Dalle montagne del Montenegro alla pianura del Kosovo, passando per monasteri, frontiere e luoghi segnati da guerre e contrapposizioni etniche e religiose. Un viaggio lungo una terra aspra, dove il passato non è mai davvero passato. Ostrog, Cetinje, Morača: luoghi di fede e memoria nei quali convivono devozione, identità e ospitalità. Ma anche paesaggi selvaggi, incontri sorprendenti e ricordi della vecchia Jugoslavia. Fino alla frontiera con il Kosovo, dove le tensioni del presente riportano dentro una storia ancora aperta.
Prima parte del reportage: «Nel ventre dei Balcani, dove il passato non passa»
Ascolta l’articolo, narrato da Andrea Pincin:
Nota della direttrice
Con questa puntata inauguriamo su Krisis il resoconto del nostro viaggio attraverso il cuore dei Balcani. Un itinerario storico e spirituale che ho ideato con l’obiettivo di addentrarci in una terra tanto aspra quanto affascinante, dove il passato dialoga con il presente e le ferite della storia sono ancora aperte.
A guidarvi attraverso queste righe non sarà la mia voce, bensì lo sguardo attento, curioso e partecipe di Marino Pincin, uno dei nostri compagni di viaggio. Nella parte iniziale, Marino ci porta tra le montagne del Montenegro, alla scoperta dei monasteri ortodossi e di una spiritualità che resiste indomita, fino al varco di frontiera con il Kosovo. Un racconto fatto di memoria storica, volti scolpiti nella pietra, paesaggi selvaggi e frammenti di storia vissuta. Buona lettura.
Chissà se vi è mai capitato di viaggiare nel ventre di una terra aspra, dove vento e acqua hanno modellato rocce millenarie, una terra tormentata nei secoli da invasioni, guerre religiose e conflitti fratricidi.
Un territorio che ancora oggi porta su di sé ferite infette, mai guarite dall’odio etnico e da contrapposizioni religiose. Un luogo dove ti chiedi: «Dio, se davvero esisti, perché hai permesso tutto questo?». Eppure, anche in questo inferno terreno, si può trovare un braciere acceso che riscalda l’anima nella notte fredda e buia, un fascio di luce che illumina il cammino.
Il punto di partenza è Podgorica, la capitale del Montenegro. Posizionata in un vasto altopiano circondato da montagne, sembra quasi di stare nel cratere di un vulcano. Qui, per le strade della città, incontri una miriade di giovani e bellissime donne di ogni età. Quando chiedo un’informazione ai locali mi sforzo di mettere insieme quattro parole in serbo, questi spalancano gli occhi.
Prima di rispondere alla domanda, mi chiedono: «Com’è che tu sai parlare la nostra lingua?». Capiscono che li rispetti, apprezzano di essere considerati un «popolo», il popolo dei serbi (anche se, dopo l’indipendenza del 2006 e il progressivo avvicinamento all’Occidente, oggi molti si identificano come montenegrini e sostengono di parlare montenegrino).
Elisabetta Burba, la direttrice di Krisis che ha ideato questo percorso storico e spirituale inscindibile, sarà la nostra guida culturale alla scoperta dei Balcani. Punto di osservazione privilegiato, i monasteri serbo-ortodossi, gioielli artistici e architettonici, ma anche custodi pacifici di una fede, di una memoria e di un’identità che la storia ha più volte cercato di cancellare.
Padre Aleksandar Crnogorac, il segretario del vescovo serbo-ortodosso di Pakrac Jovan Ćulibrk, in Croazia, sarà il nostro accompagnatore. Quest’omone alto un metro e 89 dal sorriso fanciullesco ci traghetterà con il suo van lungo strade improbabili che ci porteranno in Kosovo, Serbia e infine Croazia. Un gigante buono, che sopporterà con religiosa dedizione ogni nostra richiesta.

Qui in Montenegro, lontano dalla quotidianità e dai comuni intoppi della vita, la mente vola libera e mi propone l’immagine di una storia già vista, quasi vissuta. Ma certo: I diari della motocicletta. Fra il 1951 e il 1952, Ernesto Guevara de la Serna, studente di medicina, e il suo compagno di studi Alberto Granado decisero di intraprendere un viaggio attraversando in motocicletta il continente sudamericano.Questa metafora ci ha accompagnato durante tutto il nostro viaggio.
Torniamo a noi. La prima meta è il monastero serbo-ortodosso di Ostrog. A padre Aleksandar, si aggiunge una guida locale, Nikola Popović, un uomo ancora giovane ma con capelli bianchi e barba nera.
La strada asfaltata scavata nella roccia sale lungo la valle, continua a salire, finché, superato uno sperone di roccia, si scorge sul versante opposto la facciata di una chiesa perfettamente incastonata nella parete di roccia verticale con al suo fianco il campanile. D’un tratto un’immagine nasce nella mente, un’immagine che mi fa intravedere un Dio architetto e carpentiere, colui che ha creato quest’opera.
Prima di visitare questo gioiello di architettura, arriva l’invito da parte di un prete ortodosso all’agape. Attorno a una grande tavolata, ci vengono offerti frutta, caffè, dolciumi (i lokum lasciati in eredità dagli Ottomani) e rakija, l’onnipresente acquavite balcanica, ottenuta per lo più dalla distillazione delle susine.
È un gesto di ospitalità, offerto senza chiedere nulla in cambio. La gratuità che nel mondo occidentale sembra ormai quasi scomparsa, qui è ancora profondamente radicata. L’agape mi fa ricordare la storia dei due squattrinati studenti di medicina argentini che hanno girato il continente sudamericano in motocicletta, ricevendo ospitalità e cibo dagli abitanti locali.
Ci avviciniamo all’entrata del monastero passando davanti alla foresteria. Un’immagine ci colpisce: dietro i vetri degli infissi si vedono migliaia di coperte accatastate. Nikola spiega che durante le ricorrenze dei santi arrivano migliaia di persone. E poiché all’interno della foresteria c’è posto per pochi, la maggior parte dorme nel cortile esterno, avvolta nelle coperte, sotto il cielo stellato.

Il monastero di Ostrog fu fondato nel diciassettesimo secolo da Vasilije Jovanović, poi divenuto San Basilio da Ostrog, in epoca ottomana, quando la costruzione di nuovi monasteri era generalmente vietata. La sua posizione, incastonata nelle pareti quasi verticali della montagna, non fu una scelta casuale: in un’epoca di guerre e incursioni, le sue grotte offrivano ai monaci un rifugio naturale e alla fede ortodossa un luogo dove continuare a vivere e a resistere.
In origine era un umile eremo: fu qui che San Basilio di Ostrog si ritirò come vescovo, facendolo conoscere come centro di spiritualità ortodossa. E qui ancor oggi sono conservate e venerate le sue reliquie. Ogni giorno migliaia di fedeli, per lo più serbo-ortodossi, ma anche russi e greci, arrivano qui per omaggiare con un bacio l’icona che ritrae il Santo e la teca dov’è custodito il suo corpo, rimasto intatto. Non è fanatismo, non è superstizione. È fede autentica.
Donne e uomini arrivano in questo luogo che traspira pace e serenità per una preghiera, e per sentirsi parte del creato. Nessuno si mette in posa per una banale foto ricordo accanto alla tomba del santo. La fede ortodossa non è annacquata dal consumismo o dai social media. No: questa è devozione. E, a differenza che a San Giovanni Rotondo, Lourdes o Medjugorje, non si vede traccia di mercanti del tempio».

Arrivati alla sommità del campanile, la vista spazia per decine e decine di chilometri. Ciò che colpisce è la verticalità: a guardare verso il basso viene il capogiro. I monaci che nel tempo hanno presidiato questo luogo santo hanno assistito al passaggio di eserciti invasori, ma il monastero è stato risparmiato, protetto da una mano invisibile.
Il giorno seguente siamo a Cetinje, antica capitale del Regno di Montenegro. Fondata nel quindicesimo secolo, si sviluppò attorno al monastero serbo ortodosso, diventando il centro economico, culturale e religioso del regno.
In città rimane parte del palazzo reale e Biljarda, l’edificio costruito nel 1838 dal principe-vescovo Petar II Petrović-Njegoš come sua residenza, oltre che sede del Senato e dell’amministrazione statale. Il nome deriva dal tavolo da biliardo che Njegoš vi fece collocare. La nostra visita al monastero serbo-ortodosso si concentra principalmente sul museo, dove sono custoditi preziosissimi libri, manoscritti e oggetti sacri.

Conclusa la visita, arriva l’immancabile invito dei monaci all’agape. A servirci è un novizio ventenne di rara bellezza. Paraguayano, cresciuto nella fede cattolica, è arrivato al monastero di Cetinje sei mesi fa attraversando mezzo mondo alla ricerca di Dio. La luce che brilla nei suoi occhi ci dice che lo ha trovato.
Nikola ci racconta che due settimane prima si è tenuta una manifestazione di protesta all’entrata del monastero: alcuni esponenti politici vorrebbero allontanare i monaci e trasformare il luogo sacro in un museo.
Spettacolare il viale delle ambasciate: dopo il riconoscimento dell’indipendenza montenegrina nel 1878, le principali potenze europee aprirono qui le loro rappresentanze diplomatiche. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento sorsero eleganti edifici che ancora oggi testimoniano il ruolo internazionale raggiunto dalla minuscola capitale.
Raggiungiamo una terrazza panoramica che sovrasta la città. Dipinta su una parete di roccia, un’enorme bandiera rossa con al centro una croce bianca. È il Krstaš-barjak, lo storico vessillo di guerra del Montenegro, documentato fin dalla fine del XVII secolo e associato alle grandi battaglie per l’indipendenza contro l’Impero Ottomano.

Lasciata Cetinje, scendiamo verso il lago di Scutari. Nel piccolo villaggio di pescatori Rijeka Crnojevica incontro un venditore ambulante. Quando capisce che sono italiano, si gira di spalle e mi fa vedere il retro della maglietta con la scritta «kraljca Jelena» e il ritratto di una donna. In discreto italiano, mi dice orgoglioso: «Questa che vedi è la regina Elena, nata a Cetinje, che il Regno del Montenegro ha dato in sposa al futuro re d’Italia».
Indicando il vicino ponte di pietra a doppia arcata sul canale che ricorda quello di Mostar, il venditore aggiunge: «Quand’era ragazzina, la futura regina d’Italia sostava sopra quel ponte e lavorava a maglia». La storia va studiata, certamente, ma viverla in prima persona diventa un’altra cosa. Alla corte dei Savoia, Elena del Montenegro era poco elegantemente soprannominata «la pastora». Ma fu lei, da buona montenegrina, ad alzare la statura della dinastia: i montenegrini, del resto, sono noti per essere i più alti dell’ex Jugoslavia.

Durante il giro in barca sul lago che confina con l’Albania, scopriamo una ricchezza naturalistica sorprendente: distese a perdita d’occhio di ninfee in fiore e canneti dove nidificano numerose specie di uccelli. Folaghe, beccacce, cormorani, gabbianelle, ma soprattutto aironi allietano questo paesaggio ancora selvaggio.
Rientrati a Podgorica, visitiamo la cattedrale ortodossa dedicata al Cristo Risorto. L’edificio, inaugurato nel 2013, è maestoso. Per costruirlo, sono state utilizzate le pietre provenienti da chiese ortodosse che erano state distrutte. All’esterno, sono stati scolpiti numerosi bassorilievi che richiamano i pilastri della religione ortodossa, mentre internamente la cattedrale è un’icona ortodossa senza fine. Ma si trovano anche dipinti che raffigurano Confucio e Buddha. Anche qui i fedeli entrano per un momento di preghiera, baciano l’icona del santo e in devoto silenzio escono.
A fianco alla cattedrale, un monumento ricorda Nikola Tesla, il grande scienziato di etnia serba, nato a Smiljan, un piccolo villaggio dell’Impero austro-ungarico ora in Croazia. Sebbene non sia mai vissuto in Montenegro, pare storicamente accertato che avesse radici montenegrine. La vicinanza tra il monumento a lui dedicato e la grande croce della cattedrale richiama visivamente questa eredità religiosa e culturale.

Mentre stiamo partendo per il Kosovo, ci arriva una notizia bomba. In giornata (è il 16 settembre) uscirà una sentenza delle Camere specializzate del Kosovo, un tribunale con sede all’Aia e giudici internazionali. Sul banco degli imputati, il leader politico e militare kosovaro albanese Hashim Thaçi. Soprannominato «il serpente», a fine anni Novanta era stato l’onnipotente comandante dell’UCK, l’Esercito di liberazione degli albanesi kosovari.
Dopo l’autoproclamata indipendenza del Kosovo, Thaçi era stato ministro degli Esteri, primo ministro e presidente. Eppure, durante la requisitoria finale del processo, la pubblica accusa del tribunale aveva chiesto per lui una condanna pari a 45 anni di reclusione per oltre 100 omicidi e centinaia di casi di tortura.
La notizia ci mette in allerta, visto che un’eventuale condanna del leader dell’UCK potrebbe dar luogo ad accese manifestazioni di protesta in Kosovo, dove è considerato un eroe. Intanto, risaliamo lungo la strada che costeggia il profondo canyon del fiume Morača, le cui acque color verde smeraldo incantano la vista. Questa gola scavata nei millenni da acque tumultuose, nulla ha da invidiare alle ben più famose gole del Verdon, tempio sacro di rocciatori e alpinisti, nella Francia meridionale.

Ci fermiamo per una breve sosta all’omonimo monastero. Qui incontriamo un giovane di Belgrado che durante l’estate viene in aiuto all’unico monaco rimasto. Nonostante evidenti problemi di balbuzie, dà il meglio di sé per illustrare la storia del complesso e spiegare gli antichi affreschi raffiguranti il Cristo e i santi ortodossi.
Ripartiamo. Le strade sono un susseguirsi di curve, salite e discese. Ed è proprio in questo territorio montano che torna la storia dei Diari della motocicletta. Siamo costretti a fermarci per uno sgradevole odore che penetra nell’abitacolo. Dopo qualche controllo, tiriamo un sospiro di sollievo: su quelle ripide strade, i freni del nostro mezzo si erano surriscaldati. Ci è andata sicuramente meglio che a Che Guevara, che per un problema ai freni era rovinato a terra con la sua motocicletta, la Poderosa.
Ripreso il viaggio, iniziamo a scorgere i primi minareti. Qui nel Nord-Est del Montenegro attraversiamo un’area a prevalenza musulmana. Tutto è tranquillo. Saliti ancora un po’, veniamo letteralmente abbracciati da una maestosa foresta di abeti, dove si respira un’aria pura, quasi incontaminata. Al confine dalla parte montenegrina, macchine incolonnate in attesa del controllo dei documenti. Quando arriva il nostro turno, il poliziotto montenegrino ci chiede: «Dove andate?».
La memoria mi riporta indietro di 40 anni, quando si arrivava al confine tra l’Italia e l’ex Jugoslavia. Ogni volta, la polizia jugoslava faceva la stessa domanda: «Dove vai?». Quante volte ho attraversato la cosiddetta cortina di ferro, il confine fra due mondi…
Alla frontiera dalla parte kosovara, di nuovo fila di autovetture e di nuovo la domanda di rito: «Dove andate?». Qui però i poliziotti vogliono vederci in faccia uno a uno. Finalmente ci fanno passare.
Iniziamo la discesa verso un’immensa pianura, quasi inattesa in una terra dominata dalle montagne. È la pianura del Kosovo, una delle grandi vie naturali di passaggio dei Balcani. Guardandola distendersi sotto i nostri occhi, cominciamo a capire perché, nel corso dei secoli, questa terra sia stata così contesa e abbia assunto una tale importanza strategica.
Il nostro compagno di viaggio camerunense Omgba André Ernest, detto Pepe, è leggermente inquieto. Per lui il Kosovo non è soltanto lo Stato balcanico culla della fede serbo-ortodossa diventato oggi crocevia dei peggiori traffici illeciti. È soprattutto il nome del quartiere più malfamato di Yaoundé, la città in cui vive, capitale del Camerun.
Pepe ci mostra sul telefonino un video di Mbole, una nuova tendenza musicale a metà strada con il rap, in cui il cantante recita: «On se lève au Kosovo, depuis la naissance, pour dégager la casse de le système de la vie». Tradotto dallo slang, il senso è: «Ci alziamo in Kosovo, fin dalla nascita, per cercare di uscire dalle difficoltà che il sistema della vita ci impone». Benvenuti in Kosovo.
(Continua)
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