In questa prima puntata della nuova serie di Krisis «Gli USA verso il voto», il fondatore del Center for China and Globalization di Pechino analizza gli scenari delle elezioni di midterm e il loro possibile impatto sugli equilibri internazionali. Dai fronti più caldi al confronto tra Washington e Pechino, fino alla trasformazione dell’ordine globale, Henry Huiyao Wang sostiene che le due maggiori potenze sono ormai costrette a superare la logica della rivalità.
Bivio elettorale. Senza tregue belliche entro l’autunno, a Washington la maggioranza rischia di sfaldarsi, condannando la presidenza all’impasse legislativa per il biennio successivo.
Fratture interne. La polarizzazione USA nasce dalle disparità sociali: risolvere le disuguaglianze domestiche è indispensabile per preservare un ruolo guida autorevole.
Asse commerciale. Il disaccoppiamento totale fra USA e Cina è ormai irrealizzabile: la forte interdipendenza economica impone a Pechino e Washington una cooperazione strategica obbligata.
Spinta diplomatica. Wang propone Pechino come mediatore a Ginevra fra Ucraina e Russia, suggerendo garanzie multilaterali e l’invio di forze di peacekeeping targate BRICS.
Assetto multipolare. Il baricentro del pianeta sta cambiando: la crescita del Sud globale supera il G7 e apre una fase fondata su vantaggi reciproci anziché su rigidi blocchi ideologici.
Fattore tecnologico. La sicurezza planetaria richiede patti stringenti sugli armamenti digitali e intese sull’IA simili a quelle sul nucleare per evitare derive belliche fatali.
Le elezioni di midterm potrebbero ridisegnare gli equilibri a Washington, ma secondo Henry Huiyao Wang la vera partita si gioca molto più lontano dal Congresso: nel rapporto tra Stati Uniti e Cina. Il fondatore e presidente del Center for China and Globalization illustra la prospettiva cinese sulla trasformazione dell’ordine internazionale e spiega perché ritiene che, dopo anni di rivalità, Washington e Pechino siano ormai costrette a cercare una forma di coesistenza.
Dottor Wang, guardando alla politica americana in vista delle elezioni di metà mandato, qual è la percezione di Pechino sullo stato attuale della politica a Washington e in che misura l’esito del voto potrebbe alterare la traiettoria della politica estera statunitense?
«Da una prospettiva generale, la Cina non interferisce nelle dinamiche politiche interne degli Stati Uniti, così come desidera che Washington non interferisca nelle proprie. Tuttavia, queste elezioni di metà mandato possono certamente avere un impatto sull’orientamento politico statunitense complessivo e sull’atteggiamento verso Pechino. A quasi due anni dall’inizio dell’Amministrazione Trump, si tratta di un appuntamento elettorale estremamente monitorato. L’esito dipenderà in larga parte da come la Casa Bianca gestirà i prossimi mesi. Se l’Amministrazione riuscirà a chiudere il conflitto con l’Iran e a conseguire una rapida stabilizzazione della pace insieme alla Cina, se l’Amministrazione Trump otterrà un grande successo nel vertice in cui accoglierà il Presidente Xi Jinping dal 24 al 26 settembre e se l’economia globale mostrerà stabilità, credo che i repubblicani potrebbero ancora conservare il Senato, mentre i democratici potrebbero prevalere alla Camera. Al contrario, se la situazione non verrà gestita al meglio e i conflitti non saranno risolti, potremmo assistere a un’avanzata democratica in entrambi i rami del Congresso, lasciando Trump nella condizione di “anatra zoppa” per i successivi due anni».
Ci sono molti «se», insomma…
«Esatto».
Lei ha menzionato i democratici. Nonostante le divergenze politiche tra democratici e repubblicani, a Washington sembra consolidarsi un consenso bipartisan sul fatto che la Cina rappresenti la sua principale sfida strategica. Questo consenso è reversibile, oppure Pechino considera la competizione strategica una caratteristica ormai strutturale della politica estera americana?
«A prescindere dal verdetto elettorale, penso che esista una questione strutturale. Sono convinto che l’orientamento di fondo degli Stati Uniti verso la Cina rimarrà in gran parte immutato, dal momento che a Washington si è consolidato da tempo un consenso bipartisan. Esiste un contrasto sistemico tra i modelli dei due Paesi. Come ha sottolineato il mio amico Graham Allison, professore ad Harvard, siamo in presenza della cosiddetta “trappola di Tucidide”: quando una potenza emergente contende il primato a quella dominante, si innescano inevitabilmente forme di contrasto, contenimento e frizione. Gli Stati Uniti si attendevano che l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nel 2001 avrebbe trasformato il Paese conformandolo al modello occidentale. Ma la Cina non ha intrapreso quel percorso. Da qui derivano profonde differenze nei metodi di governo e nei modelli di sviluppo.
D’altra parte, credo che di fronte a questi nodi strutturali, le due maggiori superpotenze del pianeta e le due economie più grandi debbano necessariamente trovare una via di coesistenza pacifica. Su questo punto sta forse emergendo un consenso più maturo. Ad esempio, durante la prima Amministrazione Trump, la linea ufficiale definiva la Cina un “rivale strategico” nel primo rapporto sulla sicurezza nazionale. Con il Trump 2.0, in particolare dopo la visita a Pechino, si parla invece dell’esigenza di una “stabilità strategica”. Passare dalla rivalità alla stabilità strategica costituisce un cambio di paradigma molto significativo sul piano politico. Dopo quasi un decennio di dazi, guerre commerciali, sanzioni, decoupling, de-risking, “piccoli cortili con alte recinzioni” (la dottrina USA “small yard, high fence” prevede di proteggere in modo estremamente rigoroso un numero ristretto di tecnologie strategiche critiche, lasciando libero il resto del commercio ordinario, ndr) e le relative contromisure cinesi, in particolare sulle terre rare penso che entrambi i Paesi abbiano compreso l’impossibilità di un decoupling totale (la progressiva separazione delle interdipendenze tra due sistemi economici precedentemente integrati, ndr). Ciascuna parte dipende dall’altra; il disaccoppiamento non riscuote più consensi e nessuno vuole attuarlo davvero. Siamo nel pieno di questo processo: Pechino e Washington dovranno coesistere, perché il mondo è attraversato da troppe minacce, rischi e sfide globali e le due maggiori potenze economiche mondiali sono costrette a trovare un’intesa. Dopo aver raggiunto una condizione di “mutua distruzione assicurata” (MAD: dottrina strategica della deterrenza nucleare fondata sulla certezza della distruzione reciproca in caso di attacco, ndr), la realtà sta spingendo verso una “mutua costruzione assicurata”. È un’evoluzione in corso, che richiederà tempo».
Lei dunque nutre qualche speranza… Passiamo alla politica interna. Molti analisti ritengono che la crescente polarizzazione interna stia indebolendo la leadership globale di Washington. Ritiene che la frammentazione politica statunitense sia un fenomeno passeggero o un mutamento strutturale e di lungo termine?
«Il sistema internazionale guidato dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale sta fronteggiando parecchie sfide. Uno dei problemi principali risiede in un’economia di mercato americana fin troppo deregolamentata ed elitaria: il vertice dell’1% di Wall Street detiene il 30-40% della ricchezza complessiva. Questo assetto non è più sostenibile nel lungo periodo e alimenta populismi, nazionalismi ed estremismi politici. Si tratta di una reazione agli eccessi del liberismo e a una democrazia sbilanciata a sfavore della maggioranza dei cittadini. È una crisi che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma coinvolge anche altre nazioni occidentali. Occorre trovare un punto di equilibrio virtuoso tra mercato, Stato, imprese e settore pubblico. La Cina, ad esempio, adotta un’economia mista: il 60% è composto dal settore privato, il 20% da imprese statali e il rimanente 20% da multinazionali e investimenti esteri. È un modello ibrido che ha dato ottimi risultati. Se gli Stati Uniti non risolveranno le loro contraddizioni interne, la tentazione sarà quella di cercare capri espiatori all’estero, addossando la colpa a Pechino e infiammando il nazionalismo. La via maestra consiste invece nel risolvere i propri problemi domestici, come ha fatto la Cina affrancando 800 milioni di individui dalla povertà».
In effetti un risultato straordinario.
«Proprio così. Bisogna fare i compiti a casa prima di pretendere di ergersi a modello per gli altri. Negli Stati Uniti vi sono decine di milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà o al limite della sussistenza; il ceto medio è rimasto stagnante per decenni senza benefici concreti, mentre una ristretta élite ha accumulato fortune senza precedenti. Questo divario economico va affrontato. La Cina, pur tra numerose sfide, ha gestito questo aspetto con maggiore efficacia: il governo interviene attivamente per riequilibrare i redditi, ha edificato i sistemi scolastici, previdenziali e sanitari più estesi al mondo. Oggi nelle città cinesi non si vedono mendicanti per strada a chiedere l’elemosina: l’eliminazione della povertà estrema ha garantito a tutti un’occupazione e una dignità sociale. In definitiva, la politica estera è lo specchio di quella interna. Se le fondamenta domestiche traballano, la proiezione internazionale ne risente. Per questo Cina e Stati Uniti dovrebbero collaborare e dialogare, superando la retorica manichea di “democrazie contro autocrazie” o l’idea di dover convertire l’altro a propria immagine. La Cina non pretende che gli Stati Uniti diventino come lei, né cerca di rimodellare gli altri Paesi. Al contrario, Washington ha spesso coltivato questa spinta missionaria verso l’esterno».
Donald Trump ha reimpostato la politica estera USA puntando su dazi, protezionismo e diplomazia transazionale. In questo approccio pragmatico e orientato all’accordo Pechino vede un’opportunità negoziale o una fonte di maggiore incertezza?
«Bisogna riconoscere a Trump qualche merito. Già nel discorso di insediamento aveva invitato il presidente Xi Jinping negli Stati Uniti. Il presidente Xi non vi andò di persona, ma inviò il vicepresidente. Successivamente Trump ha espresso il desiderio di recarsi a Pechino. La Cina ha accolto la richiesta organizzando la visita dello scorso maggio, durante la quale la linea politica è passata dalla “rivalità strategica” alla “stabilità strategica”. In quell’occasione Trump ha portato con sé una delegazione dei 17 amministratori delegati più influenti e ha smorzato i toni sul dossier TikTok, aprendo a una governance paritaria. Trump è un uomo d’affari a cui piace negoziare. Ma se si vogliono fare transazioni, quale partner può essere migliore della Cina, dato che è la seconda economia più grande del mondo? Tuttavia, la sfera transazionale non può sostituire la necessità di mantenere l’ordine globale e la pace e di riformare le istituzioni internazionali. Penso che Cina e Stati Uniti debbano collaborare per affrontare le crisi in Medio Oriente, la guerra tra Russia e Ucraina e gli altri conflitti regionali. La Cina, poi, non condivide la condotta degli Stati Uniti nei confronti del presidente legittimo del Venezuela, che è stato portato sul territorio statunitense. Mentre Washington si ritira da 66 organizzazioni internazionali, Pechino continua a sostenere le Nazioni Unite, il WTO, l’OMS e l’UNESCO. In queste aree Cina, Stati Uniti e Paesi europei dovrebbero collaborare».
Ma la Cina è la prima o la seconda economia mondiale?
«A parità di potere d’acquisto, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, la Cina è già la prima economia del mondo. Se invece il confronto avviene in base al tasso di cambio nominale in dollari statunitensi, la Cina è la seconda: gli Stati Uniti rappresentano circa il 23% del PIL globale e la Cina intorno al 18%, con uno scarto di circa 5 punti percentuali. Va anche considerata la sua forza produttiva: nelle categorie industriali classificate dalle Nazioni Unite, la Cina è leader in oltre 200 comparti. Naturalmente, gli Stati Uniti mantengono un notevole “hard power” e fanno molta innovazione tecnologica. Sono ancora una potenza. In questo le due potenze possono cooperare come partner, insieme all’Europa e al Sud Globale. In questo senso l’idea di un mondo unipolare appartiene al passato: siamo già in un ordine multipolare, anche se manca ancora un sistema multilaterale capace di sostenerlo stabilmente. Siamo in una fase di transizione delicata: le due più grandi economie possono guidare la costruzione di questo sistema di governance multilaterale prima che le tensioni degenerino in guerre aperte».
Un messaggio di grande rilievo… Veniamo ai teatri di crisi: la Cina mantiene una cooperazione strategica con la Russia e contemporaneamente si propone come potenziale mediatore in Ucraina. Come si conciliano i due ruoli?
« Quando il conflitto è scoppiato il 24 febbraio 2022, scrissi un editoriale sul New York Times l’11 marzo, in cui dicevo che la Cina poteva contribuire alla cessazione delle ostilità. Sono tornato sul tema con un editoriale su Foreign Policy prima del vertice in Alaska dell’anno scorso. La Cina non ha stretto alcuna alleanza militare con la Russia, né fa parte di blocchi paragonabili alla NATO. La Cina intrattiene relazioni normali con tutti i Paesi, inclusa la Russia, perché la Russia è il più grande vicino della Cina, con cui condivide oltre 4.000 chilometri di confine. Storicamente, la Cina ha avuto molti problemi con la Russia, per cui deve essere estremamente prudente nel gestire questo grande vicino, l’orso del Nord. Peraltro, la Cina necessita di forniture energetiche e gas naturale che la Russia può garantire, in un normale quadro di scambi commerciali condiviso anche dall’India. Sulla guerra in Ucraina la posizione cinese è chiara fin dall’inizio: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina e categorico rifiuto di qualsiasi ricorso alle armi nucleari. Al tempo stesso, la Cina invita a prendere in considerazione le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti. La Russia ha senz’altro le sue ragioni e l’Ucraina ha le proprie. Il modo migliore è mettersi seduti a negoziare. E a Pechino piacerebbe davvero promuovere questa soluzione. La Cina ha presentato un piano di pace in 12 punti, affiancato da quello in sei punti proposto con il Brasile. Ho sostenuto nei miei editoriali che la Cina, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potrebbe mettere a disposizione forze di peacekeeping per garantire il cessate il fuoco, con il blocco BRICS nel ruolo di garante dell’intesa. Un negoziato circoscritto solo all’Occidente e alla Russia vede contrapposte due parti direttamente coinvolte nel conflitto. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea forniscono armi e dietro di loro c’è la NATO. Per questo servono attori terzi come Cina, India, Brasile, Sudafrica e Pakistan, che possano svolgere un ruolo di mediazione e di garanzia».
La Cina vanta ottimi precedenti nel ruolo di mediatore, come dimostrato dal riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran. Alla luce delle attuali tensioni che coinvolgono Israele, Iran e Stati Uniti, qual è la visione della Cina per la stabilizzazione regionale e in che modo si differenzia dall’approccio di Washington?
«La Cina si sta rivelando un mediatore molto tenace e, talora, discreto. L’accordo tra Riad e Teheran promosso da Pechino ha colto il mondo di sorpresa».
Nel modo più assoluto.
« Anche di recente, prima della visita di Trump a Pechino a maggio, il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto colloqui telefonici con quasi 40 omologhi internazionali. È un record. Ha chiamato dai leader dell’Unione Europea al Segretario di Stato Rubio, fino ai ministri degli Esteri di Francia e Germania. E, naturalmente, al primo posto quello dell’Iran e anche quello di Israele. Ha tessuto una fitta tela diplomatica dietro le quinte. Il Pakistan, amico molto stretto di Pechino, ha svolto la funzione di mediatore, con frequenti visite in Cina del suo ministro degli Esteri e del primo ministro. Penso che la Cina possa svolgere un ruolo importante. Il motivo è che anzitutto Pechino vanta ottimi precedenti: non ha mai invaso alcun Paese del Golfo. In secondo luogo, la Cina è il principale acquirente di tutti i Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran e via dicendo. E in terzo luogo, la Cina gode di buona credibilità nel concludere accordi. Ed è proprio questo che il presidente Trump capisce bene. Ha riconosciuto più volte che per fare la pace è necessario l’aiuto di Pechino. Ecco perché l’imminente visita del presidente Xi a Washington rappresenta una buona opportunità. Ma anziché limitarsi a un memorandum d’intesa bilaterale tra Washington e Teheran che rischia di essere stracciato il giorno successivo, io propongo di negoziare a Ginevra un’intesa di pace garantita da Cina, Unione Europea, G7 e attori terzi come testimoni e garanti».
Gli storici futuri che analizzeranno queste elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, quale significato attribuiranno loro nella trasformazione dell’ordine globale?
«Guardandolo retrospettivamente, il voto di midterm sarà ricordato come uno spartiacque per gli equilibri internazionali. Il fattore decisivo per l’amministrazione americana saranno i teatri bellici. Se i conflitti non verranno fermati entro novembre, i repubblicani rischieranno concretamente di perdere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Quindi le guerre diventano un vero…».
… punto di svolta.
«Esatto. E per chiudere queste guerre, c’è bisogno della Cina. Ecco perché la visita di settembre del presidente Xi a Washington costituisce un’opportunità d’oro per agire congiuntamente sul fronte iraniano e su quello ucraino. E se il presidente Trump, con l’aiuto della Cina, metterà fine a entrambe le guerre, sono certo che manterrà il controllo di entrambi i rami del Congresso. In caso contrario, la stanchezza dell’opinione pubblica, i costi economici, le perdite umane e il deficit – come avvenuto durante la guerra del Vietnam – penalizzeranno duramente la maggioranza al Congresso».
Un’ultima domanda. Come descriverebbe la trasformazione dell’ordine internazionale a guida USA: è in declino, si sta adattando o si sta evolvendo verso qualcosa di nuovo?
«Ho affrontato questo tema nel mio recente volume open access, intitolato China and The Next Global Order. Nel testo pubblicato con Springer Nature sostengo che l’assetto postbellico guidato dagli Stati Uniti è giunto a una sorta di stadio innovativo. Ci troviamo in una fase di transizione verso un nuovo equilibrio globale basato sulla parità tra Stati Uniti e Cina. Dopo un decennio di tensioni commerciali, le due più grandi economie hanno sperimentato il logoramento reciproco. E sono costrette a passare dalla distruzione reciproca assicurata alla costruzione reciproca assicurata. I quattro vertici di quest’anno tra Cina e Stati Uniti sono una chiara dimostrazione di questa consapevolezza: entrambe le parti sanno che devono collaborare per mantenere l’ordine globale. In questo contesto, le medie potenze – come i Paesi europei, il Regno Unito, il Canada e l’Australia – non sono più costrette a compiere una scelta di campo ideologica tra democrazie e autocrazie, ma possono orientarsi caso per caso in base al merito e ai reciproci vantaggi. E anche il Sud globale sta crescendo: il suo PIL ha già superato quello del G7. Nel nuovo ordine mondiale che si sta definendo, la priorità immediata delle due grandi potenze è scongiurare lo scontro armato, perché né la Cina né gli Stati Uniti possono permettersi una guerra. tantomeno sul terreno dell’Intelligenza artificiale. Come per il nucleare, occorrono accordi di non proliferazione e controllo degli armamenti nell’IA, assumendo l’impegno di non essere i primi a impiegarla per scopi bellici. Se questo schema bilaterale e multilaterale basato sul merito e sull’equilibrio si consoliderà, potremo entrare in una nuova fase dell’ordine globale destinata a durare per i prossimi 20 o 30 anni. Almeno fino all’emergere di un’altra grande potenza, come l’India o un’Unione Europea più unita. Fino ad allora avremo un mondo basato sul merito anziché sull’ideologia».
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(Continua)




