«Tblisi sarà la nuova Maidan». «Verso una Maidan di Chisinau». «Rischio Maidan»… In questi giorni di tensione in Moldavia e Georgia, i media evocano spesso la piazza di Kiev che fu il fulcro delle proteste anti-governative nel 2014. Ma che cosa avvenne di preciso in quella piazza? Per capirlo, Krisis pubblica la testimonianza del fotoreporter Livio Senigalliesi, che si trovava a Kiev nel febbraio 2014. Mentre la città era tranquilla, la celebre piazza era teatro di violentissimi scontri tra manifestanti e polizia. Nel caos, Senigalliesi percepì fin da subito un’oscura regia dietro i sanguinosi eventi: quello che sembrava un movimento di protesta assumeva sempre di più i contorni di un’operazione di regime change.
Partii per Kiev a metà febbraio del 2014. Da anni l’Ucraina era sull’orlo del tracollo. Troppa corruzione e lotte intestine per il potere hanno messo in ginocchio uno Stato cuscinetto stretto tra la Russia e lo schieramento occidentale. Percorrendo in taxi la strada che porta dall’aeroporto Boryspil’ al centro di Kiev, mi colpì il senso di normalità. Nessuna tensione né dispiegamento di polizia. In precedenza avevo già documentato altrove colpi di Stato e rivoluzioni e la situazione mi era sempre parsa anomala.

Kiev invece era tranquilla. Il conducente del taxi mi faceva segno di pazientare. «Maidan, Maidan» ripeteva convinto. In effetti, giunti nei pressi di una grande piazza, il clima cambiò di colpo: barricate, lancio di sassi, bottiglie molotov… Manifestanti agguerriti vestiti con improvvisate divise militari si confrontavano a distanza con ingenti forze di polizia in tenuta anti-sommossa, i Berkut, che sparavano bordate di lacrimogeni verso le barricate. E che lacrimogeni: erano potentissimi gas irritanti militari, che io non avevo mai sperimentato prima.

Chi le aveva, indossava maschere antigas. Gli occhi mi bruciavano e io non riuscivo a respirare. Cercai un luogo defilato dove riprendere fiato e iniziare a scattare le prime immagini. Fumo e fiamme rendevano lo scenario ancora più tragico

I dimostranti apparivano ben organizzati. Alcuni preparavano pentoloni di minestra e bevande calde per scaldare la gente intirizzita dal gelo. C’erano settori di manifestanti con fasce giallo-blu legate al braccio. Simboli a me sconosciuti identificavano manifestanti che mi ricordavano reparti paramilitari. La coltre di fumo e la nebbia mi consigliarono di cercare un giaciglio per la notte per riposare e organizzare i contatti per il giorno successivo.

La mattina dopo, il fatidico 20 febbraio, ero in piazza intorno alle 8. La nebbia e la coltre di fumo erano ancora più dense. Sentii improvvisamente colpi di fucile provenire da un palazzo vicino. La gente si nascose dietro le barricate. Molti, terrorizzati, cercavano di fuggire. Dopo qualche minuto iniziarono a sparare dall’hotel Ucraina. Due gruppi di cecchini prendevano di mira sia la polizia sia i dimostranti, cercando di provocare il caos.

Sempre più corpi rimanevano a terra immobili. I feriti urlavano.

I manifestanti davano la colpa alla polizia e ai servizi segreti. Ma anche tra le file dei Berkut c’erano vittime e la confusione assaliva chiunque, anche me. Ma, abituato alle zone di guerra, riuscivo comunque a svolgere il mio lavoro in mezzo al pericolo e alla confusione. Immortalai un sacerdote ortodosso che – sfidando le pallottole – camminava tra le barricate portando una croce tra le mani come se brandisse una spada.

I feriti venivano soccorsi con molta difficoltà. Le coperte usate per proteggersi dal freddo diventavano barelle improvvisate. La gente urlava e malediceva i cecchini. Gli scontri tra le fazioni contrapposte ripresero ancora più furiosi. Poi, tutto d’un botto, gli spari dei cecchini tacquero: la coltre venefica dei gas lacrimogeni iniziò a coprire ogni cosa. Respirando con sempre maggiore difficoltà, caddi a terra tra le convulsioni.
Un gruppo di manifestanti si avvinò prontamente e mi caricò su un’auto diretta in ospedale. Nelle ore seguenti iniziai a riflettere su quanto visto e documentato in piazza. Ebbi la netta impressione che, più di una rivoluzione, a Maidan stesse andando in scerna un golpe ben organizzato.

I medici mi consigliarono di tornare a casa con urgenza e di effettuare controlli all’apparato respiratorio. In quelle condizioni era inutile restare. Solo anni dopo venni a sapere che i cecchini che sparavano dai tetti e dalle finestre dell’Hotel Ucraina erano mercenari georgiani.
Reportage fotografico di Livio Senigalliesi.




