Niente vetrine spaccate né negozi assaltati: gli studenti serbi hanno sfidato il potere con una mobilitazione pacifica, costruendo dal basso un’alternativa politica e raccogliendo un consenso che va oltre la loro generazione. Il loro successo elettorale mostra ai coetanei italiani che il dissenso può diventare responsabilità, organizzazione e progetto.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Leggendo della vittoria elettorale degli studenti in Serbia, che il 25 ottobre ha messo fine ai 14 anni di dominio politico dell’ex presidente Aleksandar Vučić, mi sono tornati in mente i video delle proteste degli ultimi due anni. A Belgrado, Niš e Novi Sad gli studenti marciavano per le strade sventolando bandiere serbe e innalzando icone e croci. Nessuno era mascherato. Nessuno spaccava vetrine. Nessuno sfasciava auto. Anzi. Alla fine delle manifestazioni, i ragazzi tiravano fuori sacchi neri dell’immondizia e si inginocchiavano per ripulire la strada.
Non soltanto una protesta pacifica, dunque, ma un modo diverso di intendere la responsabilità civica. È questa la chiave del successo della Lista studentesca, che ha ottenuto oltre il 52 per cento dei voti senza affidarsi deliberatamente a un leader riconosciuto. E che rappresenta una lezione anche per gli studenti italiani, i quali – per ragioni condivisibili, ma con metodi talora sbagliati – protestano contro i tagli al sistema scolastico, il carovita, i costi degli affitti e la destinazione di risorse al riarmo militare anziché all’istruzione pubblica.
Ma c’è modo e modo di protestare. Gli studenti serbi hanno mostrato che la mobilitazione non deve esaurirsi nella rabbia, né tradursi nella devastazione. Può essere pacifica e, proprio per questo, non meno determinata; può rispettare lo spazio pubblico e al tempo stesso sfidare chi detiene il potere. Soprattutto, può trasformarsi in un progetto politico, capace di raccogliere il consenso necessario per vincere le elezioni.
La Lista, annunciata nel maggio 2025, è l’espressione politica del movimento anticorruzione sorto dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il primo novembre 2024, che ha provocato la morte di 16 persone.
Organizzata come un’iniziativa civica dal basso, anziché come un partito tradizionale, ha presentato 250 candidati, nessuno dei quali studente. Selezionati attraverso le assemblee studentesche nel corso di oltre un anno, provengono dalla società civile: docenti universitari, artisti, medici, ingegneri, atleti… Il primo nome della lista è quello di Ilija Srdanović, 56 anni, cardiologo e professore alla Facoltà di medicina dell’Università di Novi Sad.
Padre Benedetto Scarfi, un commercialista italiano che ha lasciato tutto per farsi monaco serbo-ortodosso in Kosovo, ha sintetizzato il significato della mobilitazione studentesca in una frase: «In un clima di costante oppressione e limitazione della libertà, c’era bisogno di uno sberleffo, di dimostrare che niente e nessuno è immortale, nemmeno il despota, e questo è stato fatto, senza sfasciare vetrine, assaltare negozi, senza moltiplicare disordine».
La forza degli studenti non è stata soltanto quella di portare in piazza migliaia di giovani, ma di coinvolgere una parte molto più ampia della società. L’affluenza alle urne, vicina al 70 per cento, è stata la più alta dal 1992: il segno che la protesta è riuscita a trasformarsi in una domanda collettiva e intergenerazionale di cambiamento.

Gli studenti serbi hanno sfidato il potere senza distruggere, si sono mobilitati senza aggredire, hanno vinto senza trasformare l’avversario in nemico da annientare. Loro, che la violenza l’hanno vissuta sulla pelle dei loro genitori durante le guerre balcaniche degli anni Novanta, sanno benissimo che lascia ferite profondissime. E sanno ancor di più quanto sia difficile ricostruire dopo le distruzioni.
La loro lezione ai coetanei dell’Europa occidentale è che la protesta non deve limitarsi a contestare il potere: può diventare un’assunzione collettiva di responsabilità, capace di tradursi in alternativa politica.
Certo, ora viene la parte più difficile: governare. E non sarà facile. Per questo, padre Benedetto invoca la benedizione di San Sava e di tutti i santi serbi per «custodire nella dirittura d’animo questi propri figli, combattenti per la Patria, per il futuro, designati guardiani di reali e concrete autonomie per il Paese».
Ma una cosa gli studenti serbi l’hanno già dimostrata: anche un potere che sembra inattaccabile può essere sfidato e sconfitto attraverso una mobilitazione pacifica, capace di trasformare il dissenso in progetto politico.
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