In questa sezione condividiamo foto, spunti e riflessioni che caratterizzano l’identità di Krisis. I diversi punti di vista ci permettono di comprendere meglio le crisi, perché vengono inserite in un contesto più ampio.

Che cosa significa la parola krisis
di Luciano Canfora
La parola krisis in greco è legata al verbo krino (κρίνω), che vuol dire «giudicare», «valutare». Di qui la derivazione del sostantivo astratto, krisis (κρίσης), che indica appunto il giudizio, la valutazione. Però va anche detto che in alcuni passi della Storia degli animali di Aristotele (Historia animalium), come registrano i vocabolari, il termine ben singolarmente significa una crisi nel senso medico, una malattia violenta. E questo spiega il passaggio, suppongo, all’utilizzo nostro che si è attestato unicamente sul significato di «momento difficile». Quindi si riesce a capire come da «momento difficile», che esige riflessione e scelte, si sia arrivati a «crisi». Il legame con l’originaria parola greca, krino, dunque non si è perso.
Non è la prima volta, però, che in lingua greca la stessa parola significa cose fra loro lontanissime. Per esempio un termine che si presta molto è stasis (sigma iniziale: στάσις). Pur partendo da un significato molto semplice, l’immobilità, cioè lo status di una persona o di un oggetto (dove si trova, come è collocato o dove sta), diventa invece un termine opposto, che vuole dire rivoluzione, guerra civile: στάσις. Può significare anche partito politico: una fazione, un partito politico che si contrappone a un altro è una stasis. Di lì poi discende stasis come guerra civile.
Questo è un esempio molto chiaro di un termine che parte da un valore e arriva a un altro. E questo in greco non è strano perché è una lingua intimamente dialettica, in cui gli opposti si trovano insieme. Non è un caso che il pensiero filosofico sia nato in Grecia. Perché ha una forma espressiva, lessicale, che si è ovviamente costituita nell’uso, ma si è costituita appunto in forme dialettiche, di incontro di elementi opposti.
Questo ci tranquillizza, per cui Krisis per noi è soltanto la crisi, cioè la contrapposizione di forze non sempre in grado di trovare una soluzione, un equilibrio. Mentre invece in greco, a parte questi casi di testi medici e naturalistici, vuol dire prevalentemente «giudizio», «valutazione».
Nel dibattito contemporaneo vi è un uso eccessivo del termine geopolitica. Questa semplificazione nasconde rischi di riduzionismo, ossessione per il conflitto e potenziali derive autoritarie. E fa dimenticare altre dimensioni importanti delle relazioni internazionali. Per esempio il diritto internazionale, gli scambi culturali e commerciali, i movimenti di opinione, le religioni e i sistemi di governo.

Contro la geopolitica: ovvero sulla liberazione della politica dalla tecnica
di Mireno Berrettini
«Ogni grande trasformazione storica comporta quasi sempre un cambiamento nel linguaggio», così scriveva Carl Schmitt in Land und Meer, una delle sue opere probabilmente più affascinanti, pubblicata in un drammatico 1942. Anche solo uno sguardo cursorio ci conferma che oggi siamo coinvolti in processi di cambiamento in entrambe queste dimensioni: politica e linguaggio. Più che nel post-Guerra Fredda, infatti, dovremmo pensarci nell’era della transizione. Esattamente come alla fine del XVIII secolo, le parole della politica stanno subendo slittamenti semantici che mutano i concetti a cui in precedenza facevano riferimento. Al tempo stesso cambiano i rapporti tra significato e significante, venendo meno quelli consolidati dalla tradizione del pensiero politico occidentale. Vecchi lemmi trovano nuovi significati e si agganciano a categorie diverse. Proliferano neologismi e formule indicano nuove entità geografiche, sintomo che le tassonomie della modernità sono entrate in crisi nel descrivere l’attuale rapporto tra spazio e potere.
Se esiste una parola-chiave che simbolizza questo processo è l’onnipresenza del lemma «geopolitica», assurto a sinonimo dell’intera complessità del sistema delle relazioni globali. «Geopolitica» è diventato metonimia dei rapporti tra diversi Stati; «geopolitica» è sineddoche della proiezione di un attore in ambito internazionale; «geopolitica» è analogo all’arte di condurre la politica estera. «Geopolitica» è dunque diventato sostituto della formula «relazioni internazionali» tout court, equivalente di «politica estera» e di «diplomazia». Si tratta di un riduzionismo lessicale che è prodotto e produttore dell’impoverimento intellettuale e comunicativo dell’età a noi contemporanea. Ma c’è di più.
Nell’egemonia discorsiva assunta dal termine geopolitica si nascondono almeno tre piccoli grandi problemi. Per prima cosa, ci sono i bisogni della società contemporanea, incurante del passato e ossessionata dal futuro, dalla predizione, dal conoscere gli esiti di eventi spesso percepiti come epocali e da tutto ciò che accadrà dopo. Per questo, si chiede agli esperti di indicare gli sviluppi di una situazione, quando gli storici hanno dei problemi a conoscere il passato, i politologi il presente, e il futuro è materia esclusiva di oracoli e profeti.
Altro pericolo indotto dalla centralità discorsiva della «geopolitica» è quello dell’ossessione per la competizione, la sicurezza e il conflitto; conseguenza di questo è la marginalizzazione di altre dimensioni più costruttive delle relazioni internazionali, che spesso coesistono e sono attive anche nei momenti di più grave crisi. Le norme e i regolamenti del diritto internazionale, i sistemi di governance, gli scambi culturali e commerciali, i movimenti transnazionali di opinione e le grandi religioni sono parte determinante di un reticolo simbolico e materiale che compone la società internazionale, la quale ha un effetto importante sulle logiche globali. La geopolitica non considera tutto questo, dimenticandolo dalla semplificazione securitaria.
Infine, dobbiamo prendere in considerazione il pericolo più grande, ovvero la torsione autoritaria delle nostre categorie politiche. La geopolitica venne introdotta dallo svedese Rudolf Kjéllen nel 1916 e sviluppata dal generale tedesco Karl Ernst Haushofer che nel 1924 fondò il periodico intitolato Zeitschrift für Geopolitik. Tra i due conflitti mondiali da approccio analitico la geopolitica finì per informare la politica estera dei regimi autoritari revisionisti degli anni ’30: Germania, Italia e Giappone. Molto della visione imperiale italiana, del concetto di Eurafrica, il famigerato spazio vitale tedesco (Lebensraum), e la Sfera di co-prosperità della Grande Asia Orientale giapponese (Dai Tōa Kyōeiken) derivano dalla meccanica della geopolitica. Oggi, la proliferazione del lemma «geopolitica» può funzionare da cavallo di Troia per l’introduzione di categorie pericolose per la nostra identità e i nostri valori democratici.
Provo a spiegarmi. Il grande merito dell’analisi geopolitica sta proprio nel suo limite più rilevante: il riduzionismo astorico prescrittivo. Secondo l’approccio della geopolitica gli Stati, o gli attori che si muovono nell’arena internazionale, sono in competizione reciproca per il controllo dello spazio, agendo secondo logiche che derivano non tanto dalle decisioni dei singoli, o dal modo in cui le società interpretano i propri interessi, paure e necessità, ma dalla geografia. Gli Stati vengono ridotti a entità monolitiche (dove il dibattito interno è irrilevante), sono spesso descritti come operanti secondo logiche e sentimenti tipici dell’agire umano, che tendono inevitabilmente allo scontro; in questa visione, la guerra non è solo uno strumento legittimo della risoluzione delle controversie, ma l’essenza della politica globale.
La geopolitica è determinista, non ammette visione alternative, si autorappresenta e, ahimè, viene percepita come la tecnica della politica internazionale, sostenendo dunque in ambito mediatico una nuova proposta tecnocratica. In questo nuovo passante della storia del rapporto tra sapere e potere, dietro la geopolitica scompare la politica, e sulla scia della centralità discorsiva della prima, si sta introducendo una visione unilaterale dello sviluppo del sistema globale, delle scelte in politica estera e della costruzione di proposte per la governance internazionale.
Stiamo dunque attenti a non scambiare la parte per il tutto. La geopolitica è un approccio analitico, una scuola molto raffinata e, perché no, molto utile. Ma si tratta pur sempre solo di uno degli strumenti che dobbiamo utilizzare per analizzare, ordinare e studiare il caos globale, inserendolo in sistemi di senso e dunque per costruire delle politiche adatte a governarlo. Non si può remare in direzione contraria al divenire storico, ma il compito di chi fa del lavoro intellettuale la propria professione è anche quello di contribuire a disvelare i rapporti di potere insiti nella relazione tra conoscenza e verità; o, forse, più modestamente, di mettere in guardia chi ha la forza di mettersi in discussione.
Contenuti >>



