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    Nichilismo

    Todd: «Il razionalismo lascia gli individui soli davanti ai propri dubbi»

    Nella seconda puntata della sua intervista, l’antropologo francese riflette sui limiti della visione di Darwin.
    Emmanuel Todddi Emmanuel Todd22 Giugno 202611 Minuti di lettura
    Statua di Charles Darwin conservata presso il Natural History Museum di Londra. Foto di Patche99z. Licenza: CC0 3.0.
    Statua di Charles Darwin conservata presso il Natural History Museum di Londra. Foto di Patche99z. Licenza: CC0 3.0.
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    Dopo aver descritto il passaggio dalla religione attiva alla religione zombie e infine alla religione zero, Emmanuel Todd affronta una questione decisiva: cosa accade a una società quando la fede scompare senza essere sostituita da nulla? Dalla critica al presunto «ritorno del sacro» al fallimento delle promesse del razionalismo, questa seconda parte dell’intervista esplora la crisi dei legami collettivi e il senso di smarrimento delle società occidentali contemporanee.

    Seconda parte dell’intervista a Emmanuel Todd di Diane Lagrange: «C’è una vita sociale dopo la religione?» (qui la prima puntata)

    Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba e Maria Pappini:

    IN BREVE
    Il fallimento del razionalismo La scomparsa della fede non ha portato al trionfo dei valori positivisti. Il razionalismo non basta a unire la società, ma lascia  gli individui soli davanti ai propri dubbi.

    Individui impoveriti Lo sviluppo personale e la frammentazione in piccole fedi individuali non sostituiscono la religione, che storicamente offriva un quadro collettivo di appartenenza.

    Crisi del progetto comune A mancare nell’Occidente moderno non è la moralità individuale, ma un progetto comune. La religione forniva il sentimento di appartenere a un gruppo con una meta condivisa.

    Niente all’orizzonte A differenza della crisi dell’Impero romano, dove il Cristianesimo ristrutturò la società, oggi la globalizzazione dissolve i vecchi legami senza generare nuove credenze collettive.

    Ritorno della nazione I nuovi legami sociali non rinasceranno da dinamiche psicologiche, ma da choc economici. Davanti alla povertà e alla fame, la risorsa collettiva superstite sarà la nazione.


    «Io vedo Trump con i suoi travestimenti simbolici. Vedo Hegseth. Vedo, in collaborazione con Israele, gli assassinii mirati, persino quelli di poveri pescatori venezuelani accusati di traffico di droga e colpiti da droni. Persone che compiono azioni del genere non possono essere realmente credenti. Oppure appartengono a una sorta di sistema satanico fondato sull’inversione dei valori religiosi.  Storicamente ci sono state molte stragi compiute in nome della religione, è vero. Ma da quasi mezzo secolo sento parlare continuamente del “ritorno della religione”. E ciò che constato, al contrario, è che i comportamenti sono sempre meno guidati dai valori religiosi tradizionali».

    È interessante, perché lei ha appena citato la rivoluzione scientifica e il razionalismo. Ma non sono forse anch’essi in crisi? Oggi vediamo sempre più persone diffidare della scienza. Si diffondono credenze New Age, la biodinamica e molte altre forme di spiritualità che sembrano uscire dal quadro razionalista tradizionale.
    «Sì. E forse quel razionalismo era esso stesso, in una certa misura, un’eredità del cattolicesimo. Ho riflettuto molto sul libro di Jacques Bouveresse. Successivamente ho riletto alcuni saggi di Bertrand Russell, in particolare Perché non sono cristiano. Entrambi assumono una posizione di resistenza nei confronti delle nuove credenze, anche se appartengono a epoche diverse. Oggi, per esempio, vediamo il successo dei cristalli, delle pratiche esoteriche, delle streghe e di tutta una serie di fenomeni che esercitano una forte attrazione sui giovani. Ma ciò che mi ha colpito nella lettura di Bouveresse è proprio la sua determinazione nel difendere il razionalismo. In sostanza dice: non bisogna cedere.
    E parlando di Émile Durkheim, che aveva attribuito alla religione un ruolo centrale come matrice della vita sociale, Bouveresse mette in evidenza un elemento comune tra Durkheim e Bertrand Russell. Se ho ben compreso il suo ragionamento, entrambi constatavano la scomparsa della religione, una scomparsa che consideravano necessaria, ma al tempo stesso erano convinti che i valori razionalisti possedessero una capacità strutturante sufficiente a tenere insieme la società. In altre parole, Durkheim e Russell pensavano che fosse possibile costruire società coerenti, stabili e unite sulla base di valori individuali, razionalisti e positivisti».

    For Durkheim religion is a collective experience in which people essentially worship their own society. Belief is not relevant. Collective experience is.

    — Anne Goldgar (@anne_goldgar) May 16, 2026

    Positivisti, appunto.
    «Esattamente. Ma ciò che stiamo scoprendo nello stadio zero è che questo non funziona. Semplicemente non funziona. Ed è proprio qui che il mio schema interpretativo si rivela utile. Mi porta a dire che Durkheim e Russell erano intellettuali tipici di una fase «zombie», vale a dire di un’epoca in cui, per la maggioranza delle persone, i quadri mentali ereditati dalla religione continuavano ancora a esistere, anche se la fede era già scomparsa. Nello stadio zero, invece, non assistiamo affatto al trionfo dei valori razionalisti. Quei valori non bastano alla vita umana e non sono in grado di definire una collettività. Producono individui lasciati soli di fronte ai propri dubbi. Che si tratti del nichilismo profondo dei paesi protestanti o di un nichilismo molto più attenuato nei paesi cattolici — e penso in particolare all’Italia, dove tutto è bello e dove basta passeggiare per le strade per ritrovare fiducia nell’umanità — il problema resta lo stesso.
    Non basta. Siamo entrati nell’epoca dello sviluppo personale. Benissimo, perché no? Ma non vedo individui immensamente arricchiti dalla scomparsa dei vincoli religiosi e collettivi. Vedo piuttosto individui impoveriti dalla propria solitudine. Perché quei vincoli religiosi rappresentavano anche l’interiorizzazione del senso del dovere, dell’onore, di una disciplina morale, di un significato dell’esistenza, della sensazione di andare verso una meta, qualunque fosse la credenza. Ed è questo il paradosso che vorrei sottolineare. Al limite, una credenza assurda — purché non sia completamente delirante — è meglio dell’assenza totale di credenze.
    Naturalmente vediamo persone orientarsi verso questa o quella pratica, questa o quella convinzione. Ma una società nella quale ciascuno costruisce la propria piccola religione personale, alla quale peraltro aderisce solo debolmente, non è affatto una società che ritorna alla religione. La religione, nel senso storico e sociologico del termine, è un quadro collettivo fondamentale di azione e di appartenenza. E questo non sta tornando. Si tratta semplicemente di individui un po’ smarriti in un processo di ricerca che non li conduce da nessuna parte. E, in fondo, continuiamo a non sapere dove stiamo andando».

    Emmanuel Todd: «In un Paese cattolico, se perdi Dio, ti resta il sentimento di questa bellezza del mondo».

    «Perché l’Italia è il Paese europeo meno a rischio di nichilismo»https://t.co/NUUClrVyiu pic.twitter.com/qn16B35Q9q

    — Krisis – Global politics review (@krisisinfo) November 24, 2025

    Questo produce un mondo saturo di discorsi religiosi, ma che in realtà crede sempre meno a qualsiasi cosa.
    Sì. E non vorrei parlarne con leggerezza, perché è qualcosa che sento personalmente. Davvero, mi piacerebbe molto credere. Lo dico sinceramente. Ma devo ammettere che non ci riesco. Ci provo, faccio degli sforzi, ma non posso. Detto questo, vorrei precisare una cosa. Quando affermo che ci mancano i quadri mentali ereditati dalla religione, non mi riferisco principalmente alla moralità individuale.So bene che esistono molti discorsi sul declino morale. Vedo anch’io il calo del livello educativo. Vedo aumentare le inciviltà. Ma non ho l’impressione di vivere in un mondo in cui le persone siano diventate molto più immorali. Ne avevamo già discusso e so che non siamo completamente d’accordo su questo punto. Così, proprio stamattina, ho ricontrollato l’evoluzione del tasso di omicidi. In Francia, dal 1992, il tasso di omicidi è stato diviso per due. Certo, si può discutere dei tentati omicidi. Forse oggi le persone denunciano di più. Forse la medicina salva molte più vite di un tempo. Tutto questo è vero. Ma resta il fatto che il tasso di omicidi è diminuito. Anzi, per farmi un po’ di male — perché mi piace pensare che tutto abbia iniziato a peggiorare dopo il Trattato di Maastricht — ho preso proprio quella data come riferimento. Eppure, anche da allora, il tasso di omicidi è quasi dimezzato. Naturalmente non bisogna idealizzare questi dati. Una delle spiegazioni è che la popolazione è più anziana. Gli anziani sono generalmente più tranquilli. Inoltre, il calo dei livelli di testosterone contribuisce meccanicamente a ridurre la violenza. Ma non è questo il punto. Ciò che mi sembra davvero problematico nelle società occidentali avanzate è l’assenza di un quadro collettivo e di un progetto comune. È questo che la religione forniva. La religione dava il sentimento di appartenere a un gruppo che andava da qualche parte. Anche verso un obiettivo assurdo, se si vuole. Ma almeno si andava da qualche parte insieme. Si procedeva insieme in quanto cristiani, cattolici o protestanti. Si procedeva insieme in quanto cittadini della grande nazione francese. Esistevano anche versioni negative di questo fenomeno. Si procedeva insieme in quanto sudditi del Terzo Reich tedesco. Anche quella era una forma di ideologia «zombie». Ma era efficace. Era qualcosa di collettivo. Oggi stiamo entrando in un mondo nel quale non resta più nulla di tutto questo».

    Eppure potrebbero emergere fenomeni settari. Piccoli gruppi che ricostruiscono questo tipo di appartenenza su scala ridotta.
    «Sì. E a volte mi chiedo se non stia accadendo qualcosa del genere. Questo tema è stato studiato molto bene dal sociologo della religione Rodney Stark. Mi diverte sempre il suo nome: sembra quello di un pugile. Ma è uno studioso molto sottile. Ha scritto un libro sulla formazione del cristianesimo nell’Impero romano e mostra qualcosa di estremamente interessante. Quando pensiamo al cristianesimo, almeno per come l’ho conosciuto io — sono stato battezzato, ho fatto il catechismo, dunque il cattolicesimo non mi è affatto estraneo; anch’io sono stato liberato dal peccato originale attraverso il battesimo — conserviamo il ricordo di un messaggio trionfante. “Io sono la via, la verità e la vita”. E immaginiamo folle che si convertono in massa. Questo è il ricordo che ne conserviamo.
    In realtà non andò affatto così. Il cristianesimo delle origini fu composto da comunità molto piccole, alle quali le persone aderivano attraverso relazioni personali. In quelle comunità trovavano una forma di sicurezza sociale nel senso più ampio del termine: un sentimento di appartenenza a un gruppo, in un mondo che si stava disgregando. L’Impero romano si stava sfaldando ovunque, soprattutto nelle grandi metropoli come Antiochia, Alessandria o Roma. Ed è proprio questo che Rodney Stark studia: il processo di diffusione del cristianesimo. Se ricordo bene, utilizza una splendida curva logistica per spiegare l’accelerazione delle conversioni come un fenomeno di diffusione sociale. Ci sono momenti in cui mi chiedo se non stiamo assistendo all’inizio di qualcosa di simile. Ma in realtà no. No, perché i cristiani di quell’epoca credevano davvero nella vita eterna. Non saprei come dirlo meglio. La religione romana era essenzialmente una religione civica. Possiamo dunque immaginare che la disgregazione dell’Impero abbia travolto anche il sistema di credenze che la sosteneva. Sotto questo aspetto, il parallelo è possibile. Possiamo effettivamente confrontare la dissoluzione delle religioni romane, greche, egizie e di altre tradizioni antiche all’interno di un impero economicamente globalizzato, nel quale tutto stava progressivamente perdendo significato. Il cristianesimo, invece, fu una religione di ristrutturazione sociale. Forse l’espressione non è molto elegante, ma è così che la vedo. Fu una religione che reintegrò gli individui in comunità di un tipo nuovo. Oggi assistiamo certamente alla disgregazione delle vecchie credenze. Su questo non ci sono dubbi. Anche noi viviamo in un mondo globalizzato. Ma ciò che non vedo è l’emergere di qualcosa di nuovo. E il motivo è semplice: nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, credo che credere sia diventato estremamente difficile».

    Emmanuel Todd on the relationship between Russophobia and Protestantism:

    “What we have seen appear recently in Europe is a specifically European Russophobia, a specifically European warmongering, centered on Northern Europe, on Protestant Europe.

    Protestant Europe is the United… pic.twitter.com/KS0qtBFhCG

    — Thomas Fazi (@battleforeurope) November 18, 2025

    Ma, in molti Paesi europei, sono proprio le giovani generazioni a dichiararsi più credenti.
    «Sì. Ma per quanto tempo continueranno a credere? E per quanto tempo resteranno giovani? Questo, naturalmente, non durerà molto. Possono certamente verificarsi delle evoluzioni. Ma quelle che mi aspetto non nasceranno da una dinamica propriamente psicologica o religiosa. Nasceranno piuttosto da uno shock di impoverimento. Mi rendo conto di cambiare apparentemente argomento, ma in realtà è sempre lo stesso tema. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, con l’irresponsabilità delle élite internazionali, con l’interruzione dei flussi di materie prime a cui i governi reagiscono come se nulla stesse accadendo, senza alcun senso dell’urgenza, ci stiamo avvicinando a una situazione difficile. Sono persino riuscito a convincere un mio vicino in Bretagna a piantare patate. E quando torno là, mi metto anch’io a farlo. Forse sarà nella povertà e nella sofferenza che gli uomini ritroveranno le risorse necessarie per costruire nuove forme di adesione collettiva. Ma, onestamente, la forma di adesione collettiva che riesco a immaginare non è la religione. È la nazione».

    Per il momento, non si vede nemmeno un grande ritorno del sentimento nazionale.
    «Esatto. Per il momento, zero. E osserviamo la stessa cosa per la lotta di classe o per il marxismo. Le disuguaglianze sono esplose, eppure non assistiamo a una rinascita significativa di questi movimenti. Ma vedremo. Vedremo quando avremo fame».

    Testo tratto da: https://www.youtube.com/watch?v=JhCCo0AWsp0 (traduzione dal francese a cura di Krisis).

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Emmanuel Todd. Foto di Francesca Mantovani 2023, Editions Gallimard.
      Emmanuel Todd

      Nato nel 1951, è uno storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008. Tra i suoi libri pubblicati in Italia: L’illusione economica (Marco Tropea Editore, 2004), Dopo l’impero (Marco Tropea Editore, 2003), L’incontro delle civiltà (con Youssef Courbage, Marco Tropea Editore, 2009) e Breve storia dell’umanità (leg Edizioni, 2019). La sconfitta dell’Occidente, in corso di traduzione in diversi paesi, è il suo ultimo libro.

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