Nel saggio appena pubblicato da Bompiani, la semiologa Valentina Pisanty analizza l’evoluzione del concetto di antisemitismo e il suo uso politico. Ordinaria all’Università di Bergamo, padre ebreo, Pisanty esamina il rapporto tra ostilità verso gli ebrei e critiche a Israele. E mette in luce come alcune definizioni hanno trasformato il dibattito in corso. Dalla nascita della «working definition» sull’antisemitismo alle sue successive applicazioni, la professoressa mostra come il linguaggio influenza la censura del dissenso.
«Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Esiste solo una nuova definizione che mescola piani distinti, spesso per fini politici». Non usa mezzi termini, la professoressa Valentina Pisanty. Nota per i suoi lavori sulla Shoah, i suoi studi si concentrano sull’analisi del linguaggio e sulla memoria. Il suo ultimo libro indaga sull’uso politico del termine antisemita. Krisis l’ha intervistata per capire come questa parola sia diventata terreno di scontro, tra ambiguità semantiche, strumentalizzazioni e implicazioni politiche.
Professoressa Pisanty, perché ha scritto questo libro?
«Per fare chiarezza semantica sul dibattito relativo all’antisemitismo. Prima di entrare nel merito della discussione, molto articolata e complessa, trovo che debbano esserci le condizioni per un reale confronto di prospettive. Anche ferocemente conflittuali e polemiche tra loro, però ad armi pari.
Dunque, che cos’è l’antisemitismo?
«C’è un accordo abbastanza unanime fra gli esperti riguardo alla definizione di antisemitismo, che è quella che si cristallizza nell’archivio anti-ebraico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. E trova la sua massima espressione nei Protocolli dei savi anziani di Sion e negli usi che ne sono stati fatti poi nei decenni successivi, Adolf Hitler incluso».
E fin qui siamo tutti d’accordo.
«Sì. È quello stereotipo sull’ebreo cospiratore, doppiogiochista, al contempo latore di valori apparentemente opposti… La contraddizione si risolve nell’idea che gli ebrei tramano nell’ombra per conquistare il mondo attraverso mezzi subdoli. Questo è il nucleo dell’antisemitismo, che tutti gli esperti accettano come definizione. Lo stereotipo può essere anche ambivalente: molti hanno sottolineato che non è soltanto l’odio contro gli ebrei, ma può anche essere una forma stranissima di invidia o addirittura di ammirazione. Ma non degli ebrei reali, bensì di questa immagine fantomatica. Viceversa, la novità degli ultimi decenni è l’idea del nuovo antisemitismo».

Intende dire che stiamo assistendo a un nuovo antisemitismo?
«No. Io non credo che esista un nuovo antisemitismo. Quello che di recente è emerso è la definizione di nuovo antisemitismo. In realtà, in passato sono esistiti casi sporadici di autori che hanno suggerito in forma interrogativa la possibilità che stesse nascendo una nuova forma di antisemitismo, più legata all’ostilità nei confronti di Israele. Già negli anni Ottanta qualcuno cominciò a dirlo, man mano che in Medio Oriente si intensificava il conflitto: dopo la Prima intifada e a maggior ragione dopo la Seconda… Perché è vero che talvolta nei discorsi anti-israeliani fanno capolino alcuni dei tratti dello stereotipo antisemita. Può capitare che qualcuno attinga all’archivio anti-ebraico in funzione anti-israeliana. Ma da qui a sostenere che si è creata una nuova forma di antisemitismo, principalmente legata a un’ostilità radicale nei confronti di Israele, ci passa molto».
Quindi si può dire che l’antisemitismo nella classica definizione è antiebraismo?
«Sì. All’inizio degli anni Duemila si fece largo una nuova definizione di antisemitismo che venne pensata inizialmente con fini apparentemente di tipo scientifico, per la raccolta di dati sullo studio dell’antisemitismo nel mondo. Ma alcuni esperti cominciarono a chiedersi fino a che punto frammenti di quell’archivio antiebraico si stessero ricomponendo in cornici antisioniste».
Antisioniste… Quindi si somma l’antisionismo all’antisemitismo?
«L’interrogativo era se nei discorsi antisionisti talvolta fossero utilizzati dei tropi antisemiti. O, addirittura, se l’impeto antisemita si stesse trasferendo quasi integralmente nelle critiche più radicali nei confronti di Israele. Ed è qui che subentrarono varie istituzioni politiche, a partire dai governi israeliani, promuovendo la definizione di nuovo antisemitismo. Ma anche tante istituzioni americane, ed europee, sancirono l’equazione sempre più netta che equiparava l’antisionismo de facto all’antisemitismo. Un’equazione che faceva convergere le due categorie».
E così si arrivò alla «working definition of antisemitism» dell’IHRA.
«È una vicenda complicata. Passarono 11 anni tra quando la definizione operativa di antisemitismo venne formulata dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (EUMC) e quando la adottò l’IHRA, l’International Holocaust Remembrance Alliance, che riunisce Paesi e organizzazioni per promuovere la memoria dell’Olocausto. Nel 2005, l’EUMC, che era un’agenzia dell’Unione Europea, pubblicò la prima definizione di antisemitismo. In quella fase era stata pensata come uno strumento scientifico per raccogliere dati sul fenomeno in Europa».

E cosa diceva?
«La definizione EUMC del 2005 diceva che “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso individui ebrei o non ebrei e/o le loro proprietà, verso le istituzioni comunitarie ebraiche e le strutture religiose”».
Tutto bene, no?
«Più o meno. Però c’era un’ambivalenza: la definizione doveva essere operativa, ma non giuridicamente vincolante perché doveva semplicemente guidare il lavoro di chi raccoglieva dati sull’antisemitismo. Eppure, nel momento in cui la definizione venne pubblicata, alcuni attori politici (a cominciare dal governo israeliano, ma non solo) iniziarono a fare pressione affinché acquistasse un potere normativo. E, anziché lasciare aperta la possibilità che alcuni discorsi antisionisti fossero mossi da pulsioni che non hanno nulla a che fare con l’antisemitismo, equiparava i due concetti. Dopo varie vicissitudini, anche con conflitti interni, nel 2005 la EUMC ritirò la sua definizione di antisemitismo».
Ma perché l’agenzia dell’Unione Europea ritirò la definizione?
«Perché si accorse che veniva impiegata strumentalmente per delegittimare qualsiasi discorso contro Israele. Il problema era che, nata per essere uno strumento scientifico, la definizione di antisemitismo formulata dalla EUMC era diventata uno strumento politico. Quando gli autori se ne resero conto, premettero perché fosse ritirata. In prima fila, c’era il principale estensore della definizione, Kenneth Stern, uno strenuo difensore della libertà di espressione. Quando Stern vide che diverse organizzazioni filo-israeliane impiegavano la definizione in funzione ricattatoria e censoria, lui per primo e poi anche l’EUMC stessa se ne dissociarono. E tolsero la definizione dal sito, per dimostrare che non si riconoscevano negli usi politici dell’accusa di antisemitismo. A quel punto entrarono in gioco organizzazioni come il Simon Wiesenthal Center e l’Anti-Defamation League, ossia le principali organizzazioni mondiali preposte alla lotta contro l’antisemitismo».

E fu a quel punto che subentrò l’IHRA?
«Sì. Nel 2016 la definizione di antisemitismo1 venne discussa e approvata dall’IHRA riunita a Bucarest, ma secondo modalità diverse da quelle che sono state poi raccontate. La definizione di Bucarest era composta da una spiegazione molto generica e introduttiva di cos’è l’antisemitismo, seguita da 11 esempi, fattispecie o linee guida che dir si voglia. Questi 11 punti, che in origine avrebbero dovuto guidare i ricercatori nel determinare dove andare a cercare possibili manifestazioni di antisemitismo, divennero esempi inconfutabili di antisemitismo».
Cosa dicono questi 11 punti?
«Sei o sette riguardano Israele e almeno quattro sono altamente controversi: riguardano le accuse di doppia lealtà, doppio standard, paragoni con il nazismo e delegittimazione. Quest’ultimo è un termine molto generico per riferirsi a chi nega a Israele la facoltà, il diritto di esistere innanzitutto, ma anche di definirsi come meglio crede, cioè come Stato degli ebrei. Poco conta che, nel 2018, quasi la metà del Parlamento israeliano era contrario a definire così lo Stato di Israele…».
Ma questo non è etnonazionalismo?
«Lo è, perché discrimina contro il 25% della popolazione non ebrea di Israele, che pure ha la cittadinanza israeliana».
Eppure fu promossa questa definizione di antisemitismo.
«Ci fu un altro passaggio, a voler essere più analitici. Quando la definizione venne discussa in plenaria a Bucarest, non fu approvata con tutti gli 11 punti presenti nella definizione EUMC. Diversi delegati dei 31 Stati membri dell’IHRA si opposero a quelle linee guida, in particolare alle quattro di cui parlavo prima, perché consapevoli degli usi politici che se ne potevano fare (anzi, che di fatto se ne erano già fatti). Allora l’IHRA annunciò la sigla del patto sull’unica parte della definizione su cui non c’era disaccordo».

Cioè sulla parte iniziale.
«Sì, quella molto generica che definiva che cos’è l’antisemitismo. Solo a questa condizione tutti gli Stati membri dell’IHRA accettarono di firmare l’accordo, presentato poi all’opinione pubblica con grande clamore, con grande fanfara mediatica. Vorrei sottolineare che l’accordo venne trovato solo sulla parte iniziale, mentre gli 11 punti successivi dovevano servire solo da esempi illustrativi, ma non erano considerati vincolanti. Ma subito dopo l’annuncio della firma, i promotori della definizione integrale cominciarono a dire (e la stampa riportò la notizia in questo senso) che l’accordo era passato su tutta la definizione. In altre parole, l’uso successivo della definizione ignorò gli accordi presi a Bucarest e trasformò gli esempi inizialmente stilati per scopi scientifici in una lista di comportamenti automaticamente tacciabili di antisemitismo».
Ma non si tratta di una questione puramente lessicale. La definizione di antisemitismo di Bucarest è stata adottata nella sua integrità da diversi governi. Anche dalla Germania, vero?
«In Germania, negli ultimi due-tre anni sono state cancellate e boicottate un’infinità di iniziative culturali proprio sulla base della definizione IHRA. E comunque tale definizione ormai è stata adottata in moltissimi contesti, sia a livello governativo sia a livello più minuto. Per esempio nei regolamenti universitari, nei codici di condotta dei partiti (si pensi al caso Corbyn nel Regno Unito) e in tutti quei sistemi che regolamentano i termini ammessi per un dibattito altamente controverso come quello sul Medio Oriente».
E in Italia?
«Da noi la situazione è un po’ diversa. In Italia i movimenti anti-israeliani sono avvertiti come meno vitali e minacciosi, pertanto finora è stato meno necessario ricorrere alla definizione IHRA».

In conclusione, per lei l’antisemitismo non è antisionismo, come invece ha sostenuto il genero del presidente Donald Trump Jared Kushner sul New York Times?
«Non sono la stessa cosa, hanno due storie diverse. Può capitare che si sovrappongano, ma comunque hanno due genealogie diverse. Il caso che cito nel libro è quello di Lord Balfour, che era antisemita. L’autore della Dichiarazione Balfour, colui che per primo pose le basi per la fondazione dello Stato di Israele, lo fece per motivi che alla fine erano di ordine antisemita. Non voleva che gli ebrei, che lui considerava uno Stato nello Stato, nonché pericolosi bolscevichi, mettessero troppe radici in Gran Bretagna. In altre parole, un antisemita sionista. Nel senso che era sionista in quanto antisemita».
- IHRA Working definition of antisemitism: https://holocaustremembrance.com/resources/working-definition-antisemitism ↩︎
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Qui di seguito, la definizione di antisemitismo nella traduzione ufficiale italiana adottata dall’IHRA. A differenza della versione originale inglese, in cui gli 11 esempi di antisemitismo sono presentati con il verbo al condizionale ( «could include», potrebbero includere), nella traduzione italiana il verbo è all’indicativo («includono»). Una ricerca sul sito IHRA rivela che questa discrepanza è comune a tante altre traduzioni. Su 28 lingue disponibili, solo 10 (arabo, croato, lettone, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese e tedesco) mantengono il verbo al condizionale. In tutti gli altri casi il verbo includere è reso all’indicativo («includono»), con qualche eccezione in cui è preceduto dal verbo potere («possono includere»). Peraltro, la stessa IHRA specifica sul proprio sito: «Le nostre definizioni operative sono disponibili in più lingue. Sebbene cerchiamo di garantire l’accuratezza di tutte le nostre traduzioni, in caso di discrepanze, la versione in inglese prevale».
La definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA)
Nello spirito della Dichiarazione di Stoccolma che afferma: “Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi” la commissione sull’antisemitismo e sulla negazione dell’Olocausto chiese alla Plenaria dell’IHRA, che si teneva a Budapest nel 2015, di adottare la seguente definizione operativa (di lavoro) di antisemitismo.
Il 26 maggio 2016 la Plenaria, che si teneva a Bucarest, decise di:
Adottare la seguente definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.”
Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.
Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):
- Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.
- Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.
- Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.
- Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).
- Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
- Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.
- Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
- Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.
- Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
- Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.
- Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.
Gli atti di antisemitismo sono considerati crimini quando vengono definiti tali dalla legge del paese (per esempio, negazione dell’Olocausto o la distribuzione di materiali antisemiti in alcuni paesi).
Gli atti criminali sono considerati antisemiti quando l’obiettivo degli attacchi, sia che siano persone o proprietà – edifici, scuole, luoghi di culto o cimiteri – sono scelti perché sono, o sono percepiti, ebrei, ebraici o legati agli ebrei.
La discriminazione antisemita è la negazione nei confronti degli ebrei di opportunità o servizi che sono disponibili agli altri ed è illegale in molti paesi.
Versione italiana tratta dal sito IHRA https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto





