Nella seconda parte dell’intervista a padre Sava Janjić, il focus si sposta sulla condizione della comunità serbo-ortodossa in Kosovo. A partire dai recenti episodi di intimidazione dei pellegrini, l’abate del monastero di Dečani denuncia le pressioni sulle libertà religiose e culturali. Al centro del suo ragionamento c’è il rapporto tra diritti delle minoranze e Stato di diritto, mentre si avvicina una possibile riorganizzazione della missione KFOR. Per padre Sava la presenza internazionale, quella della NATO e in particolare quella italiana, resta essenziale per garantire sicurezza e stabilità.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba e Maria Pappini:
Controlli oppressivi Padre Sava denuncia che durante i recenti raduni religiosi, i fedeli hanno subito perquisizioni, sorveglianza e limitazioni di movimento.
Burocrazia soffocante L’imposizione di norme rigide su targhe, patenti e guide turistiche ostacola la vita quotidiana e l’accesso ai luoghi di culto.
Prevenzione e deterrenza La missione NATO, e in particolare il contingente italiano, garantisce un presidio cruciale a difesa dei siti serbo-ortodossi contro possibili azioni a opera di estremisti.
Pressioni amministrative La chiusura improvvisa di strutture sanitarie e gli espropri unilaterali rischiano di provocare lo spopolamento delle comunità serbe.
Garanzie da rispettare L’abate suggerisce alle autorità di Pristina e ai garanti internazionali sette passi per ripristinare lo Stato di diritto e la fiducia della minoranza serba.
Nella prima parte della nostra intervista a Padre Sava Janjić, igumeno del monastero di Visoki Dečani, abbiamo ripercorso le tensioni irrisolte attorno al monastero. In questa seconda puntata, lo sguardo del monaco si allarga al vissuto quotidiano della comunità serba in Kosovo, delineando la progressiva trasformazione del clima politico. Sullo sfondo, le difficoltà riscontrate dai pellegrini durante i recenti raduni religiosi in Kosovo, che hanno segnato un cambio di passo. Dalle intimidazioni agli interrogatori, fino alle detenzioni e ai maltrattamenti, Padre Sava tratteggia una strategia che travalica le singole controversie amministrative. Che si tratti della demolizione di proprietà serbe, dell’inasprimento burocratico su targhe e patenti o della pressione sulle strutture sanitarie comunitarie, quella che emerge è l’immagine di uno «Stato di diritto a intermittenza».
Un modello in cui la norma viene piegata a fatto compiuto, trasformando la libertà religiosa e civile da diritto inalienabile a concessione revocabile, sotto una costante sorveglianza etnico-politica. Il ruolo dell’Italia come perno della stabilità locale trova riscontro anche nei recenti messaggi diffusi dalla Diocesi di Raska Prizren, che ha espresso profonda gratitudine all’Esercito Italiano per i quasi 27 anni di tutela garantita con professionalità, moderazione e rispetto. Un legame diplomatico e operativo che oggi è l’unico vero argine di garanzia di fronte al rischio di una progressiva marginalizzazione della comunità serba.
Durante la festa al monastero dei Santi arcangeli a Prizren, il 26 luglio, i fedeli hanno dovuto affrontare tiratori scelti, perquisizioni, autobus fatti tornare indietro e volantini di avvertimento. Avendo osservato la vita religiosa in Kosovo per decenni, trova che negli ultimi anni l’approccio delle forze dell’ordine verso i pellegrini serbo-ortodossi sia cambiato?
«Il clima è cambiato in modo estremamente inquietante. Negli anni precedenti, anche quand’era necessaria una sicurezza sostanziosa, lo scopo della presenza della polizia era generalmente inteso come protezione dei fedeli e prevenzione degli attacchi. Di questi tempi, invece, sempre più spesso gli stessi pellegrini serbo-ortodossi sembrano essere trattati come la principale preoccupazione di sicurezza. Alla festa dei Santi Arcangeli, i fedeli sono stati sottoposti a ripetuti controlli, perquisizioni di effetti personali, borse e veicoli, oltre a restrizione di movimento. A un autobus che trasportava pellegrini dal Kosovo settentrionale è stato, secondo quanto riferito, impedito di visitare le chiese serbo-ortodosse a Prizren dopo la celebrazione ed è stato scortato direttamente verso l’autostrada.
Il cantante e attore Milan Vasić ha dichiarato pubblicamente di essere stato interrogato sul suo repertorio e istruito a non eseguire determinate canzoni che facevano riferimento al Kosovo e Metohija (la denominazione serba per la regione, ndr). Personale armato era visibile anche su posizioni elevate con vista sul monastero, descritti dai testimoni come cecchini o tiratori scelti della polizia. Non voglio esagerare con terminologie che non sono state chiarite in modo indipendente, ma il messaggio visivo e psicologico per i fedeli era inequivocabile.
Le precauzioni di sicurezza possono talora essere necessarie, specialmente durante i grandi raduni. Lo capiamo meglio di chiunque altro, perché i nostri monasteri sono stati ripetutamente attaccati. Ma le misure di sicurezza devono basarsi su una valutazione credibile del rischio, devono essere proporzionate e devono essere attuate nel rispetto della dignità umana. Non ci aspettiamo pericoli dai nostri fedeli, ma principalmente da estremisti e terroristi. Perquisire donne anziane, effetti personali di bambini e pellegrini ogni volta che entrano in un monastero per partecipare a una messa, limitare in anticipo i canti religiosi, filmare i fedeli e impedire visite pacifiche ad altre chiese crea un’atmosfera non di protezione, ma di sorveglianza e intimidazione.
Questo caso dimostra che la polizia del Kosovo sta usando il proprio dovere di tutela dell’ordine pubblico per trattare monaci, monache e fedeli come un pericolo e non per identificare possibili minacce per i nostri luoghi santi. In una situazione del genere non abbiamo bisogno di protezione dai nostri fedeli, ma dalle azioni della polizia del Kosovo, che sta agendo sempre più come una seria minaccia ai nostri diritti religiosi.
Il Monastero dei Santi Arcangeli è stato bruciato dopo la guerra del 1999 e di nuovo distrutto durante le violenze del marzo 2004. È quindi particolarmente doloroso quando coloro che vengono a pregare in quel luogo santo vengono trattati come se la loro identità religiosa e culturale fosse di per sé sospetta. D’altra parte, nessun responsabile della distruzione del monastero nel 2004 è stato assicurato alla giustizia. La polizia del Kosovo all’epoca era o passiva oppure in alcuni casi, persino secondo rapporti internazionali, ha sostenuto i rivoltosi. La risposta giudiziaria a quei disordini è stata del tutto insoddisfacente e una grande vergogna.
Una forza di polizia in una società multietnica dovrebbe comunicare attraverso le sue azioni: “Siete al sicuro qui e proteggeremo la vostra libertà di culto”. Il messaggio sempre più ricevuto dai nostri fedeli invece è: “Siete sorvegliati, le vostre parole e i vostri canti sono potenzialmente proibiti, i vostri movimenti sono condizionati e la vostra presenza è tollerata solo sotto stretto controllo”. Tale trasformazione, da proteggere i pellegrini a sorvegliare la loro identità, è uno degli sviluppi più gravi a cui abbiamo assistito».
Misure recenti, tra cui requisiti di licenza per gruppi di pellegrini internazionali, nonché arresti e accuse di maltrattamenti durante il giorno di San Vito, il 28 giugno, hanno sollevato preoccupazione nella comunità serbo-ortodossa. Come incidono queste vicende sulla libertà di religione in Kosovo?
«È importante iniziare con l’ultimo chiarimento. Dopo che gli agenti di polizia hanno distribuito volantini ai gruppi di pellegrini annunciando l’applicazione delle normative sul turismo e possibili sanzioni a partire dal primo agosto, c’è stata una comprensibile preoccupazione che i pellegrinaggi ortodossi organizzati venissero trattati come tour turistici commerciali che richiedono una guida con licenza locale.
A seguito della reazione pubblica della Diocesi, il Ministero della Cultura e del Turismo ha chiarito il 30 luglio che i gruppi che vengono unicamente per la preghiera, il culto o la partecipazione a cerimonie religiose non forniscono servizi di guida turistica. Il Ministero ha anche affermato che sacerdoti, monaci e altri rappresentanti religiosi che accompagnano i pellegrini a titolo pastorale non richiedono licenze di guida turistica. Accogliamo con favore questo chiarimento, che conferma l’essenziale distinzione su cui avevamo insistito fin dall’inizio.
Tuttavia, il chiarimento deve ora tradursi in chiare istruzioni operative scritte per agenti di polizia e ispettori. I pellegrini non dovrebbero essere esposti a incertezze ai valici o sulla strada, né il carattere religioso di un viaggio dovrebbe dipendere dall’interpretazione personale di un singolo ispettore. Rimane anche una certa ambiguità riguardo ai viaggi organizzati da enti religiosi che includono trasporto e alloggio. L’organizzazione pratica di un pellegrinaggio non trasforma la preghiera in turismo commerciale.
Nelle prime ore dal termine per l’attuazione della nuova direttiva, la polizia del Kosovo ha trattenuto al valico di confine un gruppo di serbi che voleva visitare il proprio villaggio abbandonato all’indomani degli attacchi dell’UCK del 1999 e celebrare una messa. Non è stato loro consentito di entrare in Kosovo finché non è apparsa una guida turistica albanese del Kosovo con licenza che si è unita al gruppo a pagamento. Ciò è inaccettabile e, se continuato, costituirà una seria violazione dei diritti e delle libertà religiose. Le persone comuni che visitano i loro villaggi e le loro chiese in rovina, i pellegrini che vanno a una messa non possono essere considerati turisti.
Gli eventi legati al giorno di San Vito rivelano il problema più ampio. Il 28 giugno, la commemorazione a Gazimestan si è svolta pacificamente. La stessa Polizia del Kosovo ha dichiarato che nessun incidente aveva turbato l’evento. Ciononostante, 37 serbi, tra cui un minore, sono stati trattenuti. Inoltre sono stati avviati procedimenti per illecito amministrativo contro 36 persone. Sono successivamente emerse serie accuse riguardanti perquisizioni umilianti, insulti, maltrattamenti fisici e psicologici e pressioni esercitate su alcuni fermati. Tali accuse devono essere oggetto di indagini indipendenti e provate o smentite attraverso un processo trasparente. La decisione dell’Ombudsperson di esaminare la questione è stata quindi importante.
La libertà di religione non si esaurisce nel permettere che la porta di una chiesa rimanga fisicamente aperta. Include il diritto di viaggiare verso un luogo santo, partecipare al culto, ricevere assistenza pastorale, cantare canti religiosi e tradizionali, preservare la propria identità e tornare a casa senza timore di detenzioni arbitrarie o umiliazioni.
Quando i pellegrini iniziano a chiedersi se avranno bisogno di una guida autorizzata per pregare, se un canto tradizionale potrà portare all’arresto, se i loro abiti o simboli verranno confiscati, o se un autobus verrà fatto tornare indietro, si è già creato un effetto intimidatorio. I diritti formalmente scritti nella legge sono di scarso valore se i fedeli hanno paura di esercitarli. Non chiediamo alcuna esenzione da misure di ordine pubblico legittime e proporzionate. Chiediamo solo che la legge distingua tra una minaccia reale e la pacifica espressione dell’identità religiosa e culturale ortodossa serba».
I soldati italiani di KFOR hanno fornito una protezione fondamentale a Visoki Dečani per quasi tre decenni. Alla luce dei piani ufficiali della NATO di ottimizzare l’assetto militare di KFOR, che preoccupazioni ha sulla futura sicurezza del suo monastero?
«In primo luogo, dobbiamo esprimere la nostra profonda gratitudine all’Esercito Italiano e alla KFOR nel suo complesso. Per quasi 27 anni, hanno protetto Visoki Dečani con professionalità, moderazione e rispetto per la comunità monastica. La loro presenza non ci ha impedito di comunicare con la popolazione albanese locale. Al contrario, ha creato la sicurezza in cui tale contatto può avvenire.
La NATO ha annunciato pubblicamente sui media che, a seconda delle condizioni, il numero delle truppe KFOR potrebbe passare da circa 4.700 uomini verso il livello precedente al 2023 che variava fra i 3.000 e 3.500. Comprendiamo che ogni missione militare riveda periodicamente il proprio assetto. La nostra preoccupazione è che una valutazione generale della stabilità in tutto il Kosovo non debba essere applicata meccanicamente alle circostanze eccezionali del Monastero di Visoki Dečani.
L’assenza di un attacco riuscito negli ultimi anni non dovrebbe essere interpretata come prova che la protezione non è più necessaria. È, in misura considerevole, la prova che la protezione e la deterrenza di KFOR hanno funzionato. Questo è il paradosso fondamentale di una deterrenza riuscita: poiché il pericolo è stato contenuto, la protezione che lo ha contenuto può sembrare non necessaria. Visoki Dečani ha subito quattro attacchi armati, rimane nella Lista del Patrimonio mondiale in pericolo dell’UNESCO ed è tuttora l’unico sito del patrimonio culturale sotto la protezione fissa di KFOR.
KFOR ha confermato ancora ad aprile 2026 che avrebbe mantenuto una presenza continua presso il Monastero. Le nostre preoccupazioni riguardano qualsiasi possibile rimozione della responsabilità di primo intervento (first responder) di KFOR, l’indebolimento della presenza protettiva fissa, la riduzione della sorveglianza e della capacità di reazione rapida o il trasferimento della responsabilità primaria alla Polizia del Kosovo prima che esistano le necessarie condizioni istituzionali e di fiducia.
L’attuale controversia sulla strada (vedi prima parte dell’intervista) illustra il problema. Se la Polizia del Kosovo non agisce quando i macchinari municipali entrano nella Zona protetta, come può il monastero essere sicuro che la stessa istituzione impedirebbe una minaccia più seria o un’infrazione sostenuta politicamente? Un modello prudente manterrebbe la KFOR come primo referente per il complesso del monastero, la sua proprietà, l’ingresso e il perimetro protetto immediato. La Polizia del Kosovo potrebbe continuare e rafforzare gradualmente il suo ruolo di supporto all’esterno di quel perimetro.
Qualsiasi cambiamento futuro dovrebbe basarsi su condizioni verificabili, non su una tabella di marcia temporale. Tali condizioni devono includere un’attività di polizia professionale e sostenuta, un’indagine efficace sugli attacchi contro la Chiesa, l’applicazione coerente della Zona speciale protetta, il rispetto della proprietà della Chiesa e un dimostrabile miglioramento della fiducia della comunità monastica e dei fedeli, nonché l’attuazione dell’accordo del 2020 sulla costruzione di una strada di circonvallazione e la parallela riabilitazione delle strade locali nella Zona.
Quest’accordo è stato facilitato dall’ambasciatore italiano Nicolò Orlando e dall’allora Comandante KFOR Generale Michele Risi, e la KFOR è stata incaricata dal Consiglio di attuazione e monitoraggio (CAM) guidato da UE e OSCE di supervisionarne l’attuazione. Alla riunione del Consiglio, tutti i partecipanti internazionali, due ministri del Kosovo e il Sindaco di Dečani hanno sostenuto l’accordo e lo hanno firmato. Il proseguimento della protezione del monastero a guida KFOR non sarebbe quindi una concessione al Monastero. Sarebbe un’assicurazione strategica responsabile per la NATO e per la stabilità del Kosovo nel suo complesso».
Analizziamo i recenti sviluppi: demolizioni di proprietà serbe sul lago Gazivode, irruzioni nei centri sanitari, restrizioni sulle targhe automobilistiche e sulle patenti… Tali eventi sono controversie amministrative isolate o suggeriscono un modello più ampio nella relazione tra istituzioni statali e comunità serba in Kosovo?
«Ogni caso ha i suoi fatti legali e la Chiesa non dovrebbe pretendere di giudicare ogni controversia immobiliare o amministrativa. Alcune delle leggi in questione sono formalmente generali e possono perseguire legittimi obiettivi normativi. Il problema emerge quando esaminiamo il metodo di attuazione, l’impatto cumulativo e le conseguenze quasi uniformemente sproporzionate per una comunità già vulnerabile.
Il modello è quello di azioni unilaterali, consultazioni inadeguate, esecuzione amministrativa supportata dalla polizia, rimedi legali incerti o ritardati e creazione di fatti compiuti prima che i tribunali abbiano avuto una reale opportunità di decidere. Al Lago Gazivode, nel nord del Kosovo, una dozzina di strutture appartenenti a serbi locali sono state demolite anche se i residenti interessati avevano, secondo quanto riferito, avviato procedimenti legali entro il periodo di 15 giorni indicato negli avvisi.
L’UE ha chiesto un’immediata interruzione delle demolizioni e ha sollevato esplicite preoccupazioni riguardo al giusto processo, alla proporzionalità, ai diritti di proprietà e ai rimedi effettivi. Allo stesso modo, l’OSCE ha avvertito che l’applicazione selettiva o impari mina la fiducia pubblica. I proprietari serbi avevano ogni diritto di proteggere la propria proprietà attraverso i tribunali prima della demolizione. Purtroppo, le autorità del Kosovo hanno deciso di procedere con le demolizioni, minando seriamente la sicurezza nella regione.
Analogamente, le strutture sanitarie serbe sono state sottoposte a ispezioni, chiusure e irruzioni, a volte con l’assistenza della polizia. Nei casi delle cliniche di Banje e Suvo Grlo, è stata infine trovata una soluzione dopo l’intervento internazionale e i servizi medici sono ripresi. Ciò dimostra che il dialogo era possibile e che una chiusura brusca non era l’unica opzione disponibile.
Le normative sui veicoli attuate dal 16 marzo 2026 riguardano formalmente i veicoli con targa estera, ma hanno un effetto particolarmente grave sui serbi che vivono in Kosovo che si affidano a veicoli immatricolati in Serbia o guidano – autorizzati – veicoli appartenenti a familiari. Le possibili sanzioni includono multe sostanziali e persino la confisca del veicolo. Una simile incertezza riguardo a patenti di guida, documenti di residenza e alla Legge sugli stranieri aggiunge ulteriore pressione.
Per un funzionario in un ufficio, queste possono sembrare pratiche tecniche separate. Per una famiglia serba ordinaria, sono un’unica realtà. La stessa famiglia può affrontare l’incertezza sulla legalità del proprio veicolo, il riconoscimento dei propri documenti, l’accesso a una clinica sanitaria, lo status della scuola dei propri figli, la sicurezza della propria casa e la libertà di visitare un monastero.
Nessuna singola misura amministrativa allontana necessariamente una comunità. Ma l’accumulo di tali misure può progressivamente trasfomare la vita normale in un’impresa ingestibile. Gli anziani perdono l’accesso all’assistenza sanitaria, i dipendenti temono di perdere i mezzi di sussistenza, le persone sfollate sono scoraggiate dal ritornare, le giovani famiglie non vedono un futuro stabile e la popolazione rimasta se ne va gradualmente.
Per i serbi kosovari, il Kosovo sta diventando sempre più uno Stato etnico albanese in cui non si sentono accolti e al sicuro. Ciò è contrario alla Costituzione del Kosovo, la quale afferma che il Kosovo è una società di uguali cittadini. Dopotutto, in base alle rassicurazioni del Kosovo che avrebbe rispettato questi standard e l’uguaglianza di tutti, il Kosovo ha ricevuto il riconoscimento da dozzine di Paesi, tra cui l’Italia.
L’integrazione non può essere raggiunta smantellando le istituzioni da cui dipende una comunità prima che esista un’alternativa legale, negoziata e basata sulla fiducia. Questa non è integrazione. È coercizione amministrativa e, nelle attuali circostanze, rischia di produrre la silenziosa scomparsa della comunità serba».
Dall’incapacità di attuare per anni la decisione della Corte Costituzionale sui 24 ettari di terreno del monastero fino alle attuali controversie stradali, cosa rivelano queste vicende sulla volontà delle istituzioni kosovare di rispettare il proprio quadro giuridico?
«Dovremmo prima riconoscere tutta la verità. La decisione della Corte Costituzionale riguardante i 24 ettari è stata finalmente attuata nel marzo 2024. Il monastero ha ricevuto un valido estratto catastale che conferma la sua proprietà, e abbiamo pubblicamente accolto con favore la risoluzione della lunga controversia legale e ringraziato i rappresentanti internazionali che vi hanno contribuito.
Ma la decisione è stata emessa nel 2016 ed è rimasta inattuata per quasi otto anni. I funzionari locali si sono opposti apertamente, mentre le istituzioni centrali non sono riuscite per anni a garantirne il rispetto. L’attuazione si è verificata solo dopo una prolungata pressione internazionale e quando la questione è diventata direttamente collegata all’aspirazione del Kosovo di aderire al Consiglio d’Europa. Lo stesso Primo ministro del Kosovo aveva riconosciuto all’epoca che l’attuazione era diventata una condizione urgente in quel processo.
Ciò rivela un problema fondamentale. Una decisione finale della Corte Costituzionale non dovrebbe richiedere otto anni di campagna diplomatica per essere implementata. Non dovrebbe dipendere dal fatto che l’attuazione porti un beneficio politico esterno. Una sentenza non è una concessione alla parte vincitrice, né l’ottemperanza è un favore concesso dal governo. È un obbligo legale.
L’attuale controversia stradale riflette la stessa mentalità sotto un’altra forma. La legge pertinente è chiara. La Zona speciale protetta è chiaramente definita. La strada di transito internazionale è vietata all’interno di quella zona protetta rurale. Una costruzione o ricostruzione stradale significativa richiede la consultazione con la Chiesa e l’uso del meccanismo del Consiglio di attuazione e monitoraggio. Eppure i lavori iniziano prima, la Chiesa lo scopre dopo e solo a quel punto vengono offerte spiegazioni.
Questo crea l’impressione che gli obblighi legali riguardanti la Chiesa serbo-ortodossa vengano rispettati solo quando la pressione internazionale diventa sufficientemente forte, mentre in circostanze ordinarie possano essere ritardati, reinterpretati o ignorati.
Ciò è profondamente dannoso, non solo per la Chiesa, ma per lo stesso ordine giuridico del Kosovo. Perché una comunità vulnerabile dovrebbe fidarsi di un tribunale, se una sentenza giudiziaria definitiva viene trattata come politicamente negoziabile? Perché dovrebbe fidarsi di una legge di protezione, se le autorità possono aggirarla cambiando il nome di un’attività?
Lo Stato di diritto si mette alla prova proprio quando il rispetto delle regole è politicamente sconveniente. Se la legge viene applicata solo quando coincide con le preferenze di chi è al potere, non è più Stato di diritto. È discrezionalità politica che indossa un linguaggio giuridico.
Lei collabora con diplomatici e istituzioni sovranazionali da oltre due decenni. Ritiene che la comunità internazionale disponga ancora di una leva sufficiente per far rispettare lo Stato di diritto in Kosovo? O tale leva si è gradualmente affievolita?
«La comunità internazionale possiede ancora un’influenza notevole. La KFOR rimane l’attore decisivo per la sicurezza. L’Unione Europea dispone di strumenti politici, finanziari e legati all’integrazione. L’OSCE ha un importante ruolo di monitoraggio. EULEX, le missioni diplomatiche e i singoli governi continuano a esercitare influenza. La vera questione non è se la leva esista, ma se venga usata in modo coerente, tempestivo e con sufficiente determinazione.
Abbiamo visto che un’azione internazionale ferma può produrre risultati. Lavori stradali illegali sono stati fermati nel 2018 e nel 2020 dopo l’intervento dei rappresentanti internazionali. La sentenza della Corte Costituzionale riguardante i terreni del monastero è stata alla fine attuata nel 2024, dopo un sostenuto impegno internazionale. L’intervento internazionale ha anche aiutato a risolvere alcuni problemi recenti riguardanti le strutture sanitarie. Questi esempi dimostrano che il potere di leva non è scomparso.
Allo stesso tempo, la sua efficacia pratica si è gradualmente ridotta perché le reazioni internazionali sono sempre più ritardate, frammentate o limitate a conversazioni private e dichiarazioni formulate con cura. Le autorità del Kosovo hanno imparato che una misura unilaterale può generare dichiarazioni di preoccupazione, ma spesso nessuna conseguenza duratura. Una volta passata l’attenzione immediata, la nuova realtà sul terreno rimane.
Una leva che non viene mai esercitata cessa di funzionare come protezione. Un appello generale a tutte le parti non è sufficiente, quando un’autorità sta compiendo un’azione specifica in violazione di un obbligo legale chiaramente identificabile. L’equilibrio diplomatico non deve diventare ambiguità morale o legale.
Non stiamo chiedendo alle missioni internazionali di decidere lo status politico del Kosovo in conformità con la nostra posizione. La protezione di un monastero, l’attuazione di una sentenza giudiziaria, il rispetto del giusto processo e il diritto dei fedeli di esercitare il proprio culto non richiedono un accordo sullo status. Richiedono solo fedeltà alle leggi e agli standard dei diritti umani che la stessa comunità internazionale ha contribuito a stabilire.
C’è anche una questione di credibilità internazionale. Le garanzie date alla Chiesa serbo-ortodossa e alla comunità serba erano parte integrante dell’assetto giuridico post-bellico e delle rassicurazioni che il Kosovo si sarebbe sviluppato come una società genuinamente multietnica. Se tali garanzie vengono gradualmente indebolite, mentre i rappresentanti internazionali rimangono passivi, il fallimento non è solo locale. Diventa un fallimento del quadro internazionale che ha promesso di proteggere coloro che sono vulnerabili e di consentire al Kosovo di diventare un luogo sicuro per tutti, indipendentemente dall’etnia e dalla religione.
Pertanto, direi che la leva internazionale rimane sufficiente, ma la volontà internazionale è diventata meno coerente. Ciò che ora si richiede non è ulteriore retorica, ma priorità più chiare, un’azione coordinata e conseguenze misurabili quando le garanzie legalmente vincolanti vengono ignorate».
Nonostante queste forti pressioni, la Diocesi e il monastero hanno auspicato convivenza pacifica, rispetto della legge e dialogo costruttivo. Quali passi concreti dovrebbero compiere le autorità di Pristina e i garanti internazionali per ripristinare la fiducia di base, lo Stato di diritto e la sicurezza in Kosovo?
«Il primo passo deve essere quello di affrontare l’attuale questione stradale in modo trasparente e legale. Non dovrebbe esserci ulteriori attività all’interno della Zona speciale protetta in attesa di verifica legale. Le autorità competenti dovrebbero rendere noti l’ente commissionante, l’impresa esecutrice, il progetto, i permessi, il budget, la base legale e il cronoprogramma previsto. Un’urgente ispezione congiunta dovrebbe essere facilitata, coinvolgendo l’UE, l’OSCE, la KFOR nell’ambito del suo mandato e le autorità del Kosovo competenti. Il Consiglio di Attuazione e Monitoraggio dovrebbe essere convocato e l’accordo del novembre 2020 per la circonvallazione dovrebbe essere finalmente attuato.
In secondo luogo, le autorità devono rilasciare chiare istruzioni operative, garantendo che i pellegrinaggi religiosi non vengano trattati come tour turistici commerciali. Il recente chiarimento del Ministero è benvenuto, ma pellegrini, sacerdoti e monaci devono ricevere la stessa risposta dagli agenti di polizia e dagli ispettori sul campo. La Chiesa deve conservare la libertà di organizzare pellegrinaggi, celebrare il culto, fornire istruzione spirituale e presentare il proprio patrimonio religioso, storico e culturale senza ingerenze amministrative.
In terzo luogo, devono esserci indagini indipendenti e trasparenti sulla condotta della polizia nel giorno di San Vito e su altre credibili accuse di trattamento sproporzionato o discriminatorio. La base legale per ogni detenzione dovrebbe essere stabilita, le accuse di maltrattamento dovrebbero essere adeguatamente esaminate e qualsiasi abuso di autorità dovrebbe avere conseguenze. Le misure di sicurezza durante i raduni religiosi devono essere basate sull’intelligence, e devono essere necessarie, proporzionate e coordinate con la Chiesa. Devono proteggere i fedeli piuttosto che trattarli collettivamente come sospetti.
In quarto luogo, la KFOR dovrebbe mantenere la responsabilità di primo intervento presso Visoki Dečani. Qualsiasi aggiustamento futuro dovrebbe basarsi su parametri chiaramente definiti e congiuntamente verificati, non su scadenze politiche o su una valutazione generale secondo cui il Kosovo è statisticamente più calmo. Dovrebbe essere sviluppato un modello di sicurezza a livelli in cui la KFOR mantenga la responsabilità per il complesso del monastero, l’ingresso e il perimetro protetto immediato, mentre la Polizia del Kosovo svolga un ruolo di supporto coordinato all’esterno di quel perimetro. L’ottimizzazione della NATO non deve inavvertitamente rimuovere la garanzia di sicurezza che ha impedito gravi incidenti per quasi tre decenni.
In quinto luogo, nessuna azione irreversibile riguardante abitazioni, proprietà, assistenza sanitaria, istruzione o servizi essenziali dovrebbe aver luogo mentre sono pendenti significativi procedimenti legali. Le misure riguardanti veicoli, patenti di guida, residenza e istituzioni sostenute dalla Serbia dovrebbero essere risolte attraverso il dialogo, con ragionevoli accordi transitori e la piena considerazione del loro effetto sproporzionato sulla popolazione serba. Una comunità fragile non può essere integrata attraverso improvvise chiusure, irruzioni, confiscati e ultimatum amministrativi.
In sesto luogo, i meccanismi di protezione per la Chiesa serbo-ortodossa devono essere ripristinati al pieno funzionamento. Il Consiglio di attuazione e monitoraggio deve riunirsi regolarmente e affrontare le violazioni prima che diventino fatti compiuti. Le Zone speciali protette devono essere rispettate coerentemente. Gli attacchi contro le chiese devono essere indagati nel loro contesto religioso ed etnico, non ridotti di routine a ordinario vandalismo. La Chiesa deve godere di un accesso ostacolato alla sua proprietà, inclusa la Chiesa di Cristo Salvatore a Pristina.
Infine, l’obbligo contenuto nell’Accordo sul percorso di normalizzazione del 2023 – di formalizzare lo status della Chiesa Ortodossa Serba e fornire un forte livello di protezione per il patrimonio religioso e culturale serbo – deve essere attuato nella sostanza. Non può rimanere un’altra solenne disposizione senza alcun effetto pratico.
I garanti internazionali dovrebbero stabilire parametri concreti, monitorarne pubblicamente l’attuazione e collegare il continuo sostegno politico e finanziario al misurabile rispetto dello Stato di diritto, dei diritti delle minoranze e della libertà religiosa. Le dichiarazioni che esprimono preoccupazione non sono più sufficienti.
La Chiesa serbo-ortodossa non cerca dominio politico, controllo territoriale o privilegi al di sopra della legge. Chiediamo di rimanere ciò che siamo stati qui per secoli: una Chiesa viva tra il suo popolo, libera di pregare, servire, preservare i suoi luoghi santi e contribuire alla pace.
L’anno prossimo il nostro Monastero celebrerà il 700° anniversario dalla sua fondazione. Ci aspettiamo ragionevolmente che il Monastero che è sopravvissuto a sette secoli non possa essere lasciato solo ed esposto a pressioni amministrative o possibili attacchi di estremisti. Vediamo il ruolo dell’Italia come particolarmente importante, tenendo conto dei 27 anni di forte impegno, protezione professionale e fiducia che abbiamo costruito insieme.
Rimaniamo pronti al dialogo con tutti. Riconosciamo la dignità e i diritti del popolo albanese e di ogni altra comunità. Ma una convivenza pacifica non può essere costruita chiedendo alla comunità più piccola e vulnerabile di adattarsi all’infinito a fatti compiuti illegittimi. La pace deve fondarsi sulla verità, sull’uguaglianza della legge, sul rispetto reciproco e sulla sicurezza di ogni persona umana. Solo allora la fiducia potrà iniziare a tornare».
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