoratori.
La questione centrale non è quindi se la globalizzazione abbia prodotto crescita. La questione è chi abbia beneficiato di quella crescita e chi abbia invece sostenuto il costo della trasformazione determinando così un aumento drammatico del grado di disuguaglianza.[18]
Gli investimenti all’estero e le delocalizzazioni produttive sono stati effettuati volontariamente dalle imprese occidentali, che hanno moltiplicato i propri profitti a danno dei loro dipendenti nazionali. I lavoratori meno qualificati dei territori industriali più esposti alla concorrenza internazionale hanno perduto il posto di lavoro. E le imprese multinazionali dove lavoravano costoro prima del licenziamento si sono arricchite a dismisura.
Lo dimostrano bene i dati del PIL pro capite americano, che ha continuato a salire in maniera costante nei decenni passati di globalizzazione economica. In pratica, però, era la quota dei profitti nella distribuzione del reddito ad aumentare, mentre quella dei salari diminuiva.[19]
Per non parlare poi dell’Unione europea, dove la politica industriale comune e gli aiuti di Stato sono stati a lungo considerati un anatema a favore del dogma della concorrenza. L’esempio di Airbus è emblematico. Nato come consorzio intergovernativo tra Francia e Germania a cui si unirono poi Spagna e Regno Unito, il campione aerospaziale europeo ha dovuto farsi strada per decenni sfidando l’ortodossia del mercato e la durissima opposizione commerciale statunitense.
Spinta dal monopolista USA Boeing, Washington ha trascinato per anni l’Europa davanti al WTO sostenendo che i prestiti e i sostegni pubblici a tasso agevolato concessi dai governi europei violassero le regole del libero mercato. Sorvolando naturalmente sul fatto che la Boeing stessa fosse stata «nutrita fin dalla nascita con contratti statali».[20]
Ci siamo risvegliati tardivamente, per esempio quando con il Covid abbiamo scoperto che non esistevano piattaforme europee per tenere riunioni, conferenze o lezioni online, o quando abbiamo compreso il livello tecnologico a cui erano arrivati i cinesi con i loro veicoli elettrici. Abbiamo allora in fretta e furia cominciato a riproporre delle politiche industriali, [21] fino ad arrivare al recente Industrial Accelerator Act.[22]
È anche grazie a questo cambiamento di prospettiva che oggi la European Investment Bank, nel concedere prestiti a Airbus può finalmente dichiarare senza timore che «l’Europa si può muovere con velocità e nella misura necessaria per sostenere i suoi campioni».[23] È possibile concludere, quindi, che anziché appiattirsi sugli interessi delle multinazionali che vedevano aumentare i propri profitti grazie alla delocalizzazione in aree caratterizzate da minori salari, noi occidentali avremmo dovuto difendere per tempo la nostra industria.
Ebbri di neoliberismo e di fiducia nelle virtù autoequilibranti del mercato, invece, abbiamo, colpevolmente, lasciato fare. I problemi che abbiamo incontrato, quindi, sono stati in larga misura determinati da noi stessi, piuttosto che da fattori esterni.
Non si devono poi confondere cause diverse dell’insoddisfazione da parte dei Paesi avanzati nei confronti della situazione attuale, che nulla hanno a che vedere con la globalizzazione economica. Tali cause riguardano, per esempio, i mutamenti derivanti dallo sviluppo tecnologico, che ha reso obsolete diverse tipologie di occupazione[24]. Ma un ruolo importante lo ha giocato anche il cambiamento strutturale nelle economie avanzate – che vede una crescita costante dei servizi caratterizzati da occupazioni spesso precarie e non ben retribuite (basta pensare alla cosiddetta gig economy) – a danno dell’industria.
Altra determinante è stata la crisi finanziaria del 2008/2009 che, originatasi nel cuore del sistema economico occidentale a causa delle spericolate acrobazie finanziarie rese possibili dalla liberalizzazione operata all’inizio degli anni Novanta dall’Amministrazione Clinton, ha toccato profondamente gli interessi della classe media, fino a indurre un cambiamento di atteggiamento nei confronti della globalizzazione economica stessa.
Il risultato è stato una notevole concentrazione della ricchezza e un parallelo aumento delle diseguaglianze. La responsabilità non va però attribuita alla globalizzazione, quanto piuttosto alle politiche seguite dai governi occidentali negli anni del cosiddetto Washington Consensus. A determinare questo esito furono insomma i principi della politica economica neoliberista, applicati e promossi dalle istituzioni con sede a Washington.
(Continua)
[1] Si vedano, per esempio: Navarro, P. and Autry, G. (2011), Death by China: Confronting the Dragon — A Global Call to Action. New York: Pearson; Trump, D. J. (2015) Crippled America: How to Make America Great Again. New York, NY: Threshold Editions; Autor, D.H., Levy, F. and Murnane, R.J. (2003) ‘The Skill Content of Recent Technological Change: An Empirical Exploration’, Quarterly Journal of Economics, 118(4), pp. 1279–1333. DOI: 10.1162/003355303322552801 e Cass, O. (2018), The Once and Future Worker: A Vision for the Renewal of Work in America. New York, NY: Encounter Books.
[2] Dei cambiamenti della narrativa sugli effetti della globalizzazione economica parla anche Lamp, N. (2019), “How Should We Think about the Winners and Losers from Globalization? Three Narratives and Their Implications for the Redesign of International Economic Agreements”, European Journal of International Law, 30(4), 1359–1397.
[3] Baldwin, R. (2016), The Great Convergence: Information Technology and the New Globalization. Cambridge, MA: Harvard University Press.
[4] Milanovic, B. (2016). Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization. Harvard University Press.
[5] Ebenstein, A., Harrison, A., McMillan, M. and Phillips, S. (2014), “Estimating the Impact of Trade and Offshoring on American Workers Using the Current Population Surveys”, Review of Economics and Statistics, 96(4), 581–595.
[6] Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy. W. W. Norton.
[7] Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton.
[8] Della Posta, P. (2009). “Asymmetric globalization: theoretical principles and practical behaviour guiding markets liberalization” in Globalization, Development and Integration: a European Perspective, Pompeo Della Posta, Milica Uvalic and Amy Verdun (eds), pp. 19-33, Houndsmill: Palgrave Macmillan, 2009. Oxfam International (2002). Rigged Rules and Double Standards: Trade, Globalisation, and the Fight Against Poverty. Oxfam International.
[9] Kissinger, H. (2001). Does America Need a Foreign Policy? Towards a Diplomacy for the 21st Century, New York: Simon and Schuster.
[10] Si vedano: Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton e Stiglitz, J.E. (2006), Making Globalization Work, W.W. Norton.
[11] Si parlava in quegli anni del “T.I.N.A. paradigm” acronimo derivante dall’espressione “There Is No Alternative”, coniata appunto da Margareth Thatcher.
[12] Questo punto fu sollevato anche da chi scrive: “Proprio il riconoscimento dei limiti dell’impostazione teorica neoclassica basata sull’ipotesi della perfezione dei mercati e in particolare il riconoscimento del fatto che la globalizzazione comporta costi significativi per particolari gruppi sociali o settori economi, inoltre, renderebbe opportuna l’adozione di appropriate misure di politica economica che dovrebbero permettere di estendere i benefici della globalizzazione anche a quei settori che oggi ne sono esclusi.” Della Posta, P. (2007). “Effetti, limiti e potenzialità della globalizzazione: il quadro economico”, in Effetti, potenzialità e limiti della globalizzazione: una visione multidisciplinare, Pompeo Della Posta e Anna Maria Rossi (eds), pp. 27-44, Springer Italia, 2007. (Il presente estratto è parte di un più ampio brano usato in Italia come traccia per gli Esami di Stato del 2023 per gli istituti di Scienze Umane, con opzione economico sociale, disciplina di Diritto ed Economia Politica, scaricabile al sito: https://www.istruzione.it/esame_di_stato/202223/Licei/Ordinaria/A003_ORD23.pdf).
[13] Si vedano Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton, Stiglitz, J.E. (2017) “The Overselling of Globalization” (NABE Volcker Lecture) e il già citato Della Posta, P. (2009). “Asymmetric globalization: theoretical principles and practical behaviour guiding markets liberalization” in Globalization, Development and Integration: a European Perspective, Pompeo Della Posta, Milica Uvalic and Amy Verdun (eds), pp. 19-33, Houndsmill: Palgrave Macmillan,
[14] Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy. W. W. Norton.
[15] Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton.
[16] Si vedano per esempio, Autor, D. H., Dorn, D., e Hanson, G. H. (2016). “The China shock: Learning from labor-market adjustment to large changes in trade”. Annual Review of Economics, 8, 205–240; Pierce, J.R. and Schott, P.K. (2016) ‘The Surprisingly Swift Decline of U.S. Manufacturing Employment’, American Economic Review, 106(7), pp. 1632–1662. DOI: 10.1257/aer.20131578; Rodrik, D. (2016) ‘Premature Deindustrialization’, Journal of Economic Growth, 21(1), pp. 1–33. https://doi.org/10.1007/s10887-015-9122-3 e Tonelson, A. (2000) The Race to the Bottom: Why a Worldwide Worker Surplus and Uncontrolled Free Trade Are Sinking American Living Standards. Boulder, CO: Westview Press.
[17] Si vedano Roach, S.S. (2004) The Next Asia: Opportunities and Challenges for a New Globalization. Hoboken, NJ: Wiley; Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy. W. W. Norton e Stiglitz, J.E. (2002), Globalization and Its Discontents, W.W. Norton.
[18] Si vedano, fra gli altri, Deaton, A. (2013) The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality. Princeton, NJ: Princeton University Press; Milanovic, B. (2016). Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization. Harvard University Press; Piketty, T. (2014). Capital in the Twenty-First Century. Harvard University Press e Stiglitz, J.E. (2012) The Price of Inequality: How Today’s Divided Society Endangers Our Future. New York: W.W. Norton.
[19] Autor, D. H., Dorn, D., e Hanson, G. H. (2016). The China shock: Learning from labor-market adjustment to large changes in trade. Annual Review of Economics, 8, 205–240.
[20] Bennett, J.T. (2015) ‘Corporate welfare takes flight: how the SST was launched (and shot down)’, in Corporate welfare: crony capitalism that enriches the rich. 1st edn. New York: Routledge, pp. 45–84.
[21] European Commission (2020) A New Industrial Strategy for Europe. COM(2020) 102 final. Brussels: European Commission. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM:2020:102:FIN;
European Commission (2021) Updating the 2020 New Industrial Strategy: Building a stronger Single Market for Europe’s recovery. COM(2021) 350 final. Brussels: European Commission. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM:2021:350:FIN
[22] European Commission (2026) Proposal for a Regulation establishing a framework of measures for the acceleration of industrial capacity and decarbonisation in strategic sectors (Industrial Accelerator Act). COM(2026) 68 final. Brussels: European Commission. https://epthinktank.eu/2026/05/21/industrial-accelerator-act-eu-legislation-in-progress/
[23] European Investment Bank (2026) EIB commits €3 billion to Airbus to boost Europe’s industrial base and technological edge in aerospace innovation. Press release, 29 June. https://www.eib.org/en/press/all/2026-228-eib-commits-eur3-billion-to-airbus-to-boost-europe-s-industrial-base-and-technological-edge-in-aerospace-innovation.
[24] Si vedano, fra i moltissimi contributi su questo punto, Autor, D.H., Levy, F. and Murnane, R.J. (2003) ‘The Skill Content of Recent Technological Change: An Empirical Exploration’, Quarterly Journal of Economics, 118(4), pp. 1279–1333. DOI: 10.1162/003355303322552801 e Ford, M. (2015) Rise of the Robots: Technology and the Threat of a Jobless Future. New York: Basic Books.
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