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    Hedges: «Come i media occidentali vendono un genocidio»

    L’atto d’accusa dell’ex capo dell’ufficio di corrispondenza per il Medio Oriente del New York Times
    Chris Hedgesdi Chris Hedges21 Settembre 202614 Minuti di lettura
    «The Yellow Press», illustrazione satirica di Louis M. Glackens, 1910. Wikimedia Commons. Public domain.
    «The Yellow Press», illustrazione satirica di Louis M. Glackens, 1910. Wikimedia Commons. Public domain.
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    Doppi standard, censura, forma passiva e linguaggio eufemistico: il premio Pulitzer Chris Hedges denuncia i grandi media di essersi schierati dalla parte di Tel Aviv. E li accusa di aver contribuito a normalizzare la guerra di Gaza e a oscurarne gli effetti sui civili palestinesi. Un’invettiva che passa ai raggi X il lessico usato per raccontare i massacri, il trattamento riservato alle fonti palestinesi e la riluttanza delle principali testate a mettere in discussione la versione israeliana degli eventi.

    Ascolta l’articolo, narrato da Maria Pappini

    IN BREVE

    Fabbrica del consenso Secondo Hedges, la stampa allineata occulta le violazioni del diritto internazionale, trasformando sistematicamente l’occupazione militare in una narrazione difensiva. 

    Distorsione orwelliana Formulazioni impersonali e vocaboli edulcorati cancellano le responsabilità sul campo, riducendo i crimini a fatalità prive di autori accertati. 

    Messa a tacere I media mainstream screditano i corrispondenti palestinesi, mentre le direttive interne impongono veti su concetti chiave per descrivere l’eccidio in corso. 

    Controllo digitale I colossi digitali reprimono la circolazione di filmati indipendenti mediante algoritmi opachi, bloccando l’esodo degli utenti verso canali alternativi. 

    Nota della direttrice.

    Pubblichiamo questo durissimo atto d’accusa nei confronti del sistema dell’informazione occidentale, perché a formularlo è una voce che quel sistema lo conosce dall’interno.

    Vincitore del Premio Pulitzer, per anni giornalista di guerra e già capo dell’ufficio di corrispondenza del New York Times per il Medio Oriente, Hedges non è un osservatore esterno che giudica un mondo che non conosce. La sua critica nasce da una lunghissima esperienza professionale ai vertici del giornalismo internazionale.

    Non è necessario condividere tutte le sue conclusioni per ritenere che questo testo debba essere letto e dibattuto. Anzi, proprio quando un’accusa è così radicale, è doveroso confrontarsi con gli argomenti sui quali si fonda, verificandoli e sottoponendoli a critica.

    È questo, del resto, il senso del pluralismo che intendiamo praticare su Krisis: dare spazio anche a tesi forti e controverse, a condizione che provengano da firme autorevoli e possano contribuire a mettere in discussione le narrazioni consolidate.


    I media occidentali fabbricano il consenso per il genocidio. Normalizzano l’occupazione militare e l’apartheid di Israele, in atto da decenni. Cancellano le palesi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Perpetuano la falsa narrazione di Israele come vittima. Tradiscono, screditano e demonizzano il lavoro dei giornalisti e degli operatori dei media palestinesi a Gaza — almeno 220 dei quali sono stati uccisi da Israele tra il 7 ottobre 2023 e l’agosto 2025. Accettano supinamente la draconiana censura israeliana. Si limitano a tiepide lettere di protesta di fronte al rifiuto di Israele di consentire l’ingresso di reporter stranieri a Gaza — una mossa israeliana volta a celare i propri crimini di guerra. Amplificano le menzogne ​​israeliane — dai neonati decapitati alle violenze sessuali di massa contro le donne israeliane il 7 ottobre — per oscurare la verità.

    Quando si scrive di Gaza, si ricorre alla forma passiva. Manca il soggetto. Nessuno è ritenuto responsabile. Il genocidio, a quanto pare, è un atto divino. Non diverso da un terremoto o da uno tsunami. Luoghi comuni e aggettivi vaghi, come «ciclo di violenza» o «scontri», distorcono e falsificano la realtà.

    «Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero» avvertiva George Orwell.

    Termini come «genocidio», «atrocità», «pulizia etnica» e «Territori occupati» scompaiono magicamente dai resoconti dei media sui palestinesi, la cui resistenza viene regolarmente descritta come «selvaggia» e «barbara». I giornalisti del New York Times ricevono istruzioni dai capo-redattori di evitare termini quali «Palestina», «genocidio», «carneficina», «campo profughi», «strage» e «massacro» quando parlano dei palestinesi.

    I media ripetono pedissequamente ciò che Israele propina loro. I bombardamenti a tappeto diventano «raid aerei chirurgici». L’uso della fame come arma da parte di Israele diventa «carenza di cibo». L’uccisione di civili disarmati – bambini compresi – diventa «scontri». Gli insediamenti fortificati dei coloni ebrei sulle colline diventano «quartieri». L’uccisione extragiudiziale di un giornalista o di un medico diventa un «decesso». (…)

    Quando degli israeliani sono trattenuti da Hamas, vengono definiti «ostaggi», anche se prestano servizio nell’esercito. Quando dei palestinesi – inclusi i bambini – vengono trattenuti senza accuse né processo e fatti sparire nei centri di detenzione israeliani, dove la tortura è «diffusa» e «sistematica», vengono definiti «prigionieri».

    Whenever our western media use the passive voice, ask yourself what the active voice would have said and why they didn't want you to hear that:

    Israel destroyed their schools and blocks school supplies from entering Gaza. https://t.co/1Apz2lXTSV

    — Petra Schurenhofer (@PetraSchur) September 20, 2026

    Gli attacchi missilistici contro ospedali o tendopoli vengono attribuiti a gruppi armati palestinesi che lanciano razzi fuori bersaglio. Se Israele ammette gli attacchi – cosa che accade molto raramente – questi vengono descritti come un «tragico errore».

    Le istituzioni civili di Gaza vengono etichettate come «gestite da Hamas» per mettere in dubbio la veridicità di quanto riferiscono. Il New York Times accompagna abitualmente gli annunci del Ministero della Salute di Gaza sottolineando che esso «non distingue tra civili e combattenti», occultando così la strage di decine di migliaia di civili.

    Il risultato è una delle forme di scrittura più contorte nella storia del giornalismo, come dimostra il titolo del New York Times del 5 novembre 2023: «Esplosioni che secondo gli abitanti di Gaza sono state un attacco aereo causano numerose vittime in un quartiere densamente popolato».

    «Quando i giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz, insieme al fotoreporter della Reuters Hussam al-Masri e ai freelance Moaz Abu Taha e Mariam Dagga – che avevano collaborato con diverse testate, tra cui l’Associated Press – sono rimasti uccisi in un attacco di tipo «double tap» (una tattica volta a colpire i soccorritori che intervengono per assistere le vittime dei primi bombardamenti) presso il complesso medico Nasser, come hanno reagito le agenzie di stampa occidentali?» ho chiesto nel mio corsivo The Betrayal of Palestinian Journalists.

    «L’esercito israeliano afferma che gli attacchi all’ospedale di Gaza avevano come obiettivo quella che definisce una telecamera di Hamas» ha riferito l’Associated Press.

    «L’IDF sostiene che l’attacco all’ospedale mirasse a una telecamera di Hamas», ha annunciato la CNN.

    Dear UNICEF, who killed the children? https://t.co/RJD3Dta7ka

    — Alexandra Halaby (@iskandrah) September 3, 2026

    La telecamera apparteneva alla Reuters, la quale ha dichiarato che Israele era «pienamente consapevole» del fatto che l’agenzia di stampa stesse effettuando riprese dall’ospedale.

    «Quando il corrispondente di Al Jazeera Anas Al Sharif e altri tre giornalisti sono stati uccisi il 10 agosto nella loro tenda stampa vicino all’ospedale Al Shifa, com’è stata riportata la notizia dalla stampa occidentale?» ho chiesto.

    «Israele uccide giornalista di Al Jazeera che definisce leader di Hamas»: così la Reuters ha titolato il suo articolo, nonostante al-Sharif facesse parte di un team della Reuters vincitore del premio Pulitzer nel 2024.

    Il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato un articolo in prima pagina con il titolo: «Terrorista travestito da giornalista ucciso a Gaza».

    «Le acrobazie linguistiche adottate dai media sono arrivate al punto di ridefinire le parole, privandole di significato», scrive Assal Rad in Don’t Say Palestine: How the Media Manufactured Consent for Genocide:

    «I media mainstream hanno fallito nel definire le ripetute infrazioni di Israele al cessate il fuoco con il linguaggio della violenza. Al contrario, la copertura mediatica ha seguito i soliti schemi, cercando di razionalizzare gli attacchi israeliani e ripetendo acriticamente le giustificazioni fornite da Israele per le proprie azioni. Mentre i palestinesi continuavano a essere uccisi – nel pieno di un “cessate il fuoco” – e il flusso di aiuti non raggiungeva né i livelli necessari né quanto pattuito, i media occidentali hanno etichettato queste palesi violazioni come “prove” o “sfide” per un “cessate il fuoco precario”. Anche quando importanti organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, avvertivano che il genocidio non era affatto terminato, i media tradizionali hanno continuato a descrivere la situazione come una guerra caratterizzata da un “cessate il fuoco fragile”».

    Western Media's Double Standard: When Language Becomes a Weapon

    The claim that Western newsrooms are neutral arbiters of fact collapses under scrutiny of their own headlines. Side by side, the pattern isn't subtle, it's systematic.

    When Russia sent troops into Ukraine,… pic.twitter.com/IJqb17KXYE

    — The Hormuz Times (@TheHormuztimes) September 18, 2026

    Le parole contano. Le parole giustificano le azioni. Se non è in corso un genocidio, se Israele si sta difendendo in una guerra, gli Stati Uniti e gli alleati europei di Israele hanno il diritto di fornire decine di miliardi di dollari in aiuti militari. Se questa è una guerra iniziata da Hamas il 7 ottobre, allora è possibile deplorare la distruzione di Gaza e la carneficina perpetrata da Israele come la triste conseguenza dell’attacco di Hamas.

    Questa corruzione del linguaggio è concepita, come osservava già nel 1946 Orwell nel celebre saggio Politics and the English Language, per difendere l’indifendibile:

    «Fatti come il mantenimento del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni in Russia o il lancio delle bombe atomiche sul Giappone possono certamente essere difesi, ma solo ricorrendo ad argomentazioni troppo brutali perché la maggior parte delle persone possa affrontarle, e che non si conciliano con gli obiettivi dichiarati dei partiti politici. Di conseguenza, il linguaggio politico deve necessariamente basarsi in gran parte su eufemismi, petizioni di principio e una vaga, assoluta indeterminatezza. Villaggi indifesi vengono bombardati dal cielo, gli abitanti cacciati nelle campagne, il bestiame falciato dalle mitragliatrici, le capanne incendiate con proiettili incendiari: tutto questo viene chiamato “pacificazione”. Milioni di contadini vengono privati ​​delle loro terre e costretti a mettersi in cammino portando con sé soltanto ciò che riescono a trasportare: questo viene definito “trasferimento di popolazione” o “rettifica dei confini”. Persone vengono incarcerate per anni senza processo, giustiziate con un colpo alla nuca o mandate a morire di scorbuto nei campi di lavoro forestale dell’Artico: questo viene chiamato “eliminazione di elementi inaffidabili”».

    Nel suo saggio How to Sell a Genocide: The Media’s Complicity in the Destruction of Gaza, Adam Johnson ha esaminato oltre 12.000 articoli tratti da The New York Times, The Washington Post, CNN.com, Politico, Axios, USA Today e The Associated Press, oltre a 5.000 servizi televisivi trasmessi da CNN e MSNBC. Il suo libro, frutto di un’accurata ricerca, costituisce una pesante accusa contro la giustificazione del genocidio da parte dei media liberal.

    La CNN e il New York Times hanno impartito disposizioni ai propri redattori e giornalisti stabilendo che gli attacchi potessero essere attribuiti a Israele solo previa conferma da parte dell’IDF e disponibilità delle coordinate GPS. Johnson cita una fonte interna alla CNN:

    «Che si trattasse della redazione o del lavoro sul campo, non potevamo attribuire nulla a Israele senza dover soddisfare standard di rigore impossibili: dovevamo definire l’evento semplicemente come un'”esplosione”, geolocalizzarne il luogo, inviare le coordinate agli israeliani e chiedere loro un commento».

    Israel is committing genocide in Gaza.

    But, for @BBCNews, it's a 'fraught Israel-Gaza debate'.

    Fake 'impartiality' = complicity.https://t.co/inhLmyRPUN

    — Media Lens (@medialens) September 18, 2026

    È possibile guardare qui un’intervista a Johnson sul suo libro, realizzata da The Electronic Intifada.

    I giornalisti della CNN che si occupano di Israele e Palestina devono sottoporre i propri servizi all’esame della sede di Gerusalemme dell’emittente prima della messa in onda. Tale sede, come tutte le redazioni giornalistiche in Israele, è tenuta a rispettare le restrizioni imposte dalla censura militare israeliana.

    Ai pochissimi palestinesi che appaiono sulla CNN e su altri media tradizionali viene regolarmente chiesto – di solito ancor prima che venga loro concesso di andare in onda – se «condannino» Hamas. Agli ospiti che esprimono anche solo una tiepida critica nei confronti di Israele viene chiesto se Israele «abbia il diritto di esistere».

    A nessuno viene mai chiesto se condanni il sionismo, l’apartheid, la pulizia etnica, il genocidio o la guerra centenaria di Israele contro la Palestina. Né viene chiesto se i palestinesi abbiano il diritto di difendersi – diritto che, secondo il diritto internazionale, possiedono, anche ricorrendo alle armi.

    I nostri giornalisti e le nostre testate giornalistiche asserviti al sistema sono, come ha osservato Robert Fisk (storico corrispondente britannico dal Medio Oriente, ndr), «prigionieri del linguaggio del potere». Ripetono docilmente il lessico ufficiale. Ciò li rende non solo propagandisti, ma complici del genocidio.

    Coloro che protestano contro il genocidio, compresi gli studenti nei campus universitari – molti dei quali ebrei – vengono denigrati come «sostenitori di Hamas» e «antisemiti». I giornalisti vanno a scovare studenti sionisti, solitamente rintanati nelle sedi Hillel del campus (centri dedicati alla vita ebraica degli studenti universitari, ndr) i quali affermano di «temere per la propria incolumità» a causa delle proteste.

    This film has the potential to finally put Western genocide deniers, enablers, and cheerleaders in their place. bizarre to me to watch people on the left attack the filmmakers for the apparently unforgivable act of … making it https://t.co/CKCiWY8Ev6

    — Hanno Hauenstein (@hahauenstein) September 13, 2026

    I media dedicano scarsa attenzione all’aumento dell’odio antimusulmano o alla repressione attuata contro gli studenti che protestano. Una repressione che include non solo la brutalità della polizia e 3.000 tra fermi e arresti, ma anche sospensioni, periodi di prova, espulsioni, il mancato rilascio dei diplomi e il licenziamento dei docenti solidali con la causa.

    Gli slogan che invocano la liberazione della Palestina – tra cui «Dal fiume al mare», «La Palestina sarà libera» – così come la bandiera palestinese, sono stati criminalizzati. Il messaggio è chiaro: le vite degli ebrei contano. Quelle dei palestinesi no.

    «I rapporti delle agenzie dell’ONU, di autorevoli osservatori dei diritti umani, di riviste mediche e di personale sanitario professionale vengono generalmente trattati con rispetto e ricevono ampio risalto nei media mainstream» scrive lo storico Rashid Khalidi nell’introduzione al libro di Robin Anderson The Complicit Lens: US Media Coverage of Israel’s Genocide in Gaza:

    «Non in questa guerra: al contrario, quando tali fonti vengono citate, si riserva lo stesso spazio mediatico alle vergognose calunnie e diffamazioni contro queste organizzazioni e questi individui, accuse infamanti prodotte in gran quantità dalla schiera di propagandisti di professione di Israele e dalla miriade dei suoi sostenitori negli Stati Uniti. Oltre a bollare chi critica il genocidio perpetrato da Israele come sostenitore di Hamas o simpatizzante dei terroristi, l’arma principale del loro arsenale diffamatorio è l’uso sistematico e scandaloso della letale accusa di antisemitismo».

    La fuga di massa di lettori e spettatori dai media tradizionali verso piattaforme di social media – che non filtrano le notizie attraverso la lobby israeliana, il governo statunitense o le grandi corporation – è un chiaro segnale del fallimento dei media. La risposta a questo esodo è stata il cosiddetto «platformicide»: il ricorso ad algoritmi, allo «shadow banning», alla limitazione delle funzionalità di diretta streaming e alla chiusura di account da parte di colossi come Facebook, Instagram, X, YouTube e TikTok, con l’obiettivo di ridurre drasticamente la diffusione delle notizie sulla Palestina.

    Questa censura rientra in un tentativo coordinato di celare al pubblico l’orrore del genocidio. (…) La Nakba del 1948 – quando i sionisti europei sequestrarono più del 78% della Palestina storica, espulsero 750.000 palestinesi, distrussero più di 530 villaggi palestinesi e uccisero 15.000 palestinesi – è raramente nominata.

    BOMBSHELL: Gaza Photojournalist Reveals Hamas Ran a WhatsApp Group to Control War Coverage

    Motaz Azaiza — once the face of Gaza's war reporting, with nearly 20M followers — says a Hamas-linked WhatsApp group called "Smart" directed media coverage and organized attacks on… pic.twitter.com/6pmrm7JheB

    — ME24 – Middle East 24 (@MiddleEast_24) September 19, 2026

    Il progetto sionista prevede di fomentare l’amnesia storica. «Una volta che Hamas fu descritto come un brutale gruppo terroristico i cui membri torturavano, smembravano e decapitavano allegramente bambini senza alcun rimorso di coscienza, non occorreva più alcuna spiegazione» scrive Anderson nel suo libro. «I media hanno semplicemente evitato di riportare la storia di violenza di Israele e, come risultato, i media dell’establishment hanno anche evitato di raccontare le condizioni della vita quotidiana dei palestinesi».

    La finzione secondo cui a Gaza sarebbe attualmente in vigore un cessate il fuoco – nonostante Israele abbia ucciso almeno 1.286 palestinesi e ne abbia feriti 4.257 da quando tale tregua è presumibilmente iniziata – è diventata il pretesto usato dai media occidentali per voltare le spalle a Gaza. Questa negazione del genocidio ha caratterizzato la copertura mediatica fin dal principio. Essa occulta non solo i crimini di Israele, ma anche la dichiarata intenzione israeliana di attuare una pulizia etnica di tutti i palestinesi da Gaza. Di fatto, svuota di significato il diritto internazionale e ridicolizza la professione giornalistica.

    Quando si compirà l’atto finale della pulizia etnica, sono certo che i media occidentali continueranno a sommergerci di propaganda israeliana, eufemismi e luoghi comuni. 

    Giustificheranno il genocidio fino alla fine.

    Testo tratto da: https://chrishedges.substack.com/p/how-the-media-sells-genocide?(traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Chris Hedges
      Chris Hedges

      Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall'estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).

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