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    Iran

    Iran 1953: il primo cambio di regime targato Usa

    Operazione Ajax, come Cia e MI6 rovesciarono Mohammad Mossadeq, democraticamente eletto.
    Giacomo Gabellinidi Giacomo Gabellini25 Luglio 202515 Minuti di lettura
    Francobollo iraniano del 1980 dedicato a Mohammad Mossadeq, primo ministro dell’Iran deposto nel 1953. Foto Public Domain. Elaborazione grafica a cura di AFW Studio.
    Francobollo iraniano del 1980 dedicato a Mohammad Mossadeq, primo ministro dell’Iran deposto nel 1953. Foto Public Domain. Elaborazione grafica a cura di AFW Studio.
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    Nell’agosto 1953, i servizi segreti statunitensi e britannici destituirono il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq, democraticamente eletto. Il primo colpo di Stato clandestino organizzato dalla Cia inaugurò la stagione degli interventi occulti statunitensi in Medio Oriente e nel mondo. L’Operazione Ajax divenne il modello di riferimento per le future strategie di «regime change» a stelle e strisce. Uno schema che, sotto varie forme, resta attuale ancora oggi.

    Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:

    Lo scorso 17 giugno, mentre imperversava il conflitto tra Israele e Iran, Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha pubblicato un intervento sul suo profilo X in cui sosteneva che «la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei si stava preparando alla fuga insieme alla sua famiglia e ad altri alti funzionari». Per poi aggiungere: «Il regime è al capolinea. L’esercito è diviso mentre il popolo è unito. Le fondamenta di questa dittatura durata 46 anni stanno ormai crollando. Questo è il nostro muro di Berlino […]. Oggi milioni di compatrioti continuano questa lotta e non chiedono la libertà, la stanno conquistando […]. La nostra amata patria è stata trascinata in un conflitto devastante da Ali Khamenei e dalla sua fazione corrotta e distruttiva». L’invettiva si è conclusa con un appello alle dimissioni rivolto allo stesso Ayatollah Khamenei: «Se lo farai, ti sarà garantito un processo equo, ossia più di quanto tu non abbia mai concesso a qualunque iraniano».

    Pahlavi, a cui – anche in Italia – è stato concesso ampio spazio mediatico in seguito all’aggressione israeliana contro l’Iran, stava insomma accreditandosi come nuova figura di riferimento per garantire all’Iran post-rivoluzionario una guida affidabile. Al di là della raffigurazione completamente distorta degli sviluppi interni all’Iran («il regime è al capolinea»; «l’esercito è diviso mentre il popolo è unito»; «le fondamenta di questa dittatura durata 46 anni stanno ormai crollando»), appare singolare che a parlare di «liberazione nazionale» sia il figlio dello Scià.

    Suo padre, come documenta una massa assai imponente di documenti desecretati nel giugno 2017, era tornato al potere in Iran nell’ambito di un golpe a danno del primo ministro regolarmente eletto Mohammad Mossadeq. Condotto nell’agosto del 1953 da militari e segmenti dell’alta borghesia iraniana, il colpo di stato aveva avuto il supporto determinante degli apparati d’intelligence statunitensi e britannici. Una circostanza che il governo degli Stati Uniti avrebbe formalmente riconosciuto già nell’agosto 2013.

    Mohammad Reza Pahlavi, Scià dell'Iran, in un ritratto ufficiale del 1973. Wikimedia Commons. Public Domain.
    Mohammad Reza Pahlavi, Scià dell’Iran, in un ritratto ufficiale del 1973. Wikimedia Commons. Public Domain.

    Si trattò di uno dei primi golpe messi a segno dalla Cia, realizzato sulla scorta di uno schema operativo impiegato anche negli anni successivi per un gran numero di operazioni di cambio di regime. Motivo: era in grado di assicurare elevate probabilità di successo attraverso il ricorso a risorse tutto sommato limitate e, soprattutto, lasciando relativamente nell’ombra i mandanti.

    Per comprendere a fondo la dinamica degli eventi occorre risalire ai primi anni del XX secolo, quando lo Scià Mozaffar al-Din Shah Qajar firmò con emissari del governo di Londra un accordo che sanciva la concessione per i successivi 70 anni dei diritti di esplorazione petrolifera del territorio persiano al potente petrolchimico britannico William Knox D’Arcy, dietro il pagamento di appena 20.000 sterline.

    Nel 1908 era stato scoperto il primo giacimento, e la neonata Anglo-Iranian Oil Company (Aioc, controllata per il 51% dal governo britannico) cominciò subito a sfruttarlo per sostenere l’ambizioso ma costosissimo programma di conversione della Royal Navy da carbone a nafta, imposto dal Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill. Così, il petrolio persiano finì non solo ad alimentare la talassocrazia britannica, ma anche a fungere da propulsore per il processo di industrializzazione avviato dalla Gran Bretagna.

    La situazione subì una netta evoluzione a seguito dell’insediamento del cosacco Reza Khan, il quale conquistò il controllo del governo nel 1921, esautorando il ben più accomodante esponente della dinastia cagiara (dinastia turcomanna che governò la Persia dal 1794 al 1925, ndr). La prima mossa del nuovo «uomo forte» di Teheran consistette nel bilanciare la posizione egemonica assunta dai britannici in Medio Oriente per effetto della scomparsa dell’Impero Ottomano attraverso la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Sovietica.

    L’Urss veniva considerata, specialmente dopo la cacciata dei britannici dalla Repubblica Transcaspiana (breve entità statale anti-bolscevica esistita tra il 1918 e il 1920 nel territorio dell’attuale Turkmenistan sud-occidentale, ndr), un partner affidabile e privo delle ambizioni egemoniche nutrite dal regime zarista. Regime che, nel 1907, aveva concordato la spartizione dell’Asia centrale con i britannici, trasformando la Persia in un semi-protettorato britannico, che Londra cercò peraltro di ufficializzare con l’accordo anglo-persiano del 1919.

    Dalla posizione di forza appena acquisita, il nuovo scià Reza Khan varò un programma di laicizzazione dello Stato e, soprattutto, di modernizzazione economica che contemplava l’utilizzo dei ricavi derivanti dalle esportazioni di petrolio per sostenere un colossale piano industriale e infrastrutturale.

    Il processo ricevette una forte accelerata per effetto del colpo di scena di Mossadeq, che, in qualità di membro del Majlis (il Parlamento iraniano), raccolse ed esibì pubblicamente una vasta documentazione attestante la frode sistematica che l’Anglo-Iranian Oil Company stava conducendo da anni nei confronti dello Stato, privandolo di parte considerevole dei legittimi benefici legati alla rendita petrolifera.

    L'ex sede dell'Anglo-Persian Oil Company a Teheran, oggi sede del ministero degli Esteri iraniano. Foto Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
    L’ex sede dell’Anglo-Persian Oil Company a Teheran, oggi sede del ministero degli Esteri iraniano. Foto Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

    La malversazione strutturale portata alla luce da Mossadeq acuì il risentimento degli iraniani nei confronti degli estrattori di petrolio stranieri. E assicurò al governo il consenso necessario a esigere da Londra una rinegoziazione radicale degli accordi finalizzata a ridurre i territori concessi all’Anglo-Iranian Oil Company e vincolarla al pagamento di una quota fissa in cambio di una proroga dei diritti di estrazione di altri 30 anni.

    L’opposizione del governo britannico esacerbò ulteriormente la tensione, provocando un netto avvicinamento – certificato dal notevole incremento del commercio bilaterale e dall’arrivo di tecnici e scienziati tedeschi – dell’Iran alla Germania. Un fenomeno favorito peraltro dal rapido deterioramento dei rapporti di Teheran con Mosca, dovuto anche alla decisione di Reza Khan di mettere fuori legge il locale Partito Comunista.

    Il radicale riposizionamento internazionale dell’Iran entrò così in relazione con le complesse dinamiche geopolitiche che condussero allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, inducendo britannici e sovietici, alleati contro la Germania nazista, a invadere il Paese per garantirsi l’accesso al petrolio iraniano.

    Contestualmente a ciò, Reza Khan fu costretto ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza Pahlavi, mentre gli Stati Uniti, entrati nel frattempo in guerra a fianco di Mosca e Londra, si insediavano in pianta stabile in Iran imponendo rapidamente il proprio soft power a scapito dei britannici.

    La Gran Bretagna era ormai avviata verso un rapido declino strategico, che si palesò in maniera inequivocabile proprio in occasione della conferenza di Teheran del 1943. Nel  corso del summit, Iosif Stalin e Franklin D. Roosevelt concordarono le modalità di contrasto alle forze dell’Asse relegando Winston Churchill e gli interessi della Corona a una sostanziale insignificanza.

    L’Iran, la cui economia era stata convertita forzatamente a beneficio dello sforzo bellico alleato, era uscito letteralmente a pezzi dalla Seconda guerra mondiale. Ciò aveva contribuito ad aprire un acceso dibattito parlamentare circa l’opportunità di rinnovare le concessioni all’Anglo-Iranian Oil Company, contro la quale si erano espressi milioni di cittadini scesi in piazza in tutte le maggiori città del Paese.

    Nel clima arroventato dall’assassinio del premier Ali Razmara, che aveva annunciato l’intenzione di ridiscutere radicalmente i termini per il rinnovo delle concessioni, il 28 aprile 1951 il Majlis conferì all’unanimità il ruolo di capo del governo a Mossadeq. Il nuovo primo ministro nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company, ribattezzandola National Iranian Oil Company (Nioc) e provocando in tal modo una dura risposta britannica: dispiegamento di corazzate nel Golfo Persico, blocco economico, boicottaggio commerciale e congelamento delle risorse iraniane.

    Il primo ministro iraniano Mohammad Mossadek al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite parla con Ernest A. Gross, rappresentante ad interim degli Stati Uniti presso l'Onu, New York, ottobre 1951.
    Il primo ministro iraniano Mohammad Mossadek al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite parla con Ernest A. Gross, rappresentante ad interim degli Stati Uniti presso l’Onu, New York, ottobre 1951.

    Pochi mesi dopo, i britannici richiesero il versamento di indennizzi proporzionali non alla quantità di petrolio estratta dalla compagnia che era stata loro espropriata, ma al valore stimato di tutte le attività connesse allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Una pretesa insostenibile, in cui gli iraniani intravidero la volontà di Londra di schiacciare il Paese.

    E mentre i britannici provvedevano allo strangolamento dell’economia iraniana, John Sinclair, direttore dell’MI6 (il servizio segreto britannico, ndr), si recò a Washington per incontrareAllen Dulles, potentissimo capo della Cia. Motivo: concordare un’operazione coperta che garantisse la rimozione di Mossadeq.

    Dal punto di vista dell’establishment economico statunitense, la politica nazionalista condotta dal premier iraniano– da cui avrebbe tratto ispirazione anche il fondatore dell’Eni Enrico Mattei–rischiava di minare la legittimità del meccanismo su cui si reggeva il controllo effettivo esercitato dalle grandi imprese energetiche Usa sul petrolio mondiale.

    Sotto il profilo strategico, invece, Mossadeq era sospettato di incarnare un neutralismo eccessivamente tollerante nei confronti dell’Urss, minacciando così i fragili equilibri della guerra Guerra fredda. Prospettiva del tutto inconciliabile con la dottrina del rollback elaborata da John Foster Dulles, fratello di Allen e segretario di Stato sotto l’amministrazione Eisenhower. Secondo Kermit Roosevelt, nipote di Theodore Roosevelt e capo della divisione Medio Oriente della CIA, la dottrina risultava inoltre molto più in sintonia con le posizioni dei britannici rispetto alla politica della precedente Amministrazione americana.

    Il presidente Harry Truman e il Segretario di Stato Dean Acheson avevano ritenuto necessario intervenire per ridimensionare Mossadeq, ma senza rovesciarlo, poiché ciò avrebbe potuto favorire l’ascesa dei comunisti del Partito Tudeh. Sotto Dwight Eisenhower, invece, i fratelli Dulles premevano sul presidente Eisenhower affinché appoggiasse la deposizione di Mossadeq, le cui mosse venivano interpretate come il preludio alla cacciata dello Scià Reza Pahlavi e all’ingresso dell’Iran nella sfera d’influenza sovietica, con conseguente drastica limitazione dell’accesso al petrolio iraniano da parte degli Stati occidentali.

    I fratelli Dulles erano riusciti ad accreditarsi come rappresentanti di spicco dello Stato profondo statunitense (il famigerato Deep State, ndr) fin da prima della Seconda Guerra Mondiale, quando lavoravano presso l’ufficio legale di New York Sullivan & Cromwell incaricato, di gestire gli investimenti americani in Germania. Dopo lo scoppio del conflitto, John Foster assunse le vesti di legale per conto della Bank for International Settlements di Ginevra, mentre Allen fu assunto dall’Oss (il predecessore della Cia, ndr) e inviato in Svizzera.

    Il futuro Segretario di Stato John Foster Dulles (a destra) viene accolto da suo fratello Allen Welsh Dulles, futuro direttore della CIA, al suo arrivo all'aeroporto LaGuardia di New York City nel 1948. Foto Flickr. Public Domain.all'aeroporto LaGuardia di New York City nel 1948. Foto Flickr. Public Domain.
    Il futuro Segretario di Stato John Foster Dulles (a destra) viene accolto da suo fratello Allen Welsh Dulles, futuro direttore della CIA, al suo arrivo all’aeroporto LaGuardia di New York City nel 1948. Foto Flickr. Public Domain.

    Le entrature di cui godevano e i rapporti allarmati che sottoposero all’attenzione del National Security Council consentirono ai fratelli Dulles di manipolare l’operato di Eisenhower, che si era già espresso a sostegno del «diritto inalienabile di qualsiasi nazione di costituire un governo e un sistema economico di propria scelta».

    Come conseguenza, la Cia ottenne l’autorizzazione a sviluppare capacità operative esecutive in tutti i Paesi neutrali ritenuti esposti al rischio di slittare sotto la sfera egemonica di Mosca. L’Iran fu il primo di una lunga serie di nazioni (Guatemala, Congo, Indonesia, Cuba, Cile…) che gli Stati Uniti tentarono di «tenere in carreggiata» attraverso operazioni coperte mirate al cambio di regime.

    Tra il maggio e il giugno 1953, la Cia diede quindi avvio alla cosiddetta Operazione Ajax. Dietro consigli dell’MI6 britannico, l’agenzia prese contatto con il generale iraniano a riposo Fazlollah Zahedi. Gli fornì circa 100.000 dollari e supporto logistico per inquadrare gli oppositori in un unico nucleo rivoluzionario.

    Il capo della divisione Medio Oriente della CIA, Kermit Roosevelt, diede mandato alla squadra di consiglieri militari statunitensi guidata dal generale Robert McClure, che dal 1950 addestrava le forze armate iraniane, di operare per conto della Cia. Di pari passo, il gruppo doveva tenere contatti con la fronda golpista locale.

    Il capo della divisione Medio Oriente della Cia, Kermit Roosevelt, diede quindi mandato alla squadra di consiglieri militari Usa facente capo al generale Robert McClure, di stanza in Iran fin dal 1950 per fornire addestramento alle forze armate locali, di fungere da sensore avanzato in territorio iraniano per conto della Cia. Il gruppo doveva collegarsi al contempo con la fronda golpista iraniana.

    Per facilitare il piano, Roosevelt mise a disposizione 5 milioni di dollari supplementari. Lo scopo era quello di facilitare – tramite il sempre utilissimo strumento della corruzione – il compito di rinfoltire i ranghi della manovalanza da impiegare per il colpo di Stato, previsto per la notte del 14 agosto.

    Il problema è che Mossadeq era stato messo al corrente da alcuni informatori dell’imminenza del golpe. Il primo ministro agì d’anticipo, mobilitando l’esercito e schierando forze corazzate a protezione della propria residenza. Il contingente della guardia imperiale, che si era presentato con l’intento di penetrare impunemente nell’edificio e arrestare Mossadeq, si ritrovò così accerchiato e costretto a deporre le armi.

    A quel punto, il generale golpista Zahedi riparò in tutta fretta in un rifugio segreto della Cia e il 15 agosto 1953 lo Scià Reza Pahlavi fuggì in esilio a Roma. I documenti desecretati nel 2017 indicano che Dulles si trovava in Italia, dove si era recato confidando nella sicura riuscita dell’operazione, quando seppe del fallimento del colpo di Stato.

    Lo Scià Mohammad Reza Pahlavi con la moglie Soraya Esfandiary-Bakhtiari a Roma, il 17 agosto 1953. Wikimedia Commons. Public Domain.
    Lo Scià Mohammad Reza Pahlavi con la moglie Soraya Esfandiary-Bakhtiari a Roma, il 17 agosto 1953. Wikimedia Commons. Public Domain.

    Le carte rivelano che la reazione a caldo di Langley fu di ordinare agli agenti operativi che si trovavano sul campo di ritirarsi e di ripulire il terreno da qualsiasi indizio che avrebbe potuto permettere all’intelligence iraniana di risalire al pesante coinvolgimento della Cia.

    Senonché, ci fu un colpo di scena. Non è chiaro se a causa di un’insubordinazione nella catena di comando dell’agenzia o – molto più probabilmente – per una messinscena predisposta nei minimi dettagli dalla Cia allo scopo di «proteggere» politicamente la Casa Bianca,Kermit Roosevelt decise di alzare il tiro. Ad appena quattro giorni dal primo tentativo di golpe, il 19 agosto il capo della divisione Medio Oriente della Cia coordinò l’afflusso a Teheran di centinaia di autobus e camion che trasportavano gli oppositori iraniani reclutati dalla Cia.

    Appena giunti a destinazione, i rivoltosi presero immediatamente d’assalto, coadiuvati dai reparti delle guardie imperiali sfuggiti alla rappresaglia del governo in carica, le strutture nevralgiche dello Stato: i ministeri, la radio nazionale, i comandi della polizia e dell’esercito. Ne seguì un durissimo scontro con le forze lealiste che si concluse con centinaia di morti e con l’arresto di Mossadeq, il quale si ritrovò abbandonato anche dagli alti vertici del clero sciita facenti capo all’ayatollah Abol-Ghasem Mostafavi Kashan.

    Non appena insediatosi al potere, il generale Zahedi – che era stato profumatamente retribuito dalla Cia – scatenò una serie di purghe contro qualsiasi forma di opposizione. Autorizzò anche il ritorno dello Scià, il quale impose immediatamente la legge marziale e decretò, nel 1955, l’adesione dell’Iran al Patto di Baghdad,propaggine orientale dello schieramento geopoliticofacente capo agli Stati Uniti.

    Già molto prima di divenire un caposaldo della politica dei «due pilastri» forgiata da Richard Nixon e Henry Kissinger, l’Iran si era quindi trasformato nel bastione meridionale dell’architettura di difesa euro-atlantica incaricato di sorvegliare, tramite il suo potentissimo servizio segreto (il Savak, i cui quadri erano stati formati da addestratori statunitensi e israeliani) legato a doppio filo alla Cia e all’MI6 britannico, le manovre dei sovietici.

    Mohammad Mossadeq durante il suo processo a Teheran, l'8 novembre 1953. Foto Wikimedia Commons. Public Domain.
    Mohammad Mossadeq durante il suo processo a Teheran, l’8 novembre 1953. Foto Wikimedia Commons. Public Domain.

    Sul piano economico, le ricadute del cambio di regime furono altrettanto dirompenti. In un suo libro, lo storico ed ex funzionario del Dipartimento di Stato William Blum spiega al riguardo che nel 1954 «il governo sottoscrisse un contratto con un consorzio internazionale di compagnie petrolifere.Tra i nuovi partner esteri dell’Iran, i britannici persero i diritti di esclusiva di cui avevano goduto precedentemente, vedendo ridotta la propria quota al 40%. Un altro 40% fu concesso alle imprese petrolifere americane, il resto agli altri Paesi. I britannici, tuttavia, ricevettero una contropartita molto generosa per la cessione delle loro proprietà».

    Blum prosegue spiegando che nel 1958, Kermit Roosevelt lasciò la Cia e, guarda caso, andò a lavorare per la Gulf Oil Co., una delle compagnie petrolifere americane che facevano parte del consorzio. Nel 1960, la Gulf lo nominò vicepresidente. In seguito, Roosevelt fondò una ditta di consulenza, la Downs & Roosevelt, che, tra il 1967 e il 1970, ricevette ufficialmente 116.00 dollari all’anno di profitti per le sue prestazioni a favore del governo iraniano.

    «Un altro cliente, la Northrop Corporation, una compagnia aerospaziale con sede a Los Angeles» spiega sempre Blum, «pagò a Roosevelt 75.000 dollari all’anno per l’aiuto ricevuto nei suoi contratti stipulati con l’Iran, l’Arabia Saudita ed altri Paesi. Un altro membro americano del nuovo consorzio era la Standard Oil co., del New Jersey (l’attuale ExxonMobil, oggi come allora controllata dalla potentissima famiglia Rockefeller, nda), un cliente di Sullivan & Cromwell, lo studio legale di New York del quale John Foster Dulles era stato per molto tempo socio anziano. Anche suo fratello Allen, direttore della Cia, era stato socio dello studio legale».

    Alla luce della ricostruzione dell’Operazione Ajax, risulta quanto meno paradossale che a parlare di «liberazione nazionale» sia proprio Reza Ciro Pahlavi, erede diretto di quella monarchia rimessa al potere dagli apparati d’intelligence stranieri, a scapito di un governo democraticamente eletto. Non solo. In un cortocircuito storico, quella che probabilmente fu la prima operazione coperta finalizzata al cambio di regime condotta dagli Stati Uniti venne indotta, nel lontano 1953, proprio dal medesimo intreccio di interessi economici e strategici che si cela ancor oggi dietro molte crisi politiche contemporanee.

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Giacomo Gabellini
      Giacomo Gabellini

      Analista geopolitico ed economico, è autore di numerosi saggi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (2021), Ucraina. Il mondo al bivio (2022), Dottrina Monroe. L’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale (2022), Taiwan. L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale (2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (2023). Ha all’attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere.

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