Sei mesi fa, l’ex portavoce delle Nazioni Unite nella capitale bosniaca ai tempi dell’assedio metteva in luce su Krisis le incongruenze del caso dei cosiddetti «safari umani». Alla vigilia dei suoi funerali, rendiamo omaggio ad Andrea Angeli, membro del Comitato etico-scientifico della nostra rivista, riproponendo la sua lezione di metodo: prima i fatti, poi le narrazioni.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba e Andrea Pincin:
Memoria storica Il portavoce Onu durante l’assedio di Sarajevo Andrea Angeli, che ha seguito tutte le guerre balcaniche, solleva dubbi sulla coerenza della ricostruzione dei cosiddetti «tour della morte».
Incongruenze logistiche Angeli rivela che a Sarajevo, durante l’assedio, non c’erano alpini italiani. Le Forze armate italiane non parteciparono con un contingente di terra alla missione Unprofor dell’Onu.
Paradosso dell’intelligence Una fonte chiave del documentario «Sarajevo Safari» sostiene che i servizi bosniaci abbiano riferito dei turisti dell’orrore al Sismi a fine 1993-inizi 1994. Ma la rappresentanza diplomatica italiana a Sarajevo aprì solo nel maggio 1994.
Realtà operativa bellica Angeli racconta che raggiungere le postazioni tramite il monte Igman era una «roulette russa». La complessità degli spostamenti solleva dubbi sull’esistenza di un’organizzazione turistica strutturata.
Silenzio di quegli anni Nonostante la massiccia presenza di stampa internazionale e di funzionari Onu, ai tempi dell’assedio non emersero prove o segnalazioni su civili stranieri che pagavano per sparare sui civili.
Nota della direttrice
Con le lacrime agli occhi, scrivo queste righe su Andrea Angeli, un grande professionista ma anche un caro amico. Il funzionario ONU che ha onorato Krisis accettando di entrare nel suo Comitato etico-scientifico è mancato a Macerata, la città dov’era venuto al mondo 69 anni fa e dove domani si terranno i suoi funerali.
Andrea Angeli: un nome, un mito. Uomo di mondo, aveva la rara capacità di sapersi rapportare in egual misura con ambasciatori e uscieri, generali e caporali, star televisive e free-lance, vescovi e sagrestani.
Con oltre 40 anni di carriera sui fronti più caldi della terra, il peacekeeper marchigiano aveva mantenuto l’aplomb di un gentiluomo. Cravatta d’ordinanza e branda militare, penna stilografica e borsa da elicotterista, Andrea aveva lavorato nel Cile post Pinochet e nella Cambogia post Pol Pot, passando per l’Afghanistan e l’Irak. Ma l’area che meglio conosceva erano i Balcani, dove aveva lavorato per «16 anni, di cui 10 anni e 23 gg non stop», come mi precisò in un messaggio su WhatsApp..
Krisis ha deciso di onorare la sua memoria pubblicando l’ultima intervista che ci ha rilasciato il 25 febbraio 2026. Il tema era scottante: i safari umani a Sarajevo. Rilette oggi, le sue parole hanno un sapore profetico. Con il coraggio della competenza, Andrea è stato tra i pochissimi a mettere in guardia contro le scorciatoie narrative, la caccia al sensazionalismo e la trasformazione della tragedia balcanica in racconto spettacolare.
Il punto centrale della sua riflessione era semplice e, al tempo stesso, rigoroso: la storia e la cronaca devono essere ancorate a riscontri oggettivi, separando la memoria da suggestioni e ricostruzioni non verificate. Senza escludere niente a priori, Andrea rifiutava di trasformare ipotesi, testimonianze e incongruenze in verità acquisite.
Un’intervista profetica, che ha trovato conferme significative nei mesi successivi. Dalle inchieste della Frankfurter Allgemeine Zeitung e di BalkanInsight, fino alle sentenze della magistratura tedesca sulle ricostruzioni di Der Spiegel, ritenute prive di sufficienti riscontri, le sue intuizioni sono state ulteriormente avvalorate.
Dietro la sua nonchalance, Andrea Angeli aveva una schiena dritta. Sapeva che difendere la verità storica dei conflitti nei Balcani significa in primis rispettarne i fatti con rigore, senza cedere alle sirene della narrazione emotiva o del tam tam mediatico.
Con questa ripubblicazione gli rendiamo omaggio, ricordando non solo l’amico e il professionista, ma soprattutto la sua preziosa lezione di onestà intellettuale. E anche di giornalismo. Prima i fatti, poi le interpretazioni; prima le verifiche, poi le narrazioni: questo è il metodo che, senza mettersi in cattedra, Andrea Angeli delinea nell’intervista.
Ci mancherai, Andrea. L’unica consolazione, in questo momento di grande dolore, è che la tua vita è stata degna di essere vissuta. E non è poco.
«La delegazione diplomatica a Sarajevo fu aperta ai primi di maggio del 1994». Con cautela diplomatica, Andrea Angeli, celebre addetto stampa della missione Onu a Sarajevo (dal 1993 al 1994), non dice di più. Eppure, in quest’intervista che cerca di chiarire la vicenda dei cosiddetti safari umani, il funzionario, che è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, evidenzia con precisione chirurgica un punto chiave dell’inchiesta aperta a Milano.
Le indagini sono state avviate dal sostituto procuratore Alessandro Gobbis sulla base di un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, con l’aiuto dell’ex giudice milanese Guido Salvini. L’esposto fa riferimento al documentario Sarajevo safari, realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič. Testimone chiave del documentario è Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca. Secondo Subašić, già alla fine del 1993 i suoi uomini avevano individuato un gruppo di italiani coinvolti nei cosiddetti safari umani. L’informazione, sostiene Subašić, fu condivisa con gli ufficiali del Sismi allora presenti a Sarajevo all’interno del contingente delle Nazioni Unite Unprofor.
Qui la versione della fonte chiave si scontra con la storia ufficiale. Andrea Angeli, memoria storica dei conflitti nei Balcani, dove ha lavorato per 16 anni, di cui 10 anni e 23 giorni non stop, solleva un’obiezione fondamentale: l’Italia non ha mai avuto un contingente militare in Unprofor. I pochi italiani presenti erano osservatori in divisa bianca dell’Ue o funzionari internazionali, come Andrea Angeli.
A questo punto, la domanda sorge spontanea. Se la rappresentanza diplomatica italiana ha aperto i battenti solo nel maggio 1994, e dato che di solito il Sismi arriva in loco di pari passo con l’ambasciata, chi erano gli interlocutori a cui i servizi bosniaci avrebbero consegnato mesi prima i nomi dei presunti «turisti dell’orrore»?
Attenzione, però. Sebbene il Sismi giunga solitamente sul terreno in concomitanza con la rappresentanza diplomatica, non si può escludere che – prima del maggio 1994 – qualche uomo dei servizi operasse a Sarajevo sotto mentite spoglie. Ma se gli agenti del Sismi erano nella capitale bosniaca sotto copertura, come hanno fatto i servizi bosniaci a individuarli e ad aprire un canale con loro?
Il punto cruciale non è dunque se il Sismi fosse o meno presente a Sarajevo prima del maggio 1994. La questione di fondo è una strana incongruenza. Come hanno potuto i servizi bosniaci riferire ufficialmente a un’entità che, sulla carta, non esisteva? È su questo buco nero della narrazione che si gioca la credibilità dell’intera vicenda. Incongruenza che peraltro, come emerge dalle risposte di Andrea Angeli, è solamente la più singolare di una discreta serie.
In oltre 40 anni di carriera nelle zone di guerra, lei ha mai incontrato un’ipotesi di reato come questa?
«In verità no, ma non v’è mai fine al peggio. Non posso quindi escludere la presenza di pazzi criminali coinvolti nelle attività denunciate. Va tuttavia tenuto presente che non si trattava di andare al tiro a segno delle bancarelle di piazza Navona. Chiunque volesse andare a Sarajevo in quegli anni, quand’anche nelle zone controllate dai serbo-bosniaci e anche se “paying guest”, si sarebbe esposto a enormi rischi per la propria incolumità personale, sia nel viaggio sia durante la permanenza. Chi non tiene in conto questo, non conosce la realtà di quel disgraziatissimo periodo».
Quando lei era addetto stampa Onu a Sarajevo, si parlava – anche solo sottoforma di voci non verificate – di stranieri che pagavano per sparare sui civili dalle postazioni serbe?
«No. Ricordo che si parlò di zone isolate della Bosnia dove forestieri si “dilettavano” in guerre simulate con sagome umane e/o proiettili di plastica. E poi c’erano i fiancheggiatori, ovvero stranieri che appoggiavano materialmente una fazione o per affinità politiche o religiose. In entrambi i casi parliamo di fattispecie diverse».
Se un funzionario Onu o un militare avesse notato presenze «anomale», quale sarebbe stata la procedura?
«Bella domanda: tutto era anomalo a quel tempo. Stranieri fiancheggiatori delle varie fazioni ci sono sempre stati, in ogni guerra, lo vediamo oggigiorno in Ucraina. Unprofor non era una forza di occupazione, una volta che lo straniero vestiva un’uniforme degli eserciti locali sfuggiva al controllo internazionale. Diverso se una nostra pattuglia Mp (Polizia militare, ndr) avesse intercettato un’auto con targa straniera con personale civile armato a bordo».
A Sarajevo ha mai raccolto o sentito resoconti da civili bosniaci che descrivevano cecchini «non locali» o con accenti stranieri?
«Ripeto, fiancheggiatori stranieri da ambo le parti c’erano. Se fossero poi cecchini o addetti ad altre incombenze militari, non saprei».
Ha mai sentito di giornalisti che indagassero su mercenari o volontari stranieri tra le forze serbe?
«Guardi, la situazione negli anni 1993 e 1995 era talmente grave che l’eventuale presenza di mercenari sarebbe passata in secondo piano. La priorità per i giornalisti era quella – di per sé difficile e rischiosa – di riferire obiettivamente quanto accadeva».
Un altro testimone chiave è John Jordan, ex marine e pompiere volontario a Sarajevo. Pur ammettendo di non aver mai visto i cosiddetti «turisti tiratori» sparare un colpo, il 28 agosto 2012 al Tribunale dell’Aja ha detto di averli osservati presso «postazioni di cecchinaggio». Che reputazione aveva a Sarajevo Jordan? Oggi come viene ricordato?
«Ricordo che c’erano alcuni coraggiosi vigili del fuoco Usa. Non appartenevano all’Unprofor, agivano sotto il cappello di una ong americana. Ricordo il capo Bob Triozzi, ottima persona, molto coraggioso. Jordan non so».
I «turisti dell’orrore» sarebbero partiti da Trieste via Belgrado. Quanto erano «permeabili» i confini per civili stranieri con finalità di questo tipo?
«Da Belgrado a Pale (avamposto serbo-bosniaco sulle colline sovrastanti Sarajevo) si poteva arrivare scendendo da Nord, superando una miriade di check-point e perquisizioni varie, a patto di avere lasciapasssare serbo-bosniaci. Per arrivare a Sarajevo si risaliva invece da Sud, ma gli ultimi 15 chilometri, la discesa dal Monte Igman, erano una roulette russa, da kamikaze puri. Domandatelo a Bernardo Valli, decano degli inviati italiani, che qualche volta l’ha fatta. In aereo si arrivava solo muniti di tessera Un Press con i C130 da Ancona».
Lei aveva mai sentito parlare di Gavazzeni prima dell’apertura dell’inchiesta? Che idea si è fatto dell’esposto presentato al Tribunale di Milano?
«No, mai sentito parlare prima di Gavazzeni. Non ho letto l’esposto salvo quanto riportato dai media. Sono rimasto molto sorpreso nel leggere di alpini Unprofor. L’Italia non ha mai fatto parte di tale missione di pace. Gli unici militari italiani presenti nella regione erano una mezza dozzina di osservatori europei stazionati in altre zone. Non erano in mimetica, ma con divise bianche dell’Ue, occasionalmente transitavano per qualche ora a Sarajevo. Tutto qui. Quei pochissimi civili italiani Unprofor erano come me funzionari delle Nazioni Unite, senza legami – al pari degli altri civili – col proprio Paese».
Quanti italiani eravate in Unprofor?
«Due in Croazia dal 1992 e altrettanti a Belgrado. In Bosnia, oltre a me, a Sarajevo c’era Michele Manca di Nissa, che copriva Zenica e Tuzla per l’Unhcr. Sempre a Sarajevo, ai primi del ’94 arrivò in amministrazione un funzionario della Fao, Gianpiero Silvestri. Stop».
Altri italiani?
«Ne arrivarono molti in occasione di varie iniziative pacifiste – Mir Sada e Marcia dei 500 – nel 1992. Alcuni rimasero per qualche tempo. Le presenze si diradarono dopo l’uccisione dell’attivista Moreno Locatelli sul ponte di Vrbanja poco dopo il mio arrivo nell’ottobre 1993. Volontari del gruppo cattolico padovano Beati Costruttori di Pace continuarono ad arrivare insieme a quelli della ong Sprofondo, ma parliamo di poche persone. E, poi, i giornalisti che andavano e venivano: media della presenza giornaliera di reporter italiani, una decina. La permanenza media era di 10 giorni, con l’eccezione di Adriano Sofri che dai primi del 1994 si stabilì nella capitale bosniaca».
Secondo Edin Subašić, l’intelligence bosniaca avrebbe scoperto l’esistenza di questi gruppi stranieri (fra cui almeno cinque italiani menzionati in un interrogatorio a un prigioniero serbo-bosniaco) alla fine del 1993. E avrebbe condiviso tali informazioni con ufficiali del Sismi, presenti nel contingente Unprofor a Sarajevo. Ma al tempo a Sarajevo il Sismi c’era?
«Guardi, come detto l’Italia non ha mai avuto un contingente militare all’interno di Unprofor. Noi civili avevamo contatti con le ambasciate di tutti i Paesi presenti in loco o concorrenti. La rappresentanza diplomatica italiana aprì i battenti ai primi di maggio del 1994».
L’unico indagato di cui si conosce il nome, l’ex camionista friulano Giuseppe Vegnaduzzo, ha negato tutto davanti al Pm Gobbis, parlando di viaggi per lavoro. Ritiene plausibile che una copertura lavorativa potesse nascondere attività di «safari umano» senza attirare l’attenzione dei controlli internazionali?
«Come detto, all’interno dei territori controllati dai serbo-bosniaci i movimenti di merci potevano avvenire piuttosto indisturbati. La Sarajevo musulmana era molto più controllata».
È emerso anche un secondo profilo, sul quale la Procura starebbe svolgendo accertamenti. Si tratta di un ex alpino che oggi vive in Carnia. All’epoca dei fatti, avrebbe operato con Unprofor in contesti riconducibili alla Cia.
«Cosa siano e cosa s’intenda per “contesti Cia” francamente non so. Come detto, l’Italia non faceva parte di Unprofor, affermare il contrario è uno svarione non da poco, getta una lunga ombra su tutto quanto esposto».
Quindi non può esserci un alpino che ha operato con Unprofor durante l’assedio di Sarajevo?
«Un alpino militare italiano Unprofor assolutamente no».
Si parla anche di un cacciatore piemontese. Ricapitolando, finora i sospettati sono un camionista, un alpino e un cacciatore. Non esattamente i profili inizialmente delineati: facoltosi imprenditori, uomini d’affari con reputazioni consolidate, ricchi borghesi…
«Credo che professionisti affermati o possidenti benestanti preferissero trascorrere altrove i loro fine settimana. Dopodiché, come detto, il pazzo criminale c’è sempre, in ogni guerra. Ricordo piuttosto personaggi facoltosi – un noto industriale della pasta, ad esempio – che hanno inviato aiuti senza sosta oltre Adriatico, senza volere che si sapesse nulla».
Si stanno sgonfiando anche i tariffari, nel documentario del 2022 definiti da una fonte anonima «terribilmente costosi». Secondo Subašić, «le cifre oscillano dai 50 mila marchi tedeschi ai 90 mila dollari, fino all’equivalente di 300 mila euro». In lire, quindi, i turisti dell’orrore avrebbero speso fino a quasi 600 milioni. Intervistato da The Times il 13 febbraio 2026, Aleksandar Ličanin, durante l’assedio volontario con l’unità di carri armati serbo-bosniaca, parla invece di pagamenti tra 500 e 1.000 marchi tedeschi, cioè fra 500.000 e un milione di lire. Come spiega una tale discrepanza?
«Non saprei proprio. Sono tutte cose di cui non ho mai sentito parlare».
L’inchiesta di Milano per omicidio aggravato da crudeltà è partita 30 anni dopo gli eventi. Secondo lei, perché questa vicenda sta emergendo solo ora e non è stata documentata dai tribunali internazionali come quello dell’Aja?
«I promotori del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (Icty) hanno sempre sottolineato che perseguire tutti i crimini commessi in tre anni in un territorio cosi vasto sarebbe stato impossibile. Date le oggettive difficoltà, si sono concentrati sui casi più eclatanti e hanno fatto bene. È già un miracolo quello che sono riusciti a fare. Teoricamente negli archivi dell’Aja ci potrebbero essere denunce d’interesse a cui – per quanto spiegato sopra – non è stato dato seguito. Non dimentichiamo che l’Icty ha chiuso definitivamente i battenti nel 2017».
Mi scusi, ma cosa poteva esserci di più eclatante di questo caso?
«Il massacro di Srebrenica, ad esempio. È triste dire questo, ma se non sempre c’è giustizia giusta all’interno di un Paese, è ancor meno facile che lo sia quella internazionale».
Le autorità della Republika Srpska bollano il «Sarajevo Safari» come propaganda. Lei che ha vissuto il conflitto, come risponde a chi sostiene che una tale organizzazione (hotel, elicotteri, postazioni protette) sarebbe stata impossibile da nascondere?
«Mah… In realtà non è neanche propaganda, perché se fosse così sarebbe stata oggetto di una denuncia fatta direttamente dalle autorità centrali e all’epoca. In quegli anni avrebbero trovato stuoli di giornalisti, italiani inclusi ovviamente, pronti ad approfondire la veridicità di tali barbarie».
Ma, allora, che cos’erano i Sarajevo safari?
«Non lo so, ma mi auguro venga fatta chiarezza per il buon nome dell’Italia che tanto ha fatto, a vari livelli, per la Bosnia-Erzegovina».
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Articolo originale pubblicato il 25 febbraio 2026.





