L’Unione Europea importa dalla Cina molto più di quanto riesca a esportarvi: nel 2025 il divario ha raggiunto 359,3 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2019. Uno squilibrio dovuto, secondo la Commissione, ad asimmetrie di mercato e a sussidi governativi cinesi. L’analisi del China Finance 40 Forum propone però una lettura diversa. Circa il 70% dell’aumento delle importazioni europee dalla Cina è riconducibile ai prodotti chimici e alla «nuova triade»: veicoli elettrici, batterie e fotovoltaico. Quanto al calo dell’export europeo, è legato alla crescente capacità dell’industria cinese di produrre internamente beni che in passato importava.
Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:
Squilibrio commerciale Secondo gli autori, l’aumento del deficit UE con Pechino non deriva da un dumping generalizzato dei prezzi, ma da profondi mutamenti strutturali nella domanda europea e nell’offerta cinese.
Spinta della transizione Il 70 per cento della crescita dell’export cinese in Europa è trainato da prodotti chimici e dalla «nuova triade», ossia auto elettriche, batterie e fotovoltaico.
Choc energetico europeo La crisi dell’energia ha reso la produzione interna della filiera chimica europea meno conveniente, spingendo le aziende a importare beni da Pechino.
Sostituzione dell’import Il calo delle esportazioni europee non è causato da una contrazione del mercato cinese, ma dal progresso industriale di Pechino, che ora produce internamente ciò che prima importava.
Limiti del protezionismo I due economisti concludono sostenendo che i dazi commerciali non cancelleranno la domanda europea di tecnologie verdi né fermeranno l’avanzata manifatturiera cinese, rendendo il protezionismo inefficace.
Nota della direttrice: Al G7 di Évian, Ursula von der Leyen ha ricondotto il disavanzo commerciale dell’Unione alla sovraccapacità manifatturiera di alcuni Paesi che «producono troppo e consumano troppo poco», con un chiaro riferimento alla Cina. Non è una posizione nuova: da anni l’UE accusa Pechino di concorrenza sleale. Per offrire ai lettori un elemento di confronto nel dibattito europeo, Krisis pubblica quest’analisi del China Finance 40 Forum. Sulla base dei dati analizzati, gli autori attribuiscono il crescente squilibrio commerciale a tre fattori: aumento dei costi energetici europei, effetti della transizione verde e crescente capacità della Cina di sostituire le importazioni con produzione nazionale.
Una delle narrazioni più strumentali oggi a Bruxelles è che l’Europa si trova ad affrontare un secondo «choc cinese»: un’ondata di prodotti cinesi a basso costo, spinti all’estero da sovraccapacità, sussidi e da una debole domanda interna. I dati raccontano una storia diversa.
Una nuova e dettagliata analisi del China Finance 40 Forum mostra che l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa è stato fortemente concentrato in pochi settori – veicoli elettrici, batterie, prodotti fotovoltaici e prodotti chimici – dove la transizione verde e lo choc energetico dell’Europa stessa hanno creato una domanda reale. Nel frattempo, il calo delle esportazioni europee verso la Cina non è stato guidato principalmente da una contrazione del mercato cinese, ma dalla modernizzazione industriale e dalla sostituzione delle importazioni da parte della Cina.
In altre parole, lo squilibrio non è semplicemente qualcosa che la Cina ha fatto all’Europa. È anche qualcosa che i costi energetici, la struttura industriale e le scelte di transizione dell’Europa stessa hanno contribuito a produrre.
Esplosione del deficit commerciale UE
Nel 2025, il deficit commerciale dell’UE rispetto ai beni importati dalla Cina si è ampliato fino a 359,3 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 15% rispetto al 2024 e quasi raddoppiando rispetto al 2019[1]. (…) Il punto di svolta è arrivato dopo il 2020, quando il deficit ha iniziato ad ampliarsi rapidamente e in modo persistente, diventando una delle principali preoccupazioni nelle relazioni economiche bilaterali[2].
Negli attuali dibattiti europei, quattro spiegazioni vengono richiamate più spesso per illustrare questo squilibrio: la politica industriale cinese e l’eccesso di capacità produttiva; il reindirizzamento verso l’UE di merci originariamente destinate al mercato statunitense dopo l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti; la debolezza del renminbi[3]; infine, il rallentamento della domanda cinese legato alla crisi immobiliare iniziata nel 2021[4].

Tuttavia, (…) i dati settoriali e commerciali non confermano queste spiegazioni. Le esportazioni cinesi verso l’UE non si sono espanse in modo generalizzato, né la concorrenza a basso prezzo ne è stata la caratteristica principale. La crescita degli ultimi anni si è concentrata in un numero limitato di settori. Al tempo stesso, la debolezza delle esportazioni dell’UE verso la Cina ha riflesso una minore dipendenza cinese dalle importazioni e una loro più rapida sostituzione, più che una contrazione complessiva del mercato cinese.
(…) L’ampliamento dello squilibrio commerciale riflette quindi l’effetto combinato dei cambiamenti nella domanda europea e nella struttura dell’offerta cinese. Da un lato, la transizione energetica dell’UE ha aumentato i costi industriali e accresciuto la domanda per la «nuova triade» cinese e per i prodotti chimici[5]. Dall’altro, l’upgrading industriale della Cina ha accelerato la sostituzione delle importazioni, riducendo la domanda di prodotti importati e restringendo lo spazio per le esportazioni dell’UE verso la Cina. Allo stesso tempo, l’ampliamento dello squilibrio bilaterale non ha modificato la più ampia posizione di surplus esterno dell’Europa[6].
Export cinese trainato dalla transizione energetica
Osservando l’andamento complessivo delle esportazioni cinesi verso l’UE tra il 2016 e il 2025, i dati sui prezzi non confermano l’argomento secondo cui i movimenti dei tassi di cambio avrebbero prodotto un dumping a basso prezzo. (…) Misurati in euro, cioè nei prezzi effettivamente pagati dagli acquirenti europei, gli indici dei prezzi all’esportazione di Cina, Giappone e Corea hanno seguito andamenti molto simili e sono rimasti sostanzialmente stabili dopo il 2023[7].

(…) Tra il 2019 e il 2022 il renminbi si è rafforzato in termini nominali rispetto all’euro, indebolendosi in modo visibile solo entro il 2025. In altre parole, l’espansione delle esportazioni cinesi verso l’UE è avvenuta in un periodo in cui il renminbi era relativamente forte, non debole. Il calo dell’indice dei prezzi dei beni cinesi denominato in euro appare dunque più come uno sviluppo recente che come un fattore persistente dei guadagni di quota di mercato registrati dal 2020.
Dal 2016 al 2024, la Cina non ha mostrato un vantaggio di prezzo in costante aumento. Se il tasso di cambio fosse stato il principale motore delle esportazioni, i prezzi in euro dei prodotti cinesi avrebbero dovuto divergere chiaramente da quelli di Giappone e Corea a partire dal 2020. I dati mostrano invece che i tre Paesi si sono mossi sostanzialmente in parallelo. Ciò suggerisce che la spiegazione basata sul tasso di cambio non trovi sostegno nei dati sui prezzi[8].
Anche i dati sui volumi non confermano l’idea che la Cina abbia guadagnato quote di mercato grazie ai prezzi bassi. Se la competitività di prezzo fosse stata il fattore principale, negli ultimi cinque anni i volumi di esportazione della manifattura cinese avrebbero dovuto aumentare sensibilmente man mano che i prezzi si indebolivano. Tuttavia, gli indici dei volumi di esportazione e dei valori unitari mostrati nella figura 5 non confermano questa conclusione[9].

(…) Persino nei settori più associati allo «shock da basso costo», non si registra una chiara espansione dei volumi[10]. Al contrario, macchinari e mezzi di trasporto, insieme ai prodotti chimici, sono stati i comparti in cui i volumi di esportazione sono aumentati in modo più evidente. (…) La crescita delle esportazioni in questi settori non è stata trainata da tagli persistenti dei prezzi: i volumi sono aumentati mentre i prezzi restavano sostenuti. Questo suggerisce che la crescita dell’export cinese verso l’UE sia spiegata meglio dai cambiamenti nella domanda europea e nella struttura dell’offerta cinese che da vantaggi di prezzo.
Il cuore dell’import: «nuova triade» e prodotti chimici
Sulla base dell’analisi dei volumi e dei prezzi, uno sguardo più ravvicinato agli sviluppi settoriali delle esportazioni mostra ancora più chiaramente che questa espansione non è stata distribuita in modo uniforme. (…) Tra il 2019 e il 2025, solo pochi settori hanno registrato aumenti significativi della quota cinese nelle importazioni dell’UE. La «nuova triade» si è distinta in modo particolare, con un aumento di circa 26 punti percentuali. I restanti settori hanno registrato variazioni solo modeste, e alcuni persino dei cali. Ciò dimostra che l’aumento della quota di mercato della Cina nell’UE non è stato il risultato di un’accelerazione generalizzata in tutti i settori. Si è concentrato in industrie selezionate[11].
Sul piano strutturale, i settori con i guadagni più rapidi in termini di quota sulle importazioni si sono concentrati in due grandi gruppi: da un lato i prodotti legati alle nuove energie; dall’altro i prodotti chimici e alcune industrie ad alta intensità energetica[12]. Questo schema non è casuale. Riflette una chiara struttura industriale.

(…) Questo dato indebolisce anche la narrazione secondo cui le esportazioni cinesi sarebbero state semplicemente reindirizzate verso l’Europa dopo l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti. Se la deviazione dei flussi commerciali fosse stata il principale motore dell’espansione dell’export cinese verso l’UE, ci si aspetterebbe un’accelerazione più uniforme tra i settori, data l’ampia copertura dei dazi statunitensi sui beni cinesi. Il mercato europeo non mostra un simile andamento[13].
Le variazioni delle quote di mercato settoriali, da sole, non sono quindi sufficienti a identificare quali comparti abbiano effettivamente trainato l’aumento della quota complessiva della Cina nelle importazioni europee. Quando l’attenzione si sposta dalle quote interne ai singoli settori alla quota complessiva della Cina nelle importazioni extra-UE, le forze trainanti risultano molto più concentrate.
Tra il 2019 e il 2025, la quota della Cina nelle importazioni extra-UE è salita dal 18,73% al 22,25%. Di questo aumento, circa il 70% è venuto dalla «nuova triade» e dai prodotti chimici[14].¹ Gli altri settori hanno contribuito in misura molto più limitata, e alcuni guadagni sono stati in parte compensati dai cali registrati in comparti come il tessile, le calzature e i copricapi.

La stessa concentrazione è visibile anche nei valori assoluti delle esportazioni. (…) Entro il 2025, la nuova triade e i prodotti chimici rappresentavano insieme circa 95 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive. Escludendo questi due gruppi, l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’UE avrebbe seguito sostanzialmente la tendenza precedente al 2019, senza mostrare una chiara accelerazione[15].
Transizione energetica e contrazione capacità produttiva
L’aumento delle esportazioni cinesi della «nuova triade» e dei prodotti chimici ha uno sfondo comune: i profondi cambiamenti nel panorama energetico dell’UE. Dalla seconda metà del 2021, la situazione energetica europea è cambiata bruscamente. Questo ha fatto aumentare i costi di produzione interni e, al tempo stesso, ha rimodellato la domanda europea di beni dall’estero.
(…) La crescita delle esportazioni cinesi verso l’UE non è stata quindi un fenomeno commerciale isolato. È stata strettamente legata a fattori macroeconomici più ampi, tra cui la crisi energetica europea e la transizione verde[16].

Questo nesso ha operato principalmente attraverso due canali. Il primo è stato la sostituzione guidata dai costi. La crisi energetica ha fatto aumentare drasticamente i costi di produzione dell’industria europea, soprattutto nel settore chimico. (…) Per un comparto fortemente dipendente da gas naturale ed elettricità, lo choc è stato diretto e profondo: produrre in Europa è diventato meno conveniente, spingendo le imprese a ridurre la produzione o a rivolgersi a fornitori esterni[17].
Il secondo canale è stato la domanda creata dalla transizione energetica. Dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino, l’UE ha ridotto drasticamente le importazioni di energia dalla Russia. (…) Una conseguenza diretta è stata il netto aumento della domanda europea di prodotti come fotovoltaico, batterie e veicoli elettrici. In quanto maggiore produttore mondiale in questi settori, la Cina disponeva delle catene di approvvigionamento più complete e della più forte capacità manifatturiera su larga scala. È quindi diventata la principale fonte esterna di questa nuova domanda[18].
L’espansione della nuova triade non è stata trainata principalmente dalla concorrenza di prezzo, ma dalla rapida emersione di una domanda europea legata alla transizione energetica, che la capacità di offerta industriale cinese, ormai potenziata, era ben posizionata per soddisfare (…).

Perché l’Europa esporta meno in Cina
La sezione precedente ha spiegato perché le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate. Questa sezione passa alla domanda opposta: perché le esportazioni dell’UE verso la Cina si sono indebolite. I risultati della scomposizione mostrano che, nei settori in cui si concentrano le esportazioni dell’UE verso la Cina, il consumo apparente cinese ha continuato nel complesso a crescere. La ragione principale del calo delle esportazioni europee non è stata quindi una contrazione della domanda cinese, ma piuttosto l’upgrading industriale della Cina e una più rapida sostituzione delle importazioni, che hanno ridotto in modo sistematico la dipendenza del mercato cinese dai prodotti importati dall’UE.
Questa sezione applica una scomposizione a quattro fattori alle variazioni delle esportazioni dell’UE verso la Cina. I quattro fattori sono: la domanda interna cinese, la penetrazione delle importazioni, la quota dell’UE sulle importazioni totali della Cina e il tasso di cambio bilaterale. In questo modo, l’analisi distingue tra un eventuale calo della domanda cinese, una minore dipendenza della Cina dalle importazioni, un indebolimento della posizione relativa dell’UE nel mercato cinese e l’effetto puramente valutario del cambio euro-renminbi. La domanda interna cinese è misurata attraverso il consumo apparente, definito come produzione totale + importazioni − esportazioni[19].
La Tabella 1 riporta i risultati settoriali della scomposizione a quattro fattori e l’aggregato ponderato. I quattro maggiori settori delle esportazioni dell’UE verso la Cina — macchinari, elettronica e prodotti ottici, mezzi di trasporto e prodotti chimici — rappresentano insieme oltre il 70% del totale. Tra questi, solo elettronica e prodotti ottici hanno registrato un lieve calo della domanda interna. Negli altri tre settori, la domanda interna cinese è aumentata tra il 2021 e il 2024. In altre parole, l’indebolimento delle esportazioni europee non è stato causato da una contrazione generale nei settori in cui esse si concentrano. A cambiare è stata piuttosto la divergenza tra penetrazione delle importazioni e quota dell’UE nei diversi settori.

I mezzi di trasporto offrono l’esempio più chiaro. Le esportazioni dell’UE verso la Cina sono scese da 42,2 miliardi di euro nel 2021 a 31,5 miliardi nel 2024, con il maggiore calo assoluto tra tutti i settori. (…) Il mercato cinese, però, non si è ristretto: è cambiato il fatto che una quota maggiore della domanda è stata soddisfatta da produttori nazionali. La sostituzione delle importazioni nel settore automobilistico cinese e nelle relative catene di fornitura è stata quindi la principale ragione del calo delle esportazioni europee[20].
Nei prodotti elettronici e ottici, che hanno il peso maggiore nel paniere delle esportazioni europee verso la Cina, il calo è stato più contenuto. (…) Il principale fattore è stata la diminuzione della penetrazione delle importazioni, segno che la capacità di offerta interna cinese in ambiti come semiconduttori e strumenti ottici stava migliorando. Tuttavia, la quota dell’UE è aumentata: il settore non mostra quindi una perdita secca del mercato, ma un restringimento dello spazio complessivo per le importazioni, mentre l’Europa resta competitiva in alcuni segmenti di fascia alta[21].
I macchinari sono stati invece il settore con la performance migliore. Le esportazioni dell’UE verso la Cina sono aumentate da 40,4 miliardi di euro nel 2021 a 47,0 miliardi nel 2024. (…) In un contesto in cui la dipendenza dalle importazioni è diminuita nella maggior parte dei settori, i macchinari rappresentano un’eccezione: la domanda cinese di apparecchiature importate di fascia alta era ancora in crescita e le imprese europee non sono state scalzate. Questo mostra che la recente debolezza dell’export europeo verso la Cina non equivale a una perdita generalizzata di competitività[22].

I prodotti chimici presentano un quadro più complesso. Le esportazioni dell’UE verso la Cina sono aumentate da 27,7 miliardi di euro nel 2021 a 30,8 miliardi nel 2024. (…) Anche in questo settore la penetrazione delle importazioni è diminuita, segno che la capacità produttiva cinese si stava rafforzando. Le esportazioni europee sono però cresciute perché il guadagno di quota dell’UE è stato superiore alla diminuzione della dipendenza cinese dalle importazioni. In altri termini, l’UE ha continuato a mantenere un vantaggio nei segmenti a più alto valore aggiunto e a maggiore intensità tecnologica[23].
(…) I settori minori mostrano andamenti più vari, ma non modificano la conclusione principale. In alcuni comparti il problema è stato il calo della quota dell’UE nelle importazioni cinesi; in altri, la minore penetrazione delle importazioni, cioè l’avanzamento della sostituzione interna. Nel complesso, tuttavia, il risultato aggregato resta dominato da mezzi di trasporto, elettronica e prodotti ottici, macchinari e prodotti chimici[24].
Sostituzione delle importazioni come fattore trainante

Una volta aggregati i quattro fattori utilizzando pesi settoriali, i risultati mostrano che tra il 2021 e il 2024 la media ponderata del consumo apparente cinese nei settori in cui si concentrano le esportazioni dell’UE è aumentata del 4,1%. Questo significa che la quantità complessiva assorbita dal mercato cinese in questi settori non si è contratta. A restringere lo spazio per le esportazioni europee è stato invece il calo del 5,1% della penetrazione delle importazioni. In altri termini, una quota crescente della domanda è stata soddisfatta da produttori cinesi nazionali.
Il punto decisivo è quindi che l’espansione della domanda interna cinese non è stata sufficiente a compensare il cambiamento nella composizione dell’offerta. Anche dove il mercato continuava ad assorbire beni, una parte crescente di questa domanda veniva coperta dalla produzione interna. Per questo le esportazioni europee sono diminuite nonostante la domanda nei settori rilevanti fosse ancora in crescita. (…)
Nel complesso, la principale ragione del calo delle esportazioni dell’UE verso la Cina tra il 2021 e il 2024 è stata una diminuzione sistematica della dipendenza cinese dalle importazioni europee, più che una contrazione generale del mercato cinese. Per l’UE, questo significa che la questione non è soltanto ciclica. La Cina sta accelerando la sostituzione delle importazioni in diverse industrie chiave[25].

Osservazioni conclusive
In primo luogo, l’ampliamento dello squilibrio commerciale tra Cina e UE non riflette uno squilibrio macroeconomico più ampio. Riflette cambiamenti strutturali da entrambe le parti. (…) L’aumento del surplus cinese con l’Europa presenta infatti uno schema preciso: la crescita delle esportazioni cinesi verso l’UE si è concentrata nella nuova triade e nei prodotti chimici, mentre l’indebolimento delle esportazioni europee verso la Cina non è dipeso da una contrazione generale del mercato cinese, ma dal continuo upgrading industriale della Cina e dall’accelerazione della sostituzione delle importazioni[26].
In secondo luogo, poiché lo squilibrio bilaterale è guidato da fattori strutturali, strumenti di breve periodo orientati a intervenire sui prezzi, sul tasso di cambio o sui sussidi difficilmente modificheranno il quadro generale. (…) Né la domanda effettiva dell’UE per i prodotti cinesi delle nuove energie e per i prodotti chimici scomparirà per effetto dei dazi, né la sostituzione delle importazioni in Cina, compreso il settore dei veicoli, è destinata a fermarsi rapidamente. In un contesto in cui l’offerta interna dell’UE resta insufficiente e la transizione energetica incompleta, il protezionismo commerciale difficilmente potrà invertire questa tendenza[27].
In terzo luogo, concentrarsi solo sul deficit commerciale rischia di sottovalutare i benefici che l’UE ricava dalla relazione economica con la Cina. Le esportazioni cinesi di prodotti legati alle nuove energie hanno aiutato l’UE a portare avanti la transizione verde e a ridurne i costi; le importazioni europee di prodotti chimici cinesi equivalgono, in sostanza, a importazioni di energia a minor costo. (…) Questi benefici non compaiono nei conti bilaterali del commercio di beni, ma incidono sui costi industriali e sulla competitività delle imprese europee.[28]
Comprendere le cause dell’ampliamento dello squilibrio commerciale implica quindi una risposta più pragmatica da entrambe le parti. Per l’UE, la vera priorità non è ridurre il deficit bilaterale in quanto tale, ma rafforzare la resilienza energetica e potenziare la capacità di offerta interna durante la transizione verde. Per la Cina, l’upgrading industriale continuerà, ma un’ulteriore espansione della domanda interna aiuterebbe ad attenuare la pressione politica prodotta da un surplus commerciale crescente e a generare maggiore fiducia nella relazione bilaterale. I fattori strutturali non possono essere risolti rapidamente, ma incomprensioni e frizioni possono essere attenuate.
Testo tratto da: https://www.eastisread.com/p/brussels-blames-china-the-data-point (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).
[1] Nota di Krisis: Deficit UE-Cina a 312,2 miliardi nel 2024, 165 miliardi nel 2019; tra 2016 e 2019 deficit sostanzialmente stabile intorno ai 160 miliardi.
[2] Utilizzando il tasso di riferimento medio annuo della BCE per EUR/CNY, i tassi di cambio per il periodo 2019–2025 sono stati rispettivamente 7,7355, 7,8708, 7,6282, 7,0788, 7,6600, 7,7875 e 8,1185.
[3] Nota di Krisis: Valuta ufficiale della Repubblica Popolare Cinese; lo yuan ne è l’unità principale. Una valuta più debole può rendere più competitive le esportazioni, perché abbassa il prezzo dei beni espressi in valuta estera.
[4] Nota di Krisis: Dal 2021 il rallentamento del settore immobiliare pesa sulla domanda interna, riducendo in teoria la capacità cinese di assorbire importazioni.
[5] Nella classificazione doganale cinese, la «nuova triade» corrisponde ai seguenti codici: 38180019, wafer di silicio drogato; 85076, batterie agli ioni di litio; 854142–854143, celle fotovoltaiche; 870122–870124, trattori elettrici; 87022–87024, autobus elettrici; 87034–87038, autovetture elettriche; 87044–87046, camion elettrici. Nelle tabelle e nell’articolo, le categorie prodotti chimici, mezzi di trasporto e macchinari e apparecchiature elettriche escludono le sotto-voci che si sovrappongono alla nuova triade, per evitare doppi conteggi.
[6] Nota di Krisis: L’ampliamento del deficit con la Cina non ha coinciso con un deterioramento generale della posizione esterna dell’UE: il surplus commerciale e l’avanzo delle partite correnti europee verso il resto del mondo si sono indeboliti nel 2022, ma sono poi tornati su livelli elevati.
[7] Nota di Krisis: Il confronto con Giappone e Corea serve perché i tre Paesi esportano verso l’UE categorie di prodotti in parte simili, con una quota rilevante di macchinari ed elettronica, prodotti chimici e mezzi di trasporto. Dopo il 2023, gli indici dei prezzi all’esportazione dei tre Paesi, misurati in euro, sono rimasti sostanzialmente nell’intervallo 110–120.
[8] Nota di Krisis: Nello stesso periodo, yen e won si sono fortemente deprezzati. Una volta convertita in euro, l’inflazione interna in Giappone e Corea è stata compensata dal deprezzamento del cambio, rendendo le dinamiche dei prezzi per gli acquirenti europei simili a quelle dei prodotti cinesi. Nel 2022, quando le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate bruscamente, il prezzo dei beni cinesi è cresciuto più che in Giappone e anche più che in Corea.
[9] Questa sezione utilizza la classificazione SITC Rev.4 a una cifra invece della classificazione HS, perché gli indici di valore unitario e di volume di Eurostat sono compilati su base SITC. La corrispondenza approssimativa tra SITC e HS è: SITC 7 (macchinari e mezzi di trasporto) ≈ HS 84–89; SITC 8 (manufatti vari) ≈ HS 61–67 e 94–96; SITC 6 (manufatti classificati principalmente in base al materiale) ≈ HS 28–40 e 44–83; SITC 5 (prodotti chimici) ≈ HS 28–38.
[10] Nota di Krisis: I settori più direttamente associati alla manifattura cinese a basso costo – abbigliamento, calzature, mobili, giocattoli, insieme a prodotti industriali tradizionali come acciaio, metalli non ferrosi, gomma e plastica – non hanno mostrato una crescita sostenuta dei volumi tra il 2016 e il 2025, al netto delle fluttuazioni legate alla pandemia.
[11]Nota di Krisis: La Figura 6 confronta le variazioni della quota cinese nelle importazioni dell’UE tra il 2019 e il 2025 in 21 capitoli HS e nella categoria separata della «nuova triade». Solo otto settori hanno registrato aumenti superiori a 5 punti percentuali: nuova triade, prodotti chimici, mezzi di trasporto, plastica e gomma, pietra, ceramica e vetro, pasta di legno e prodotti stampati, prodotti in pelle e prodotti in legno.
[12]Nota di Krisis: Tra gli otto settori con i maggiori incrementi, quattro sono classificati dall’UE come «industrie ad alta intensità energetica»: pasta di legno, carta e stampa; prodotti chimici; pietra, ceramica e vetro; plastica e gomma. Insieme alla nuova triade e alla filiera della componentistica automobilistica, questi settori indicano una concentrazione dell’espansione cinese nei prodotti legati alle nuove energie e in alcune industrie energivore.
[13]Nota di Krisis: Dal 2018 gli Stati Uniti hanno imposto diverse tornate di dazi sui beni cinesi, coprendo una gamma molto ampia di prodotti, dai macchinari industriali e semiconduttori all’abbigliamento e alle calzature. Se la deviazione commerciale verso l’Europa fosse stata il fattore principale, l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’UE avrebbe dovuto essere più uniforme tra i settori.
[14]Nota di Krisis: Tra il 2019 e il 2025, la quota della Cina nelle importazioni extra-UE è salita dal 18,73% al 22,25%, con un aumento di 3,52 punti percentuali. La nuova triade ha contribuito per 1,45 punti percentuali e i prodotti chimici per 1,05 punti: insieme, 2,5 punti percentuali, pari a circa il 70% dell’incremento totale.
[15]Nota di Krisis: Le Figure 8 e 9 mostrano la stessa concentrazione sia nei valori assoluti sia nelle quote. Prima del 2019, le esportazioni totali cinesi verso l’UE, quelle al netto dei prodotti chimici e quelle al netto sia della nuova triade sia dei prodotti chimici seguivano traiettorie quasi sovrapposte. Dopo il 2019 le linee divergono: senza nuova triade e chimica, l’aumento della quota cinese nelle importazioni europee risulta molto più moderato.
[16]Nota di Krisis: La Figura 10 mostra che i prezzi dell’elettricità e del gas naturale nell’UE hanno iniziato a crescere rapidamente nella seconda metà del 2021. Nello stesso periodo sono aumentate in modo significativo anche le esportazioni cinesi della nuova triade e dei prodotti chimici verso l’UE, con un ulteriore balzo nel 2022, al picco della crisi energetica.
[17]Nota di Krisis: Nel 2025 il prezzo dell’elettricità per le utenze non domestiche nell’UE ha raggiunto 0,19 euro per kilowattora, quasi il 50% in più rispetto agli 0,13 euro registrati nel 2021. Questo aumento ha colpito in particolare l’industria chimica, fortemente dipendente da gas naturale ed elettricità.
[18]Nota di Krisis: Prima del conflitto russo-ucraino, circa il 40% del gas naturale importato dall’UE proveniva dalla Russia. La riduzione di questa dipendenza ha accelerato la ricerca di autonomia energetica e la transizione verde, facendo crescere la domanda europea di prodotti fotovoltaici, batterie e veicoli elettrici.
[19]Nota di Krisis: Il consumo apparente misura il volume complessivo di beni di un settore assorbiti dal mercato cinese, includendo sia gli usi finali sia gli input intermedi utilizzati in altri settori. Gli autori lo preferiscono al valore aggiunto o alla domanda finale perché misura meglio l’assorbimento domestico complessivo dei prodotti settoriali. Il consumo apparente è però appropriato per l’analisi dei singoli settori e non può essere sommato direttamente tra settori, perché alcuni prodotti a monte possono riapparire come input intermedi nei settori a valle, creando un rischio di doppio conteggio. Per questo i risultati della scomposizione settoriale sono aggregati usando pesi basati sulla struttura delle esportazioni dell’UE verso la Cina. La “variazione della domanda interna cinese” ponderata va quindi intesa come variazione media della domanda interna nei settori in cui si concentrano le esportazioni europee, non come variazione della domanda interna dell’intera economia cinese.
[20]Nota di Krisis: Nei mezzi di trasporto, le esportazioni dell’UE verso la Cina sono diminuite di 10,7 miliardi di euro tra 2021 e 2024. La variazione complessiva delle esportazioni è stata pari a −29,2%; il fattore dominante è stato il calo della penetrazione delle importazioni, pari a −22,6%. La quota dell’UE è diminuita del 9%, mentre la domanda interna cinese in renminbi è aumentata del 4,4%.
[21]Nota di Krisis: Nei prodotti elettronici e ottici, le esportazioni dell’UE verso la Cina sono scese da 48,4 a 46,7 miliardi di euro tra 2021 e 2024. Il settore pesa per il 21,8% nel paniere dell’export europeo verso la Cina. La penetrazione delle importazioni è diminuita del 4,6% e la domanda interna dell’1,1%, mentre la quota dell’UE è aumentata del 4,2%.
[22]Nota di Krisis: Nei macchinari, le esportazioni dell’UE verso la Cina sono aumentate di 6,6 miliardi di euro tra 2021 e 2024. La variazione complessiva è stata pari a +15,1%: domanda interna cinese +5,4%, quota dell’UE +7,3% e penetrazione delle importazioni +4,5%.
[23]Nota di Krisis: Nei prodotti chimici, le esportazioni dell’UE verso la Cina sono aumentate di 3,1 miliardi di euro tra 2021 e 2024. La domanda interna cinese è cresciuta del 7,9% e la quota dell’UE del 10,2%, mentre la penetrazione delle importazioni è diminuita del 5,3%.
[24]Nota di Krisis: Nei settori minori, i risultati sono più differenziati. In agricoltura, estrazione mineraria e petrolchimica, alimentari, bevande e tabacco, carta e stampa e metalli, il principale fattore negativo è stato il calo della quota dell’UE. Nei minerali non metallici, nella gomma e plastica e nelle altre manifatture, il vincolo principale è venuto invece dalla minore penetrazione delle importazioni. Alcuni comparti dell’industria leggera, come tessile, pelle e calzature, hanno registrato una crescita delle esportazioni, soprattutto grazie all’aumento della quota dell’UE.
[25]Nota di Krisis: Il calo dell’1,5% della quota dell’UE suggerisce che anche la posizione competitiva relativa dei prodotti europei si è indebolita all’interno delle importazioni totali cinesi. Il fattore legato al tasso di cambio, pari a −2,1%, è invece soltanto un effetto di valutazione e non il principale elemento trainante.
[26]Nota di Krisis: Negli ultimi anni, mentre il surplus esterno complessivo della Cina aumentava, anche il surplus esterno dell’Europa tornava verso livelli più normali. Se si trattasse di uno squilibrio macroeconomico generale, il surplus europeo avrebbe dovuto diminuire, non recuperare. L’ampliamento del deficit con la Cina va quindi letto come uno squilibrio bilaterale specifico.
[27] Nota di Krisis: Gli autori sostengono che la competitività cinese nelle industrie delle nuove energie e nei prodotti chimici continuerà a rafforzarsi indipendentemente dalla politica commerciale dell’UE. Anche l’approvvigionamento energetico internazionale, in particolare dal Medio Oriente, appare fragile, mentre la capacità produttiva interna europea resta insufficiente in alcuni comparti legati alla transizione.
[28] Nota di Krisis: Secondo gli autori, le importazioni europee di prodotti cinesi legati alle nuove energie contribuiscono a ridurre i costi della transizione verde. Inoltre, le imprese europee continuano a beneficiare delle vendite in Cina e dell’uso di catene di approvvigionamento cinesi, vantaggi che non emergono direttamente dal saldo bilaterale del commercio di beni.






