Il rapporto Bell mostra che nel Regno Unito i sentimenti anti-israeliani sono molto diffusi e in forte crescita. Invece l’antisemitismo, pur aumentato dal 2020, negli ultimi tre anni resta meno esteso e relativamente più stabile. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, tuttavia, sono cresciute le segnalazioni di episodi di antisemitismo. Tra aggressioni, bandiere palestinesi e insegnanti che si autocensurano, l’indagine mostra la difficoltà di distinguere fra discriminazione e dissenso politico.
Ascolta l’articolo, narrato da Maria Pappini:
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Dissenso & pregiudizio Il rapporto governativo dimostra che l’avversione politica allo Stato di Israele cresce rapidamente, mentre l’antisemitismo resta su livelli più stabili.
Sondaggio choc Un’indagine di YouGov rivela che il 49% dei giovani britannici prova disagio a trascorrere tempo con persone che sostengono apertamente Israele.
Tensioni nelle aule Tra i banchi, il conflitto si trasforma in scontri personali, insulti personali e rivalità contrapposte. E gli insegnanti faticano a gestirli senza ricorrere alla censura.
Odio religioso Nel Regno Unito, nell’anno concluso nel marzo 2026 sono aumentati gli episodi di odio religioso sia contro i musulmani (15%) sia contro gli ebrei (10%).
Il 49% dei britannici tra i 18 e i 24 anni non si sente a proprio agio a trascorrere del tempo con persone che sostengono apertamente Israele. Quasi uno su due. Fra gli adulti britannici, invece, appena il 3% si dichiara meno disposto a frequentare persone ebree rispetto agli appartenenti ad altri gruppi sociali. Le domande sono diverse, così come i campioni, ma il contrasto è notevole. E solleva un interrogativo destinato a far discutere: l’odio contro Israele e quello contro gli ebrei stanno davvero crescendo di pari passo?
I dati provengono da una ricerca YouGov citata nel rapporto sull’antisemitismo nelle scuole inglesi, pubblicato il 21 ottobre. Proprio quello che la ministra dell’Istruzione Lucy Powell ha presentato denunciando una «sconvolgente diffusione dell’antisemitismo nella società britannica».
Il messaggio è arrivato forte e chiaro. La BBC ha parlato di nuove misure per l’insegnamento dell’Olocausto dopo un rapporto «sconvolgente». Sky News ha raccontato la vasta diffusione dell’antisemitismo nelle scuole. Anche il governo ha insistito sulla necessità di intervenire contro una discriminazione sempre più preoccupante.
Non senza ragioni. Il documento contiene episodi di aggressioni, minacce e intimidazioni contro studenti e insegnanti ebrei. Ma contiene anche una frase a cui i media hanno dato molta meno attenzione.
«Gli atteggiamenti antiebraici sono generalmente meno diffusi e sono rimasti più stabili, mentre i sentimenti anti-israeliani sono più diffusi e sono in aumento». Lo scrive Sir David Bell, già ispettore capo delle scuole inglesi, a pagina 30 del rapporto commissionato dal governo. E i numeri che seguono aiutano a capire perché.
Sir David Bell hits back at antisemitism report naysayers Writing in @JewishChron, Sir David has explained the thorough process behind his review into antisemitism in schools and colleges across England. He says he “wanted to identify the practical changes needed” and that the “review considered both statistic-based evidence and personal testimonies.” Sir David explained the breadth of evidence included “dozens of individuals and organisations from within and beyond Jewish communities in England” in addition to “pupils, parents, teachers and others with different experiences and perspectives” and a survey of more than 5,000 sixteen-to-nineteen year olds. One critic called the report a “travesty” saying it was “riddled with factual errors.” The report found that almost three in five Jewish youngsters have witnessed or experienced antisemitism, and that children don’t bother reporting incidents because they don’t believe they will be addressed. Sir David’s report showcases what Jewish children are going through in this country. The Government, relevant bodies and schools must urgently move on to implementation – before it’s too late. https://t.co/KoLZhkVCl0
— Campaign Against Antisemitism (@antisemitism) November 1, 2026
Nel 2020, il 23% dei britannici concordava con il paragone fra il trattamento israeliano dei palestinesi e quello riservato dai nazisti agli ebrei. Cinque anni dopo sono diventati il 45%. Quasi il doppio. Un’altra rilevazione citata da Bell distingue un 13% della popolazione che manifesta atteggiamenti antiebraici negativi persistenti da un 33% che esprime un’ostilità persistente verso Israele.
Dal 2020 sono aumentati entrambi i fenomeni, ma l’ostilità verso Israele rimane assai più diffusa del pregiudizio antiebraico. È proprio su questo passaggio che la giornalista australiana Caitlin Johnstone ha richiamato l’attenzione, con un articolo intitolato Il rapporto Bell conferma che stanno crescendo solo gli atteggiamenti anti-Israele, non l’antisemitismo. Johnstone osserva che i dati sull’ostilità verso Israele raccontano un fenomeno diverso da quello, suggerito dalla narrazione mainstream, di un aumento generalizzato dell’antisemitismo.
Il punto è rilevante, anche se il rapporto non dimostra che il 7 ottobre 2023 ha lasciato del tutto invariati i pregiudizi antiebraici. Il dato sorprendente è un altro: mentre dopo il 7 ottobre l’ostilità verso Israele ha assunto dimensioni sempre più evidenti, il rapporto descrive gli atteggiamenti antiebraici come relativamente più stabili. Una differenza che nei resoconti sull’emergenza antisemitismo è rimasta quasi del tutto in secondo piano.
Buried on page 30 of ‘Sir’ David Bellend’s report into antisemitism in schools in the UK it explicitly says there hasn’t been a rise in antisemitism, only in anti-Israel sentiment. Astonishingly fraudulent crisis/debate, all to shield a genocidal state https://t.co/xVKOcdQutp
— Nate Bear (@NateB_Panic) October 22, 2026
Se invece si guardano gli episodi denunciati, la svolta del 7 ottobre è evidente. Il Community Security Trust, che monitora l’antisemitismo nel Regno Unito, registra una forte impennata delle segnalazioni dopo l’attacco di Hamas e l’inizio della guerra a Gaza. Nelle scuole inglesi le segnalazioni sono però diminuite dopo il picco del 2023: dai 335 episodi registrati quell’anno si è passati a 266 nel 2024 e a 204 nel 2025.
Quante persone nutrono un pregiudizio e quanti episodi vengono denunciati, però, sono due misure differenti. E le storie raccolte da Bell mostrano quanto possa essere difficile anche stabilire dove finisca la critica politica e dove cominci la discriminazione.
Nelle scuole britanniche, intanto, le statistiche assumono il volto di studenti, insegnanti e famiglie. E le storie raccolte da Bell raccontano una realtà assai meno semplice delle percentuali.
Un insegnante ebreo riferisce che alcuni ragazzi lo accusavano di aver ucciso Gesù. Altri ripetevano stereotipi sulla presunta ricchezza degli ebrei. In una scuola, commenti antisemiti erano comparsi sulla lavagna di un’aula utilizzata da due docenti ebrei. Sono pregiudizi che attraversano i secoli e che riemergono fra i banchi, ben lontani da qualsiasi discussione sulle politiche del governo israeliano.
In un’altra testimonianza, la guerra a Gaza è invece entrata direttamente nel rapporto fra studenti e insegnanti. Alcuni ragazzi hanno gridato «Free Palestine» a un docente ebreo mentre attraversava il corridoio. Durante le sue lezioni hanno esposto bandiere palestinesi e scritto lo stesso slogan sulla lavagna. Non si è trattata di una manifestazione organizzata né di una discussione politica in classe: quelle parole sono state rivolte ripetutamente proprio a lui. Lo slogan che altrove esprime solidarietà con i palestinesi ha assunto così, nel contesto descritto dall’insegnante, il significato di una provocazione personale.
Ma è la testimonianza di una famiglia a mostrare quanto questa confusione possa avere conseguenze concrete. Un ragazzo ebreo è stato preso di mira dai compagni. I genitori si sono rivolti alla scuola, chiedendo che intervenisse. La risposta del dirigente, secondo il loro racconto, è stata che l’istituto non poteva «prendere posizione».
Jewish life is British life, and we must never allow antisemitic hatred to become normalised in our society. At yesterday’s antisemitism conference with @antisempolicy my message was clear: tackling antisemitism is a responsibility for all of us, and Jewish communities will not be left to carry that burden alone. 📸 Blake Ezra
— Angela Rayner (@AngelaRayner) October 28, 2026
La replica del genitore era tanto semplice quanto difficile da contestare: «Non si tratta di prendere posizione. Mio figlio non ha nulla a che fare con la guerra in Medio Oriente».
La famiglia non stava chiedendo alla scuola di esprimersi su Israele o sulla Palestina. Chiedeva che il figlio potesse frequentare le lezioni senza essere preso di mira per la propria identità. Eppure, nel racconto del genitore, anche questa richiesta finiva per essere interpretata attraverso il conflitto arabo-israeliano.
Poche pagine più avanti, Bell documenta situazioni di segno opposto. In alcuni istituti la bandiera palestinese è stata vietata, mentre quella ucraina poteva continuare a essere esposta. Altrove il tema della guerra a Gaza era diventato così controverso che i dirigenti hanno preferito impedirne la discussione. Alcuni insegnanti parlavano di «censura della discussione» e raccontavano di temere conseguenze disciplinari se affrontavano l’argomento.
Per uno studente ebreo la scuola non è intervenuta, richiamandosi all’imparzialità. Per altri studenti, esprimere solidarietà con i palestinesi è diventato invece qualcosa da limitare in nome della stessa imparzialità.
Nel rapporto non ci sono soltanto episodi di antisemitismo, dunque, ma anche la descrizione di scuole che faticano a capire come affrontarli. E in mezzo ci sono ragazzi che chiedono di essere protetti, insegnanti che diventano bersaglio delle tensioni politiche e altri che rinunciano a discutere di un conflitto che i loro studenti incontrano ogni giorno fuori dall’aula.
La guerra è lontana migliaia di chilometri. Le sue conseguenze, in quelle scuole, arrivano fino alla lavagna.
Bell osserva che sostenere la Palestina o criticare Israele non costituisce, di per sé, antisemitismo. Il contesto è decisivo: lo stesso slogan può esprimere un’opinione politica oppure essere utilizzato per prendere di mira una persona a causa della sua identità.
Tackling antisemitism should be a priority to all schools – not just those with Jewish students. Sir David Bell’s review makes suggestions to help every school and college prevent antisemitism and support education professionals navigate difficult conversations confidently. @LucyMPowell met with education leaders and those in the Jewish community to discuss how the government will respond to the review. Read more: https://t.co/GrKDeVNLq7
— Department for Education (@educationgovuk) October 21, 2026
Una difficoltà che non riguarda soltanto il Regno Unito. Gli stessi slogan, le stesse bandiere e le stesse controversie attraversano le manifestazioni, le università e le scuole europee. E in un clima già polarizzato cresce anche l’ostilità verso altre comunità: secondo le statistiche britanniche sui reati d’odio religioso, nell’anno concluso a marzo 2026 sono aumentati sia gli episodi contro i musulmani (15%) sia quelli contro gli ebrei (10%).
Su questo terreno si inserisce anche la controversia sulla definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), adottata dal governo britannico nel 2016. Fra i possibili esempi di antisemitismo, da valutare secondo il contesto, compare il paragone fra le politiche israeliane e quelle naziste. Per i sostenitori è uno strumento per riconoscere forme contemporanee di pregiudizio antiebraico; per i critici rischia di confondere l’ostilità verso gli ebrei con giudizi politici su Israele. Peraltro, Krisis ha affrontato la questione nell’intervista a Valentina Pisanty.
Alla fine, le letture apparentemente contrapposte del rapporto Bell raccontano aspetti differenti dello stesso fenomeno. La stampa britannica ha dato risalto agli episodi antisemiti e alla crescente preoccupazione delle comunità ebraiche. Johnstone ha riportato l’attenzione su una distinzione che rischiava di perdersi: l’ostilità verso Israele è più diffusa del pregiudizio antiebraico e segue una dinamica differente.
Dopo il 7 ottobre, le denunce di episodi antisemiti sono aumentate sensibilmente. Eppure, il rapporto Bell rivela che negli ultimi tre anni gli atteggiamenti antiebraici risultano relativamente stabili. L’ostilità verso Israele è invece cresciuta molto più marcatamente. La crescita delle segnalazioni, dunque, non basta a dimostrare un aumento equivalente del pregiudizio antiebraico nella popolazione.
Sono sfumature che possono sembrare lontane dalle vicende di una scuola inglese. Fino a quando non si torna al ragazzo ebreo preso di mira dai compagni, all’insegnante bersagliato dagli slogan o alla bandiera palestinese vietata.
Lì le definizioni smettono di essere astratte. Determinano ciò che si può dire, ciò che viene proibito e perfino chi viene protetto. E resta la frase di quel genitore: «Mio figlio non ha nulla a che fare con la guerra in Medio Oriente».
Una frase che non riguarda soltanto quel ragazzo. Perché attribuire a un ebreo le responsabilità di Israele e considerare antisemita ogni critica a Israele sono errori differenti, ma nascono dalla medesima sovrapposizione: quella fra uno Stato e un intero popolo.
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