Dallo choc petrolifero al credito privato, dal debito pubblico al dollaro: i nodi della finanza USA rischiano di stringersi. In questa seconda parte dell’inchiesta sulle vulnerabilità dell’economia globale, Giacomo Gabellini analizza le possibili conseguenze sugli Stati Uniti dell’aumento del prezzo del greggio. Dall’inflazione al rialzo dei tassi, dalle difficoltà del credito privato alla crescente esposizione del debito pubblico, fino alle tensioni sul dollaro e alla revisione degli investimenti dei Paesi del Golfo, una catena di vulnerabilità rischia di autoalimentarsi.
Seconda puntata dell’inchiesta sulle vulnerabilità dell’economia statunitense
Primo articolo: https://krisis.info/it/2026/08/aree/america-settentrionale/usa/la-fragile-fortezza-americana/
Ascolta l’articolo, narrato da Maria Pappini:
Rincari alla pompa Le quotazioni oltre i 100 dollari al barile colpiscono la logistica su gomma, trasmettendo i costi energetici all’intero sistema dei consumi.
Contagio bancario I default nel credito non regolamentato minacciano gli istituti ordinari, esposti per centinaia di miliardi verso fondi illiquidi e titoli tecnologici.
Spesa fuori controllo Con oltre 40 trilioni di debito, i rendimenti record costringono il Tesoro a costosi riacquisti, mentre gli interessi superano già il trilione annuo.
Scudo energetico infranto Ottawa minaccia di dirottare altrove le forniture per gli impianti del Midwest, coprendo oggi il 60% del greggio importato dagli Stati Uniti.
Fuga da Wall Street Le monarchie del Golfo rivedono 5.000 miliardi di investimenti esteri per coprire i costi bellici, mentre i titoli USA in custodia toccano i minimi dal 2012.
Con il petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile e i default del credito privato statunitense che hanno raggiunto un nuovo record, lo choc energetico rischia di riaccendere una spirale inflazionistica particolarmente insidiosa per l’economia americana. I mercati assegnano probabilità intorno al 70% a un rialzo dei tassi della Federal Reserve nella riunione del 15-16 settembre. Una prospettiva che metterebbe ulteriormente sotto pressione famiglie indebitate, fondi di private credit e finanze pubbliche.
La penuria di petrolio può così trasformarsi per gli Stati Uniti in qualcosa di assai più insidioso della semplice scarsità di una materia prima: un’ondata inflazionistica capace di propagarsi lungo l’intera economia.
In un Paese dove la distribuzione delle merci dipende in larga misura dal trasporto su gomma, con gli autotrasportatori che percorrono oltre 400 miliardi di miglia ogni anno, l’aumento dei prezzi alla pompa si trasferisce rapidamente lungo la catena dei costi, erodendo il potere d’acquisto dei salari e aggravando le difficoltà di chi è già esposto al debito.
È qui che la vulnerabilità energetica descritta nella prima puntata di questa inchiesta comincia a saldarsi con quella finanziaria. Mentre l’inflazione alimentata dall’energia torna a minacciare il potere d’acquisto delle famiglie, l’aumento dei tassi necessario per contrastarla rischia di aggravare proprio le fragilità che si sono accumulate negli ultimi anni.
L’aumento dei casi di insolvenza intacca le fondamenta del comparto del credito privato, sui cui bilanci pesa un gravame di prestiti prestiti che non generano più interessi in costante aumento. Il Financial Times riferisce che i crediti classificati come non fruttiferi dalle 20 maggiori Business Development Company (fondi quotati che investono nel settore del credito privato) sono saliti a una media del 2,8% del loro costo nel secondo trimestre, rispetto al 2% registrato a fine marzo.
Oil above $100 is creating a new problem for the private credit market
— That Martini Guy ₿ (@MartiniGuyYT) September 11, 2026
Higher energy prices are fuelling inflation fears and increasing the risk that interest rates remain higher for longer
This is putting additional pressure on companies with floating-rate debt
The US private… pic.twitter.com/LD175ZmcQt
Gli analisti di Fitch Ratings hanno avvertito che i default sul credito privato hanno raggiunto un nuovo record a luglio, mentre colossi del calibro di BlackRock, Apollo Global Management e Morgan Stanley hanno imposto limiti ai prelievi di capitale a fronte delle numerosissime richieste di ritiro da parte degli investitori. Blue Owl Capital ha addirittura bloccato i rimborsi in alcuni fondi ed è stata costretta a vendere 1,4 miliardi di dollari di assetper raccogliere liquidità.
Il credito privato rappresenta inoltre un’imprescindibile fonte di finanziamento per le aziende hi-tech che si occupano di Intelligenza artificiale, al centro di una delle più grandi bolle speculative di tutti i tempi. Secondo una stima formulata da Ubs, l’ammontare dei prestiti privati correlati all’Ia è grosso modo raddoppiato nel corso del 2024. Morgan Stanley, invece, sostiene che i mercati del credito privato potrebbero fornire oltre la metà degli 1,5 trilioni di dollari necessari per la realizzazione dei data centerprevisti entro il 2028.
Gran parte di questi finanziamenti è stata erogata sotto forma di prestiti assai poco flessibili e quindi difficili da rinegoziare nei periodi turbolenti. Tra il 2020 e il 2025, il credito privato è cresciuto di quasi il 50%, per un controvalore di circa 3 trilioni di dollari, ed è erogato per il 40% circa a favore di società di software. Si tratta di un comparto particolarmente sensibile all’impatto dell’Ia, in grado di mettere in discussione modelli di businessconsolidati, comprimere margini operativi e rendere obsolete intere categorie di prodotti. Le stime suggeriscono che i tassi di insolvenza potrebbero raggiungere il 15%, se la situazione di difficoltà dovesse aggravarsi.
Il rischio di contagio è particolarmente rilevante, visto l’elevato livello di interconnessione fra il credito privato e il sistema bancario. Attualmente, il cosiddetto credito a istituzioni finanziarie non depositarie rappresenta circa il 14% dei portafogli prestiti bancari e registra tassi di crescita più rapidi rispetto a quelli di qualsiasi altra categoria. Le maggiori banche, tra cui JPMorgan Chase, Bank of America, Wells Fargo, Citigroup, presentano un’esposizione dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari verso il segmento del credito privato.
Nel momento in cui questo dovesse cominciare a vacillare, l’impatto potrebbe propagarsi rapidamente fino al cuore del sistema finanziario. Lungi dall’eliminarlo, il credito privato ha quindi contribuito a spostare parte del rischio al di fuori del perimetro bancario regolamentato. E i complessi meccanismi finanziari che lo caratterizzano – dai prestiti a leva ai finanziamenti Net Asset Value (Nav) e Payment-in-Kind (Pik) – possono amplificarlo ulteriormente, creando di fatto una leva finanziaria su leva.
The oil shock is testing private credit borrowers already burdened by high debt costs – Oil near $100 could further squeeze leveraged private credit borrowers as investors weigh the risk that inflation could push interest rates higher again. Via @CNBC:https://t.co/h2g0X5DKJV
— 🌊💙 Viking Resistance 💙🌊 (@BlueCrewViking) September 11, 2026
In tale contesto, uno scossone che dovesse interessare il settore del software potrebbe produrre effetti a cascata lungo l’intera filiera finanziaria, dagli erogatori di credito privato alle grandi banche che li approvvigionano.
Il «whatever it takes» di Bessent
L’aumento dell’inflazione rappresenta quindi una bomba a orologeria collocata alla base del sistema economico statunitense. La Federal Reserve, tuttavia, ha ben pochi strumenti a disposizione per disinnescarla.
Un innalzamento dei tassi comporterebbe un appesantimento delle rate per la vasta platea di mutuatari, già impoverita dal carovita e dalla perdita di potere d’acquisto dei salari, diminuiti al netto dell’inflazione per tre mesi consecutivi. La stretta monetaria farebbe inoltre esplodere i costi di rifinanziamento del debito federale, che già oggi superano il trilione di dollari.
Il quadro è reso più problematico dalle crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità del debito, che ha superato la soglia dei 40 trilioni di dollari, dall’ingigantimento incontrollato del deficit di bilancio (vicino al 6% del Pil) e dall’espansione del disavanzo di bilancia dei pagamenti, salito a 226 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2026. A questi fattori si aggiungono l’incertezza sulla politica monetaria e i rischi connessi alla forte instabilità geopolitica.
Rendimenti più elevati significano maggiore spesa per interessi e quindi un aumento del deficit di bilancio, che deve essere finanziato attraverso nuove emissioni di titoli. Per collocarle, il Tesoro è costretto a offrire rendimenti più elevati, innescando un ciclo che tende ad autoalimentarsi. Gli effetti si ripercuotono sull’intera economia, perché i rendimenti dei titoli del Tesoro influenzano il costo del capitale. E, di riflesso, i tassi dei mutui, i costi di finanziamento dello Stato e delle imprese, il credito privato, il settore immobiliare commerciale e le quotazioni azionarie.
🚨 Did you see this?
— American Alternative Assets (@american_assets) September 6, 2026
Blackstone has restricted withdrawals from its massive private credit fund for the second consecutive quarter after redemption requests exceeded the fund’s quarterly limit.
That doesn’t mean Blackstone is collapsing. But it highlights a risk people often… pic.twitter.com/un1KYgjSgw
La crescita inarrestabile dei rendimenti sui titoli a dieci, venti e trent’anni derivata dall’approfondimento dei problemi strutturali dell’economia statunitense ha costretto il segretario al Tesoro Bessent a varare un’operazione di buyback del debito, rivelatasi efficace soltanto in un’ottica di brevissimo periodo perché lascia irrisolti i problemi strutturali.
Di fronte al rapido rimbalzo dei rendimenti, Bessent ha dichiarato pubblicamente che il tetto di 4 miliardi di dollari per operazione fissato originariamente rappresentava in realtà un pavimento. «Effettuiamo regolarmente riacquisti e aumenteremo le dimensioni di queste operazioni […]. Vorrei sottolineare che potrebbero superare i 4 miliardi di dollari per singola emissione […]. In parte, si tratta di un segnale volto a mostrare che a nostro parere i rendimenti non riflettano i fondamentali dell’economia. Questo conflitto con l’Iran lo supereremo […], anche se non sappiamo quando».
Secondo quanto rivelato in un secondo momento da due alti funzionari del Dipartimento del Tesoro a «Cnbc», Bessent potrebbe in caso di necessità impiegare fino a un trilione di dollari del Treasury General Account (Tga) per finanziare i piani di buyback annunciati.
Un vero e proprio bazooka, quello descritto da funzionari interpellati dalla Cnbc. A una giornalista che richiamava la sua attenzione sulla risalita dei tassi di interesse verificatasi in seguito all’iniziativa assunta dal segretario al Tesoro, l’inquilino della Casa Bianca aveva risposto affermando che l’operazione di buyback rappresenta soltanto uno «dei molti tipi di intervento a disposizione. Il più estremo è quello militare. E se dovremo usarlo, lo faremo».
Spostando, nel solco tracciato dall’amministrazione Biden già nel maggio 2024, il fulcro delle emissioni sui titoli a scadenza inferiore a dieci anni e riacquistando quelli a lungo termine, Bessent e i suoi collaboratori puntano a blindare il ruolo di “porto sicuro” di cui le obbligazioni a dieci, venti e trent’anni sono tradizionalmente titolari.
Putting the US debt into context is quite striking.
— Not Another Quant (@notanotherquant) September 13, 2026
Total debt is $40.2 trillion
Debt held by the public is $32.4 trillion. It gets refinanced at whatever yields are when it matures.
The remainder is intragovernmental holdings at $7.8 trillion
The deficit is $1.97 trillion… pic.twitter.com/mwUgQe34Rm
I Buoni del Tesoro a breve scadenza, giunti a rappresentare quasi il 25% del debito federale, sono però strutturalmente molto più vulnerabili alle variazioni dei tassi di interesse applicati dalla Federal Reserve. Il presidente Trump invoca da mesi e mesi un loro abbassamento, così da abbattere i costi di rifinanziamento e alleggerire il peso del debito federale attraverso l’inflazione.
Il draghiano «whatever it takes» declinato in salsa USA va in questa direzione, perché dissuade i venditori allo scoperto determinando una compressione dei rendimenti. Al tempo stesso, mette in allerta gli investitori di lungo termine, consapevoli che la repressione finanziaria determina un allargamento della base monetaria, con conseguente depressione del corso del dollaro e aumento dell’inflazione.
Imprevisto canadese
Prospettiva, quest’ultima, che acquisisce maggiore concretezza alla luce del fallimento clamoroso in cui sono incappati i negoziati commerciali con il Canada, interpretati dall’esecutivo di Ottawa come una manovra di annessione economica del Paese ad opera dell’amministrazione Trump. Il primo ministro Mark Carney lo ha dichiarato apertamente, annunciando l’imminente irrogazione di contro-dazi simmetrici (su acciaio, prodotti caseari, ecc.) rispetto alle tariffe del 50% imposte dall’amministrazione Trump sul 5% dell’export canadese verso gli Usa. Si parla di una platea di beni (acciaio, alluminio, legname, automobili, ecc.) per un controvalore di 20 miliardi di dollari.
Ottawa dispone tuttavia di una freccia particolarmente acuminata al suo arco, costituita da idrocarburi che si attagliano perfettamente alle specifiche delle raffinerie del Midwest. Una parte altamente significativa del sistema di raffinazione statunitense è tarata sulle caratteristiche del greggio canadese, che stando ai proclami di Carney prenderà d’ora in poi la via dell’Asia e dell’Europa nell’ambito di un imponente processo di diversificazione degli sbocchi di mercato.
Allo stato attuale, il Canada copre il 60% del fabbisogno di petrolio greggio statunitense, come rivendicato apertamente dallo stesso Carney secondo cui «il Canada alimenta la crescita americana, fornendo il 99% delle importazioni di gas naturale, l’85% delle importazioni di elettricità e il 60% delle importazioni di petrolio greggio. Non credo che sia nel loro interesse che il Canada interrompa le consegne di quell’energia».
The attack on Iran may go down in history as the greatest geopolitical mistake in U.S. history. https://t.co/wPCAIXEHzm pic.twitter.com/nOEt2pw1Ak
— Glenn Diesen (@Glenn_Diesen) September 7, 2026
Una riduzione significativa dei flussi dal vicino settentrionale comporterebbe uno shock tremendo per i consumatori statunitensi, che combinandosi ai preesistenti punti di vulnerabilità accentuerebbe le pressioni al ribasso sulla quotazione del dollaro, alimentando la corsa all’oro e agli altri tradizionali “beni rifugio”. Lo status del dollaro come valuta di riserva globale ne risentirebbe pesantemente.
L’impegno assunto urbi et orbi dal presidente della Federal Reserve Kevin Warsh a «combattere in maniera risoluta l’inflazione», a dispetto dei reiterati tentativi di allineamento forzato della Banca Centrale alle politiche monetarie gradite alla Casa Bianca promossi dall’amministrazione Trump, nasce dalla consapevolezza dell’entità del pericolo. Specialmente alla luce delle forti pressioni esercitate sul Dipartimento del Tesoro dai Paesi maggiormente dipendenti dalle forniture transitanti attraverso lo Stretto di Hormuz.
Golfo Persico come catalizzatore
Questi ultimi si sono infatti ritrovati dinnanzi alla doppia necessità di attenuare la svalutazione delle rispettive monete nazionali rispetto al dollaro dovuta all’aumento del prezzo del petrolio indotto dalla crisi nel Golfo Persico, e ricavare risorse da riciclare sotto forma di sussidi a famiglie e imprese. La via più rapida per approvvigionarsi di liquidità consiste come sempre nella liquidazione dei propri investimenti dollarizzati, sotto forma di azioni, obbligazioni societarie e, soprattutto, titoli di debito federale.
I dati indicano che, nel mese di giugno, il controvalore delle detenzioni straniere di titoli di Stato statunitensi in custodia presso la Federal Reserve Bank di New York ha registrato una diminuzione su base trimestrale pari a circa 200 miliardi di dollari, attestandosi a quota 2.600 miliardi. Si tratta del livello più basso mai toccato dal 2012, raggiunto per effetto dello “scaricamento” combinato di titoli di Stato statunitensi ad opera di soggetti privati e, soprattutto, delle banche centrali straniere.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, a cui è andato successivamente a sommarsi il blocco dei porti sauditi ad opera degli Houthi, colpisce naturalmente anche i Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli della possibilità di esportare il proprio petrolio e quindi, a cascata, delle relative entrate in valuta statunitense che per decenni sono state incanalate in attività dollarizzate, conformemente all’accordo sul petrodollaro del 1974.
🚨 UPDATE: Donald Trump reveals Canada PM Mark Carney is close to CAVING to the USA
— Eric Daugherty (@EricLDaugh) September 12, 2026
FAFO! Tariffs work!
“They were charging our farmers 400% tariffs and many other things…you'll probably see a deal with Canada fairly soon." 🔥
Just remember: Canada needs America. America…
Si stima che gli Stati arabi del golfo Persico gestiscano investimenti all’estero per un controvalore di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati in attività dollarizzate. Nella primavera del 2025, in seguito a un tour diplomatico organizzato da Trump nella regione, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato impegni di investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 3.500 miliardi di dollari. Impegni focalizzati nei settori dell’intelligenza artificiale, dell’energia, dell’aviazione, delle infrastrutture e dei minerali critici, oltre che nella difesa, con quello che Trump aveva presentato come il più grande accordo di vendita di armi della storia, per un controvalore di 142 miliardi di dollari.
L’acquirente era l’Arabia Saudita. Nel complesso, il Medio Oriente ha coperto tramite acquisti di sistemi d’arma di fabbricazione USA il 54% delle proprie importazioni di materiale militare tra il 2021 e il 2025.
Tra il 2015 e il 2025, gli Stati Uniti hanno consegnato oltre 13.000 missili agli Emirati Arabi Uniti e circa 1.800 all’Arabia Saudita. Senonché, riferiva il Financial Times nei primi giorni di guerra sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait ed Oman avevano già avviato una revisione degli investimenti all’estero. L’obiettivo era attenuare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto. Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha confermato l’indiscrezione. Ha sottolineato con forza che la guerra costringerà i Paesi del Golfo a concentrare risorse sulla ricostruzione, sul rafforzamento della difesa e sulla gestione della crisi regionale. Un cambio di priorità destinato inevitabilmente a ridimensionare la loro capacità di investimento all’estero.
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