Un tempo sinonimo di oppio ed eroina, il Triangolo d’Oro ha cambiato volto senza perdere la sua natura di territorio di passaggio. Lungo il Mekong, le rotte del narcotraffico si sovrappongono oggi agli investimenti cinesi, alle dighe che modificano il corso del fiume, all’estrazione delle terre rare e alla crescita delle città delle truffe digitali. In sella alla sua moto, il reporter Fabio Polese ha percorso quasi 3 mila chilometri, dal confine con il Laos fino a quello con il Myanmar, attraversando una regione in cui Stati, aziende, milizie e reti criminali si contendono spazi e risorse. E dove, sotto un paesaggio apparentemente immobile, tutto continua a cambiare.
Il testo che segue è tratto da «Nord Thailandia on the road», il nuovo libro del reporter Fabio Polese, nato da un viaggio di quasi 3 mila chilometri in moto. Un percorso che parte dal Triangolo d’Oro, segue il Mekong lungo il confine con il Laos e poi piega verso Ovest, attraversando montagne e villaggi fino a Mae Sot, al confine con il Myanmar in guerra. In questo capitolo, Polese racconta una regione attraversata da profonde trasformazioni, tra miniere di terre rare, narcotraffico, interessi geopolitici e nuove scam city. Il libro è acquistabile su Amazon.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Arrivo a Chiang Saen nel primo pomeriggio, dopo un paio d’ore di strada. All’improvviso, davanti a me c’è il Mekong. Largo, con quel colore denso che sembra portarsi dietro la terra di tutto ciò che attraversa, seguendo un ritmo che non appartiene a quello degli uomini. Mi fermo vicino al lungofiume, dove la strada si interrompe in una specie di piazza aperta, e davanti a me si muove lentamente una scena che sembra sempre uguale e sempre diversa.
Il grande cartello dorato del Triangolo d’Oro attira gruppi di turisti che si mettono in fila per una fotografia, sorridono, si sistemano, indicano l’altra sponda cercando di capire dove finisca un Paese e dove ne inizi un altro.
Thailandia, Laos, Myanmar, tre confini che qui si guardano da vicino ma non si toccano mai davvero. Basta però allontanarsi di qualche passo per uscire da quella rappresentazione e ritrovarsi da soli davanti al grande fiume, dove tutto diventa più silenzioso e meno definito.
Resto a osservare l’acqua, cercando di capire se davvero si muove o se è solo un’impressione.
È qui che il fiume Ruak, che scende dalle montagne del Myanmar si unisce al Mekong. Questo è uno dei luoghi più carichi di significato di tutta la regione, una soglia invisibile dove per decenni si sono incrociate rotte, interessi e storie che hanno definito il destino di queste terre.

Il nome Triangolo d’Oro non nasce qui per caso. Per anni ha indicato uno dei centri nevralgici del traffico globale di oppio ed eroina, un sistema che partiva dalle montagne dello Stato Shan, attraversava questi fiumi e arrivava fino ai mercati internazionali. Quella rete non esiste più nella stessa forma, ma non è mai davvero scomparsa. Si è trasformata, adattata, spostata, mantenendo però intatta la logica di fondo. Questo è ancora un territorio di passaggio, dove traffici, interessi e influenze continuano ad attraversare i confini assumendo forme sempre nuove.
Sul fiume passano barche lente, alcune cariche di sabbia, altre senza segni evidenti, scivolano sull’acqua con una naturalezza che le rende quasi invisibili. Non c’è niente di spettacolare in quello che fanno, e forse è proprio per questo che attirano meno attenzione.
Sull’altra sponda, in Laos, il paesaggio racconta una storia diversa. Tra il verde emergono edifici moderni, strutture nuove, strade costruite di recente, e più in basso si intravedono complessi legati al gioco d’azzardo, parte di quelle zone economiche speciali nate negli ultimi anni sotto l’influenza di capitali cinesi, luoghi che ufficialmente promettono sviluppo ma che spesso funzionano secondo logiche molto oscure.
Negli ultimi decenni, il Triangolo d’Oro è diventato qualcosa di più complesso di quanto suggerisca il suo nome. Non è più soltanto un simbolo del narcotraffico, ma un punto di convergenza tra interessi economici, strategie geopolitiche e reti criminali che operano su piani diversi ma nello stesso spazio.
Il Mekong, che nasce sull’altopiano tibetano e attraversa sei Paesi prima di sfociare in Vietnam, è al centro di questo sistema. Non è più solo un fiume, ma una risorsa che viene gestita, controllata e utilizzata.

A monte, lontano da qui ma direttamente connesso a questo punto, la Cina ha costruito una serie di grandi dighe che regolano il flusso dell’acqua. Trattengono, rilasciano, modificano il ritmo naturale del fiume in funzione di esigenze energetiche e politiche. Qui a valle non arriva una spiegazione, arriva solo l’effetto. Il livello dell’acqua cambia, a volte nel giro di poche ore, le correnti si alterano, le stagioni non seguono più i cicli di una volta.
Anche il Laos ha puntato sull’idroelettrico, trasformando il fiume in una risorsa economica centrale e legando il proprio futuro a una rete di investimenti che ha nella Cina il suo principale punto di riferimento.
Ma non solo. Oltre le montagne dello Shan State, in Myanmar, nuove attività estrattive stanno ridisegnando il territorio in modo ancora più radicale. Le miniere di terre rare, fondamentali per l’elettronica, la transizione energetica e l’industria militare, si sono moltiplicate negli ultimi anni, soprattutto dopo il colpo di stato del 2021, in aree dove il controllo del potere centrale è debole o inesistente e dove gruppi armati e interessi economici operano senza reali limitazioni.
Le tecniche utilizzate sono invasive, basate sull’iniezione di soluzioni chimiche nel terreno per separare i minerali, un processo che rilascia metalli pesanti come arsenico e nichel, destinati a finire nei corsi d’acqua.
Il fiume assorbe tutto e porta a valle. Diverse analisi hanno rilevato livelli di contaminazione superiori agli standard internazionali proprio in questo bacino, ma qui, sulla riva, nessuno parla di dati. Non serve. La gente guarda il Mekong, si fa i suoi film e molto probabilmente non capisce che qualcosa è cambiato.

Qualche tempo fa, durante un lavoro per Al Jazeera, ero sulla riva opposta, nella provincia laotiana di Bokeo, a pochi chilometri da qui. Nessun cartello, nessun turista. Solo il fiume, le barche e il silenzio. Era l’alba quando ho incontrato Hom Phan, 77 anni, pescatore da sempre. Si stava preparando a uscire. Gli ho parlato in thailandese, con quel poco che so, e ci siamo capiti subito. Mi ha guardato per qualche secondo, poi mi ha chiesto se volevo salire con lui. Non c’era bisogno di dire altro.
L’imbarcazione scivolava sull’acqua seguendo percorsi invisibili che lui conosceva a memoria. Hom Phan parlava poco. Ogni tanto indicava un punto, faceva un gesto con la mano, come se stesse leggendo qualcosa che io non riuscivo a vedere. A un certo punto si è fermato, ha gettato la rete e ha aspettato. Quando ha tirato su la rete, era vuota.
«È così da giorni», mi aveva detto. «Una volta sapevamo quando l’acqua si alzava e quando si abbassava. Ora non più. È come se il fiume non ci parlasse più». Ricordo di aver scattato delle fotografie quel giorno, anche se una parte di me non ne aveva voglia. Poi mi ero convinto che raccontare quella storia, anche solo in minima parte, potesse servire a qualcosa. La barca continuava a muoversi lenta. Il fiume sembrava lo stesso di sempre. Ma non lo era più.
Alzo lo sguardo verso l’altra sponda, oltre il fiume. Da qui il Laos sembra vicino, quasi a portata di mano, ma quello che si vede non ha nulla a che fare con i villaggi che ho attraversato fino a poche ore fa. Tra il verde emergono edifici fuori scala, strutture moderne, palazzi che sembrano arrivati da un altro contesto e piantati lì, senza continuità con il resto.
È in quella direzione, poco distante da qui, che negli ultimi anni è cresciuta una delle realtà più oscure di tutta la regione. La città fantasma fatta di grattacieli in costruzione e casinò: la Golden Triangle Special Economic Zone (GTSEZ), di fatto sotto controllo cinese.

Si tratta di una zona «extra-territoriale», concessa in affitto dal governo laotiano a Zhao Wei, uomo d’affari cinese sanzionato da parte degli Stati Uniti. Zhao è accusato di guidare una rete criminale transnazionale coinvolta nel narcotraffico, traffico di esseri umani e riciclaggio di denaro. Il centro dell’area, pattugliata da sicurezza privata e inaccessibile ai giornalisti, è il Kings Romans Casino, attorno al quale ruota un’intera economia fondata sul gioco d’azzardo e, soprattutto, sulle frodi digitali.
Secondo le indagini di Al Jazeera, della Global Initiative e delle Nazioni Unite, all’interno della GTSEZ, una delle tante scam city presenti in Asia – centri costruiti ad hoc per le truffe online – operano decine di strutture in cui lavoratori, spesso ingannati con false proposte, sono costretti a lavorare sotto sorveglianza armata.
Le tecniche includono falsi investimenti, piattaforme bancarie fittizie, finti uffici governativi e la cosiddetta pig butchering, ovvero la costruzione di relazioni affettive fasulle per estorcere denaro alle vittime. I guadagni, stimati in miliardi di dollari, vengono riciclati tramite app e circuiti di criptovalute, sfruttando l’assenza di controlli e spesso anche la complicità delle autorità locali.
Secondo il Center for Strategic and International Studies, l’industria delle truffe digitali in Asia genera profitti comparabili a quelli del traffico di droga. Tra le reti criminali più grandi troviamo Sam Gor, un’organizzazione transnazionale attiva tra Cina, Myanmar, Laos, Cambogia e Thailandia, composta da un’alleanza di triadi cinesi e considerata una delle reti più influenti del narcotraffico asiatico.
L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), ha stimato che nel 2018 Sam Gor controllava tra il 40% e il 70% del mercato all’ingrosso di metanfetamine nella regione Asia-Pacifico, con profitti stimati tra gli 8 e i 17,7 miliardi di dollari. Il Mekong passa anche da qui. Non si ferma, non cambia direzione. Scorre davanti a questi luoghi come ha sempre fatto, portando con sé quello che non si vede. Da questa riva, tutto sembra lontano. Anche se non è così.
Il Triangolo d’Oro resta un luogo difficile da definire. Non appartiene davvero a nessuno, ma tutti cercano di esercitare un controllo. Stati, aziende, milizie, reti criminali. Ognuno si muove secondo le proprie regole, spesso invisibili.
Alle mie spalle, i turisti continuano a scattare foto, cercano l’inquadratura giusta, ridono, si passano il telefono. Davanti a loro c’è un punto geografico, qualcosa che può essere raccontato in poche parole. Davanti a me c’è un sistema molto più complesso, che non si lascia ridurre a una spiegazione semplice.
Resto ancora qualche minuto a osservare il fiume, poi torno verso la moto, mi infilo il casco, accendo il motore e riparto. Chiang Saen rimane alle spalle, ma la sensazione che questo luogo continui a muoversi sotto la superficie resta con me, come qualcosa che non si vede ma che non smette mai di esistere.

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