Nato nel 1961 dal rifiuto della subordinazione ai due blocchi, il non allineamento trasformò l’autonomia jugoslava in progetto collettivo di decolonizzazione e sviluppo economico. Oggi, il presidente Aleksandar Vučić recupera il prestigio e la rete di relazioni costruiti da Tito per accrescere il peso internazionale della Serbia, consolidare gli appoggi sul Kosovo e mantenere margini di manovra tra Bruxelles, Washington, Mosca, Pechino e Sud globale. Intanto, il Movimento che riunisce 121 Stati continua a rivendicare un ordine mondiale meno gerarchico e più rappresentativo.
Ascolta l’articolo, narrato da Maria Pappini:
Vertice a Belgrado Belgrado ospita la riunione per i 65 anni del Movimento dei non allineati. Nato nel 1961 nella capitale jugoslava, i 121 Paesi membri rifiutano oggi la logica dei blocchi.
Eredità di Tito Pur essendo solo osservatrice dal 2001, la Serbia sfrutta il prestigioso capitale diplomatico ereditato da Tito per rafforzare la propria influenza geopolitica globale.
Multi-allineamento Anziché il non allineamento ideale di Tito, Vučić cerca un multi-allineamento tattico, bilanciandosi tra UE, USA, Russia, Israele, Cina e Sud globale.
Nodo del Kosovo La rete diplomatica dei Non allineati supporta Belgrado nel contenere i riconoscimenti internazionali del Kosovo all’ONU e nel garantirsi cruciali alleanze economiche.
Ordine meno gerarchico Rappresentando due terzi dell’ONU, il forum chiede la riforma della governance globale e un sistema economico più equo, opponendosi al predominio delle grandi potenze.
A volte ritornano. Anche se, a dire il vero, i Non allineati non se ne sono mai andati. Il 31 agosto e il 1º settembre Belgrado ospiterà una riunione per i 65 anni del Movimento, nato ufficialmente proprio nella capitale jugoslava nel 1961.
«Abbiamo già la conferma di quattro presidenti, tre primi ministri e numerosi ministri», ha annunciato Aleksandar Vučić. «Sarà un incontro straordinario a Belgrado: un anniversario importante (…). Ci saranno molte personalità di rilievo del mondo non allineato». A pochi giorni dall’appuntamento, però, il presidente serbo non ha ancora rivelato l’elenco completo degli ospiti.
Non si tratta di una rimpatriata per nostalgici. Il Movimento esiste ancora e riunisce 121 Stati, quasi due terzi dei membri delle Nazioni Unite, soprattutto in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. Non è un’alleanza militare e non impone una politica estera comune. È un grande forum diplomatico che organizza vertici, approva documenti condivisi e coordina le posizioni dei suoi membri all’ONU. A unirli sono soprattutto la difesa della sovranità, il rifiuto delle ingerenze e la richiesta di un ordine mondiale meno dominato dalle grandi potenze.
Belgrado non è una sede qualsiasi. Nel 1961 era la capitale della Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, uscita dall’orbita di Iosif Stalin ma rimasta fuori anche dal blocco occidentale. Oggi è la capitale della Serbia di Vučić, candidata all’Unione europea ma decisa a mantenere aperti i rapporti con Russia, Cina e Sud globale. È qui che la commemorazione diventa politica.
Пре 65 година, Београд је постао место где је рођена идеја о заједничком путу – путу мира, суверенитета и равноправности међу народима.
— MFA Serbia (@MFASerbia) August 24, 2026
На првој конференцији Покрета несврстаних у Београду 1961. године постављен је темељ покрета.
Свет се променио, али принципи који су тада… pic.twitter.com/YWaO3PSxYb
C’è però un paradosso: la Serbia non fa parte del Movimento. La Jugoslavia socialista fu tra i fondatori, ma la Repubblica Federale di Jugoslavia venne sospesa nel 1992 e Belgrado rientrò soltanto nel 2001, come osservatrice. Oggi la Serbia è uno dei 18 Paesi osservatori, ai quali si aggiungono dieci organizzazioni internazionali. Ospita dunque l’incontro non per il proprio peso istituzionale nel Movimento, ma per la storia e il prestigio ereditati dalla Jugoslavia.
Da Bandung a Belgrado
Tutto cominciò con uno strappo. Il 28 giugno 1948 Stalin espulse la Jugoslavia dal Cominform, l’organizzazione che riuniva i partiti comunisti europei. Tito si ritrovò isolato: socialista, ma fuori dall’orbita sovietica; sostenuto per alcuni anni dall’Occidente, ma senza alcuna intenzione di entrarne stabilmente nel campo. Per Belgrado, cercare una terza strada diventò una necessità.
Intanto, un’altra parte del mondo stava conquistando l’indipendenza. Dal 18 al 25 aprile 1955, 29 Paesi asiatici e africani si riunirono a Bandung, in Indonesia, per discutere di colonialismo, sovranità e cooperazione. La Jugoslavia non partecipò, ma guardò con interesse a Stati che, come lei, non volevano farsi dettare la politica estera dalle grandi potenze.
L’incontro avvenne l’anno successivo sulle isole Brioni. Il 18 e 19 luglio 1956 Tito ricevette il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. «La pace non va cercata attraverso le divisioni», scrissero nella dichiarazione comune, chiedendo la fine del «dominio di un Paese su un altro». Cinque anni dopo, dal 1º al 6 settembre 1961, 25 Stati arrivarono a Belgrado per la prima conferenza dei Non allineati.
#Efemérides. El 19 de Julio de 1956, el presidente yugoslavo Josip Broz Tito, el presidente egipcio Gamal Abdel Nasser y el primer ministro indio Jawaharlal Nehru firman la Declaración de Brioni, el segundo catalizador importante para el Movimiento de Países No Alineados después… pic.twitter.com/b4OAGDzfZq
— 𝕽𝖔𝖇𝖊𝖗𝖙𝖔 𝕭𝖊𝖟𝖟𝖆𝖙𝖔 (𝖍) (@RBEZZATO) July 20, 2026
Il nome poteva trarre in inganno. Non allineamento non significava neutralità, isolamento o equidistanza fra Washington e Mosca. Significava decidere di volta in volta, senza obbedire a un blocco. «Il non allineamento non è neutralità» dichiarò il presidente indonesiano Sukarno a Belgrado. Era «dedizione attiva» all’indipendenza, alla pace e alla giustizia sociale. Nehru lo spiegò in termini altrettanto netti: i Paesi non allineati rifiutavano di essere schierati «per scopi di guerra» e volevano mettere il proprio peso «a favore della pace».
Per molti dei partecipanti, l’indipendenza politica era appena cominciata. Restavano la dipendenza economica dalle ex potenze coloniali, la difficoltà di accedere ai mercati e alle tecnologie, il controllo straniero delle risorse. Il Movimento offriva loro uno spazio nel quale trasformare la debolezza dei singoli in forza collettiva. All’ordine del giorno entrarono decolonizzazione, lotta al razzismo, disarmo, cooperazione Sud-Sud e rapporti economici più equi.
Per Tito, quella rete proteggeva anche l’autonomia jugoslava. Un Paese europeo di medie dimensioni, stretto fra Nato e Patto di Varsavia, poteva acquistare un peso internazionale molto superiore alle proprie risorse militari. Belgrado divenne così un punto d’incontro fra Europa, Asia, Africa e Medio Oriente.
I viaggi diplomatici di Tito contribuirono in modo decisivo alla costruzione di questa rete. Il Galeb, la nave con cui attraversò il Mediterraneo e raggiunse le coste africane e asiatiche, divenne il simbolo di una diplomazia itinerante fondata anche sui rapporti personali con Nasser, Nehru, Nkrumah, Sukarno e gli altri leader della decolonizzazione. Dietro quelle immagini si sviluppò però un’infrastruttura molto concreta: ambasciate, scambi universitari, missioni tecniche, accordi commerciali e progetti industriali.
The Galeb was the famous yacht of Marshal Josip Broz Tito, seen here last year under restoration in Croatia.
— I. Cox (@IanECox) August 28, 2024
This reefer ship was originally built to carry bananas from Italian East Africa (present day 🇸🇴) to Italy in 1938. pic.twitter.com/cooxNi1n0k
Non c’erano soltanto dichiarazioni e fotografie ufficiali. Imprese jugoslave costruirono strade, porti, aeroporti, dighe, alberghi e centri congressi nei Paesi non allineati. Tecnici, medici e ingegneri partirono per l’Africa e l’Asia, mentre studenti provenienti da quei continenti arrivavano nelle università jugoslave. Nel 1984, a Titograd – l’attuale Podgorica – nacque persino una galleria d’arte dei Paesi non allineati, destinata a raccogliere opere provenienti da quattro continenti.
Un movimento tanto vasto non poteva essere privo di contraddizioni. Ne facevano parte Stati socialisti e monarchie, democrazie e regimi autoritari. Alcuni aderenti, come Iran e Iraq, entrarono persino in guerra fra loro. Anche l’autonomia dai blocchi rimase oggetto di confronto. Al vertice che si svolse all’Avana dal 3 al 9 settembre 1979, Fidel Castro propose di considerare l’Unione Sovietica un’alleata naturale del Movimento. Tito, ormai ottantasettenne e al suo ultimo viaggio all’estero, difese invece il principio originario: i Non allineati non dovevano diventare l’appendice di nessuna potenza.
Fu questa capacità di tenere insieme Paesi così diversi a dare alla Jugoslavia un’autorevolezza che non dipendeva dall’esercito o dall’arma nucleare. Alle Nazioni Unite, Belgrado lavorò soprattutto con India ed Egitto per promuovere risoluzioni e ampliare il peso degli Stati non allineati.
Quando la Jugoslavia scomparve, quella rete non svanì. Rimasero rapporti politici, scambi, ambasciate e una memoria condivisa. È il capitale diplomatico costruito da Tito che la Serbia di Vučić prova oggi a rimettere in circolo.
La carta di Vučić
Belgrado non nasconde le proprie intenzioni. La Serbia, si legge sul sito del ministero degli Esteri, utilizza lo status di osservatore presso i Non allineati per perseguire «interessi vitali statali e nazionali». La cooperazione con il Movimento, precisa subito dopo, non contraddice il percorso verso l’Unione europea: ne è un «complemento».
È la politica estera di Aleksandar Vučić in poche righe. La Serbia continua a indicare l’adesione all’Unione Europea come obiettivo strategico, pur mantenendo rapporti stretti con Russia e Cina. Allo stesso tempo si sta avvicinando sempre di più a Washington, fa affari con Israele e cerca attivamente partner in Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente. Il ministro degli Esteri Marko Đurić la definisce un «ponte tra l’Europa e le altre regioni del mondo»[1].
Your Excellencies, ladies and gentlemen, distinguished delegates,
— Марко Ђурић (@markodjuric) September 24, 2024
I want to extend my heartfelt thanks to all the representatives of each country in this room for your support of international public law over the decades since the establishment of the #NonAlignedMovement.
As a… pic.twitter.com/is6UeCLxrn
Più che riprodurre il non allineamento di Tito, Vučić pratica un multi-allineamento. Non tiene la Serbia alla stessa distanza da tutti, ma moltiplica i rapporti per evitare che una sola potenza possa determinarne le decisioni. Bruxelles rimane la destinazione dichiarata, Mosca un partner storico ed energetico, Pechino un investitore decisivo. A questi rapporti si aggiunge la rete costruita dalla Jugoslavia nel Sud globale.
La posizione sull’Ucraina mostra quanto sia complesso questo equilibrio. Belgrado ne riconosce l’integrità territoriale, sostiene l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea e dall’inizio dell’invasione russa ha fornito circa 60 milioni di euro in aiuti non letali e non militari. L’Ucraina, a sua volta, non riconosce l’indipendenza del Kosovo. La Serbia, però, continua a non aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca e dipende ancora dalla Russia per gran parte delle proprie forniture di gas.
Nel luglio 2026 Vučić è stato l’unico leader presente al vertice Ucraina-Europa sudorientale a non sottoscrivere la dichiarazione che chiedeva di aumentare la pressione sulla Russia[2]. Poche settimane dopo ha ricevuto Volodymyr Zelensky a Belgrado e ribadito il sostegno all’integrità territoriale ucraina. Abbastanza vicino a Kyiv da non apparire schierato con Mosca, abbastanza distante dalla linea occidentale da non rompere con il Cremlino.
La rete non allineata offre inoltre alla Serbia una visibilità superiore al suo peso economico e demografico. Ospitare presidenti e primi ministri permette a Vučić di presentare Belgrado come una capitale nella quale continuano a incontrarsi Europa e Sud globale. Già durante la commemorazione del 2021 aveva riassunto così la propria strategia: «Le nostre amicizie a Nord, Sud, Est e Ovest sono la nostra forza»[3].
Il richiamo alla Jugoslavia permette a Vučić di appropriarsi simbolicamente di una parte del prestigio costruito da Tito. Non si tratta di una continuità istituzionale o ideologica, ma di una rivendicazione politica di eredità: la Serbia si propone come custode di quella storia e cerca di utilizzarne ciò che rimane nelle relazioni con Africa, Asia e America Latina.
Sajn: Non-Aligned Movement is a key asset in the UN General Assembly, more than 80 NAM members have not recognized Kosovo https://t.co/dPhq5eEb94
— Kosovo Online (@KosovoOnline) August 26, 2026
Il terreno sul quale questa eredità conserva l’utilità più immediata è il Kosovo. Molti membri del Movimento non riconoscono l’indipendenza autoproclamata da Pristina nel 2008. Il loro orientamento conta alle Nazioni Unite, dove il Kosovo non è membro, e nelle altre organizzazioni internazionali alle quali cerca di aderire. Coltivare le relazioni costruite dalla Jugoslavia aiuta quindi Belgrado a frenare nuovi riconoscimenti e a conservare sostegni diplomatici[4].
«La prima ragione è quella che rimane la questione dominante della politica estera serba: la disputa sul Kosovo», scriveva il RUSI, istituto britannico specializzato in difesa e relazioni internazionali, analizzando il riavvicinamento di Belgrado ai Paesi non allineati. La stessa rete può facilitare nuovi accordi economici e aprire mercati alle imprese serbe[5].
C’è poi il messaggio rivolto a Bruxelles. Vučić non presenta i Non allineati come alternativa all’Unione europea, ma li usa per mostrare che la Serbia dispone di altri interlocutori. Secondo il RUSI, il rapporto con il Movimento permette al governo serbo di dire all’Occidente «che non è isolato». Più Belgrado può esibire legami con Mosca, Pechino e Sud globale, più spera di aumentare il proprio margine negoziale con l’Unione.
Eric Gobetti, storico esperto di Jugoslavia e Balcani, contesta però che questa politica possa essere considerata una prosecuzione del non allineamento. «Non credo che la politica serba di oggi si ispiri neanche lontanamente allo spirito dei Paesi non allineati dell’epoca di Tito. Il maresciallo aveva uno spirito anticolonialista, antimperialista e di autonomia dalle grandi potenze» osserva. «Quello che cerca di fare Vučić oggi è mantenersi in equilibrio tra le potenze che lo circondano, in particolare tra la Russia di Vladimir Putin e l’Unione europea, e riuscire in questo modo a mantenersi al potere».
Secondo Gobetti, il multi-allineamento di Vučić non possiede neppure la dimensione collettiva del progetto originario. «Queste modalità non hanno in nessun modo lo spirito del Movimento dei non allineati, che era uno spirito di solidarietà tra Paesi poveri, tra Paesi deboli, in modo da rafforzarsi e fungere insieme da terzo polo nei confronti delle grandi potenze. In questo caso, invece, sono Paesi soli: ognuno gioca le poche carte che ha nel contesto delle grandi potenze». Nel caso serbo, una di queste carte è «una posizione geostrategica utile per tutti».
(Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru, and Gamal Abdel Nasser, pioneers of the Non-Aligned Movement during the Brioni Meeting, 1956)
— Felipe Santell (@felipesantell) April 13, 2026
I just wanted to post this here to show the good tailoring of these suits. https://t.co/doeUEZNjFn pic.twitter.com/O1MOFb1zUX
In sostanza, la Jugoslavia contribuì a creare uno spazio politico nuovo. La Serbia contemporanea ne utilizza invece selettivamente la memoria, le relazioni e il prestigio. Tito costruì il capitale diplomatico. Vučić cerca di spenderlo.
Dopo Tito, la stessa domanda
Il problema dei Non allineati non è sopravvivere. È riuscire a contare. Il Movimento non è scomparso con la Guerra fredda ed è dotato di una forza numerica enorme, frenata però dalla diversità degli interessi e delle alleanze dei suoi membri.
Non esistono più due blocchi paragonabili a quelli guidati da Washington e Mosca. Molti Paesi non allineati intrattengono contemporaneamente rapporti politici, economici e militari con potenze rivali e, davanti alle crisi internazionali, non votano necessariamente allo stesso modo. A tenerli insieme non è una politica estera comune, ma la contestazione di un ordine mondiale nel quale il potere economico, finanziario e decisionale rimane concentrato nelle mani di pochi Stati.
Al vertice di Kampala del 2024, il Movimento si è impegnato a rafforzare le Nazioni Unite e a «colmare le lacune della governance globale». Ha inoltre chiesto la riforma dell’architettura finanziaria internazionale e un sistema commerciale «inclusivo, giusto e non discriminatorio». Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha riconosciuto una «chiara convergenza» fra la Carta delle Nazioni Unite e i principi affermati nel 1955 a Bandung.
Il linguaggio è cambiato, ma le rivendicazioni ricordano quelle delle origini: sovranità, uguaglianza fra gli Stati, non ingerenza e diritto dei Paesi meno potenti a partecipare alle decisioni mondiali. Il Movimento continua, inoltre, a occuparsi di disarmo nucleare, cooperazione economica, sviluppo, peacekeeping e questioni umanitarie. Sebbene non sempre riesca a trasformare le dichiarazioni in iniziative comuni, non è un gruppo di reduci della Guerra fredda.
Il Movimento non ha eliminato le gerarchie mondiali e continua a faticare a parlare con una sola voce. Tiene però aperta una chance: che gli Stati meno potenti possano cooperare senza accettare il ruolo assegnato loro dai più forti.
A Belgrado, dunque, non sta per tornare il mondo di Tito. Sta per tornare la domanda che lo aveva attraversato: come posizionarsi fra le grandi potenze senza diventare una loro pedina?
[1] Non è casuale che Đurić, nella stessa dichiarazione, abbia ricordato proprio la nascita dei Non allineati a Belgrado.
[2] «Sono l’unico a non averla firmata», ha rivendicato Vučić. «Leggete il testo e non avrò più bisogno di spiegare nulla».
[3] Alla commemorazione del 2021 parteciparono delegazioni di oltre cento Paesi. Le immagini dei rappresentanti stranieri riuniti a Belgrado permisero alla leadership serba di evocare la stagione in cui la Jugoslavia occupava un posto riconoscibile nella politica mondiale. La citazione di Vučić è riportata dal RUSI.
[4] Prima della commemorazione del 2021, l’allora ministro degli Esteri Nikola Selaković visitò Zimbabwe, Zambia, Kenya, Angola, Namibia, Egitto e altri Paesi legati al Movimento. Alle visite si accompagnarono donazioni o promesse di donazioni di vaccini, accordi di cooperazione e inviti all’incontro di Belgrado.
[5] Le grandi aziende jugoslave che costruivano infrastrutture nei Paesi non allineati non esistono più, ma la memoria della cooperazione passata può ancora facilitare accordi ed esportazioni. «L’ipotesi più probabile è che Belgrado stia cercando nuovi mercati per l’industria della difesa serba», osservava il RUSI.
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