Nella seconda parte della sintesi del suo ultimo saggio, Thomas Fazi descrive il declino della narrazione pacifista del Dopoguerra e l’affermazione di un modello di integrazione fondato su competitività e vincoli esterni. L’autore analizza come la moneta unica sia stata trasformata in un dispositivo teologico-politico, capace di imporre riforme strutturali attraverso una retorica della colpa e della disciplina. L’analisi si chiude con il caso italiano, usato come laboratorio per sperimentare una governance tecnocratica sottratta al controllo dei cittadini.
Ascolta l’articolo, narrato da Andrea Pincin:
Élite senza popolo L’integrazione europea è stata gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Nessuna mobilitazione popolare genuina ne ha mai sostenuto la nascita.
Vincoli auto-costruiti Il Sistema monetario europeo impone rigidi limiti sui tassi di cambio. Le pressioni speculative non dimostrano un fallimento della sovranità nazionale, ma contraddizioni di un regime monetario incompleto.
Sovranazionalismo come ideologia Jacques Delors ridefinisce la sovranità nazionale come anacronistica. I problemi generati dall’integrazione vengono invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.
Delega della politica monetaria Il trattato di Maastricht delega la politica monetaria a una banca centrale indipendente. L’integrazione non si giustifica più con pace o prosperità, ma con stabilità e fiducia.
Debito come fallimento morale Negli anni Novanta l’euro diventa indiscutibile: la critica viene squalificata moralmente, non confutata. Debito come fallimento morale, austerità come penitenza, sofferenza come purificazione.
Questa è la seconda parte (link alla prima parte) di un saggio in cui sostengo che l’Unione europea ha storicamente compensato la propria mancanza di legittimità democratica passando ciclicamente attraverso una serie di narrazioni auto-legittimanti: dalla pace del dopoguerra, all’integrazione di mercato, fino ai «valori europei». Rifletto inoltre su come queste narrazioni abbiano sistematicamente fallito nel risolvere la tensione fondamentale tra governance tecnocratica e autogoverno democratico e, anzi, l’abbiano di fatto esacerbata, portando sia a un’intensificazione del progetto imperiale dell’Ue, sia a una crescente reazione di rifiuto nei suoi confronti.
Nella prima parte ho esaminato le basi teoriche e storiche del problema di legittimità dell’Ue e ho mostrato come la narrazione della pace – il quadro legittimante originario dell’Unione – non sia mai stata fondata su una genuina mobilitazione popolare, bensì su un’integrazione gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Ho inoltre dimostrato come questa narrazione sia ormai definitivamente esaurita dalla guerra in Ucraina.
In questa seconda parte traccerò i successivi tentativi dell’Ue di legittimare un’integrazione sempre più profonda attraverso narrazioni economiche e normative: dal passaggio alle giustificazioni di tipo mercantile negli anni Ottanta, passando per la sacralizzazione dell’euro e l’ascesa di un’«Europa sociale» come foglia di fico retorica, fino all’emergere di un’«Europa dei valori» all’inizio degli anni Duemila.

Avanzata della legittimazione economica
Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, la narrazione della pace aveva ormai perso gran parte della sua capacità di mobilitazione. L’integrazione europea era entrata in una nuova fase, legittimata sempre più attraverso narrazioni economiche centrate sul mercato, sulla competitività e sulla globalizzazione. Il completamento del mercato interno, l’eliminazione delle barriere alla mobilità dei capitali e del lavoro e la promessa di un sistema più efficiente divennero le giustificazioni centrali per un’integrazione più profonda.
Questo spostamento va compreso nel contesto della crisi del compromesso keynesiano del Dopoguerra. Le turbolenze economiche degli anni Settanta – stagflazione, calo della redditività e intensificazione della concorrenza globale – avevano minato le basi materiali della governance socialdemocratica. In questo contesto, l’integrazione europea fu progressivamente rimodulata come soluzione ai limiti percepiti della gestione economica nazionale.
Cruciale, tuttavia, è notare che molti dei vincoli invocati in seguito per giustificare un’ulteriore integrazione non erano esterni né inevitabili, ma erano essi stessi il prodotto di scelte di integrazione precedenti. Il Sistema monetario europeo (Sme), istituito nel 1979, introdusse rigidi vincoli sui tassi di cambio che limitarono fortemente l’autonomia monetaria nazionale, esponendo al contempo le economie più deboli alle pressioni speculative.
Invece di rivelare un fallimento intrinseco della sovranità nazionale, queste dinamiche riflettevano le contraddizioni di un regime monetario incompleto e asimmetrico, che vincolava gli Stati senza fornire meccanismi compensativi democratici o fiscali. Eppure, tali pressioni furono costantemente reinterpretate attraverso una lente sopranazionale: se l’integrazione sovranazionale non produceva i risultati attesi, era perché non ce n’era abbastanza.
Like the EU itself, the Eurozone has been an economic disaster, bringing long-term stagnation to much of the bloc. Monetary union was always about the EU elite grabbing even more power; the economics never made sense. https://t.co/3V6DtCqJEM
— Richard Wellings (@RichardWellings) January 4, 2024
Sotto la guida di Jacques Delors, il sovra-nazionalismo assunse progressivamente un carattere ideologico. La sovranità nazionale venne ridefinita come anacronistica, mentre le istituzioni sovranazionali furono presentate come garanti di stabilità, efficienza e apertura.
Questo spostamento ideologico fu rafforzato dagli sviluppi politici a sinistra, in particolare dopo il fallimento del programma redistributivo iniziale di François Mitterrand all’inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle pressioni valutarie esacerbate dallo Sme, il governo francese abbandonò la propria agenda socialista interna e abbracciò l’integrazione europea come strategia basata sui vincoli esterni.
Da quel momento in poi, l’integrazione europea venne sempre più presentata come l’unica via realistica per una politica progressista. I vincoli sovranazionali – molti dei quali autoimposti – furono reinterpretati come scudi protettivi contro le forze di mercato, piuttosto che come strumenti di depoliticizzazione e di potere oligarchico-elitario. In questo modo, il sovranazionalismo smise di essere un mezzo e divenne un fine in sé, sostenuto da una narrazione in cui i problemi generati dall’integrazione venivano continuamente invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.
Maastricht e la sacralizzazione dell’euro
Il Trattato di Maastricht formalizzò il passaggio da un’integrazione basata sulla costruzione del mercato a un’integrazione funzionale, inserendo al cuore del progetto europeo l’unione monetaria, la disciplina di bilancio e i vincoli istituzionali. La politica monetaria sarebbe stata delegata a una banca centrale indipendente, la politica fiscale vincolata dai criteri di convergenza e il coordinamento economico presentato come una questione di necessità tecnica.
L’integrazione non veniva più giustificata principalmente dalla pace o dalla prosperità, bensì da credibilità, stabilità e fiducia. Allo stesso tempo, negli anni Novanta emerse l’«Europa sociale» come contro-narrazione legittimante. L’Europa sociale funzionava come un’alternativa progressista all’Europa del mercato, promettendo che l’integrazione potesse essere conciliata con la protezione sociale, i diritti dei lavoratori e la coesione. Essa permise ai partiti di centro-sinistra e ai sindacati di sostenere Maastricht mantenendo un impegno retorico verso la giustizia sociale.
Tuttavia, l’Europa sociale rimase strutturalmente subordinata all’Europa del mercato. Le politiche sociali furono debolmente istituzionalizzate, largamente dipendenti dall’attuazione nazionale e sistematicamente subordinate agli imperativi economici. L’asimmetria tra vincoli economici rigidi e coordinamento sociale soft non fu accidentale, ma costitutiva del modello di integrazione.
La creazione dell’euro rappresenta il passo più ambizioso e politicamente consequenziale nella storia dell’integrazione europea. Più di qualsiasi passaggio precedente, l’euro istituzionalizzò la depoliticizzazione. Fin dall’inizio, l’euro non fu giustificato soltanto come strumento economico, ma fu presentato come un risultato politico irreversibile. Incorniciando l’euro come necessario e irreversibile, le élite politiche delegittimarono preventivamente l’opposizione e isolarono il progetto da ogni contestazione democratica.
1st November 1993 – the European Union is born after the Maastricht Treaty comes into force, a stronger EU parliament, the Central European Bank and common foreign and security policies. Maastricht also laid the groundwork for a single European currency – the euro.
— OldMarian (@lanehead_highrd) November 1, 2020
Disaster Day. pic.twitter.com/hF89cbP2df
Italia come laboratorio
Come spiega Gabriele Guzzi nel suo libro Eurosuicidio, l’Italia offre un caso paradigmatico di sacralizzazione preventiva dell’euro. Qui, molto prima che i suoi effetti materiali potessero essere pienamente misurati, l’euro aveva già assunto una funzione simbolica e politica ben più ambiziosa: era diventato un sostituto della politica stessa. Nell’Italia in crisi degli anni Novanta, l’euro fu elevato da strumento economico a dispositivo teologico-politico, una fede secolare destinata a disciplinare la società, assolvere le élite dalle proprie responsabilità e promettere redenzione attraverso il sacrificio.
Le élite politiche italiane mobilitarono l’euro attraverso l’idea del vincolo esterno. Legando il Paese a regole europee irreversibili, i leader politici sostenevano di poter finalmente imporre riforme che l’Italia sarebbe stata incapace di scegliere da sola. Le decisioni non sarebbero più state politiche, ma tecniche. La responsabilità non sarebbe più ricaduta sui governi eletti, ma sarebbe stata esternalizzata a trattati, mercati e istituzioni sopranazionali.
Il dibattito sull’euro assunse rapidamente caratteristiche inequivocabilmente religiose. L’euro divenne indiscutibile: la critica non veniva confutata con controargomentazioni, bensì con una squalifica morale. I problemi economici dell’Italia furono reinterpretati in termini di colpa: il debito pubblico non fu più trattato come esito storico e politico, ma come un fallimento morale; l’austerità divenne penitenza e la sofferenza purificazione.
Intorno alla moneta aleggiava una promessa millenaristica: la prosperità era sempre dietro l’angolo – una volta completate le riforme, una volta interiorizzate pienamente le regole. Questa struttura ricalca la teologia politica classica: una dottrina posta al di sopra della politica, immune da falsificabilità e sostenuta dalla fede piuttosto che dall’evidenza. L’Italia non fu un’eccezione, ma un precursore: un laboratorio in cui la logica della sacralizzazione dell’euro fu sperimentata e raffinata.
Oltre all’Italia, con l’introduzione formale dell’euro, la sacralizzazione si intensificò e si generalizzò in tutta l’Unione. La stabilità monetaria, la disciplina sui prezzi e l’ortodossia di bilancio furono elevate a principi quasi morali. L’euro funzionò così come un potente boundary object (elemento di raccordo fra ambiti diversi, ndr). L’appartenenza significava inclusione in una comunità di disciplina, credibilità e virtù; l’esclusione o la deviazione comportavano uno stigma morale. Questa moralizzazione della governance economica rafforzò le asimmetrie di potere esistenti, in particolare tra economie centrali e periferiche, occultandone al contempo le origini politiche.
Testo tratto da: https://www.thomasfazi.com/p/selling-the-eu-how-brussels-legitimates-393?publication_id=560592&post_id=193439155&triggerShare=true&isFreemail=false&r=icioi&triedRedirect=true (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).
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