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    USA

    Gli Stati Uniti cantano vittoria, ma avanzano verso la terza sconfitta

    Dalla crisi industriale al nichilismo politico: la lettura di Emmanuel Todd del declino americano.
    Emmanuel Todddi Emmanuel Todd6 Maggio 20269 Minuti di lettura
    «Essi cantano vittoria», dipinto da Vasilij Vasil'evič Vereščagin nel 1872. Wikipedia. Public Domain. Commons.
    «Essi cantano vittoria», dipinto da Vasilij Vasil'evič Vereščagin nel 1872. Wikipedia. Public Domain.
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    In quest’intervista allo «Asahi Shimbun», lo storico francese interpreta il tramonto dell’egemonia statunitense come esito di una crisi strutturale. La guerra appare come una fuga in avanti nel tentativo di compensare limiti industriali e geopolitici emersi nel confronto con Russia e Cina. Ne deriva, secondo Todd, una crescente instabilità dell’ordine internazionale.

    Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba e Andrea Pincin:

    IN BREVE

    Tramonto produttivo L’incapacità manifatturiera americana emerge nel conflitto ucraino, rivelando un sistema industriale non più in grado di sostenere una guerra su vasta scala.

    Scacco commerciale La sconfitta contro la Cina si palesa nella ritirata sui dazi: la dipendenza dalle terre rare costringe Washington a una diversione militare per mascherare il declino.

    Assassini mirati La fine dei valori morali produce un nichilismo politico che sostituisce la diplomazia con l’assassinio mirato, trasformando la repubblica in un impero guidato dalla Cia.

    Falso nazionalismo Tokyo insegue un’ostilità immaginaria verso Pechino, mentre il vero interesse nazionale imporrebbe la sovranità rispetto alle basi estere e alla strategia Usa.

    Blocco asiatico Il futuro del Giappone risiede nella cooperazione con Cina e Corea, poli industriali affini che devono unirsi per gestire il comune crollo demografico e la multipolarità.


    Emmanuel Todd sostiene che gli Stati Uniti attraversano una fase di crisi profonda, che mette in discussione la loro capacità di sostenere il ruolo di potenza egemone. Nell’intervista rilasciata al più autorevole quotidiano giapponese, lo storico francese legge le recenti iniziative militari e commerciali di Washington come il tentativo di reagire a difficoltà strutturali emerse negli ultimi anni: dal conflitto in Ucraina al confronto con la Cina. In questo quadro, sostiene Todd, la politica estera americana assume tratti sempre più radicali, con effetti potenzialmente destabilizzanti sull’equilibrio internazionale.

    Quali sono gli effetti sul mondo dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran?

    «In quanto storico, voglio partire da un quadro più ampio. Questa guerra in Iran segue due grandi sconfitte già subite dagli Stati Uniti. La prima è, come vi ho detto nella nostra intervista del febbraio 2025, la sconfitta virtuale degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina. Gli Stati Uniti, con la loro base manifatturiera in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni sufficienti, rivelando il fatto che il sistema industriale americano non può sostenere una grande guerra. La seconda sconfitta, che si è palesata in seguito, è ancora più importante: la sconfitta contro la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato la Cina con i dazi, ma quando i cinesi hanno risposto minacciando gli Stati Uniti con un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro molto rapidamente. È quindi chiaro che tutto ciò che fa ora è una diversione per far dimenticare a noi — e a sé stesso — queste grandi sconfitte».

    Emmanuel Todd on America's 'two major defeats' which preceded the war in Iran.

    'This war in Iran follows two major defeats already experienced by the United States.

    'The first defeat is…the virtual defeat of the United States against Russia in Ukraine.

    'The United States,… pic.twitter.com/CRt0ISdPwU

    — Brave New Europe (@BRAVENEWEUROPE1) May 4, 2026

    Durante la sua ultima visita in Giappone, lo scorso autunno, quando ha partecipato all’Asahi World Forum, lei ha indicato la possibilità di un attacco statunitense al Venezuela. Ebbene, questo è accaduto, e gli Stati Uniti hanno spostato l’obiettivo dell’attacco in Medio Oriente. Cosa ne pensa?

    «Sì. L’attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, le cose sono sfuggite di mano, e potrebbe rivelarsi la terza grande sconfitta per gli Stati Uniti».

    Dove ci porterà l’attacco statunitense all’Iran?

    «La causa principale di questa guerra è, come ho menzionato anche a febbraio 2025, la disintegrazione della società americana, in particolare lo stato di “religione zero”. La disciplina morale e spirituale e i valori che un tempo integravano la società sono andati perduti. In questa decadenza e nel vuoto si sta diffondendo il “nichilismo”, dove sembrano semplicemente godere della distruzione e dell’uccisione stessa. Questo vale anche per Israele. Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno ad uno, i leader di un altro Paese: ciò non dovrebbe mai essere permesso. Questo non è il mondo della politica moderna guidata dal buon senso, è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti nel mondo devono concordare. Questo è il metodo di Hitler».

    Non sta usando un’espressione estremamente dura?

    «Esattamente. Parlo ora in quanto ebreo. Voglio trasmettere chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origine ebraica, sto criticando la loro follia e temerarietà più duramente di ogni altra cosa. Originariamente, la “guerra” doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo ora gli Stati Uniti e Israele. Non è forse un “assassinio” prendere di mira degli individui e ucciderli? Il ruolo guida nella politica estera americana sembra essere passato non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla Cia».

    Sta dicendo che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che celebrerà il 250° anniversario della sua fondazione a luglio, si è trasformato?

    «Sì. Devo dire che non è più la “Repubblica” tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte suprema. Da quello che vedo, gli Stati Uniti oggi si sono trasformati in un “impero” composto dal presidente, dal Pentagono e dalla Cia. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi. In una politica estera statunitense che si affida agli assassinii mirati di individui, la Cia è diventata l’istituzione più importante. Questa è la prova che gli Stati Uniti come nazione sono degenerati in uno “Stato assassino nichilista”».

    Nell’intervista dello scorso anno, lei ha detto che il Giappone non avrebbe dovuto farsi coinvolgere in conflitti che probabilmente sarebbero stati scatenati dagli Stati Uniti, ma avrebbe dovuto osservare con cautela ciò che stava accadendo. Quali sono i suoi pensieri ora che il Giappone ha il suo primo ministro donna?

    «Non posso ancora valutare quale tipo di cambiamento nella società giapponese questo incarni. Tuttavia, in generale, il primo capo di Stato o primo ministro donna agisce spesso come un uomo per dimostrare che non c’è differenza tra uomini e donne. Sento che il primo ministro Sanae Takaichi ammira l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che questo è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse un personaggio interessante, non la ammiro. È colei che ha distrutto la classe operaia e il sistema industriale britannico. Non conosco nel dettaglio  cosa esattamente il primo ministro Takaichi ammiri della Thatcher. Tuttavia, la sua posizione dura contro la Cina è, credo, un tipico esempio di ciò che chiamo “nazionalismo immaginario”».

    The global oil supply squeeze from shipping disruptions in the Strait of Hormuz during the US-Israeli war on Iran is having an “enormous impact” across the Asia Pacific, Japan’s PM Sanae Takaichi warns.

    🔗: https://t.co/5o396dq5tL pic.twitter.com/Sr0LFQOztU

    — Al Jazeera English (@AJEnglish) May 4, 2026

    Che cosa intende?

    «In quest’epoca, il nazionalismo stesso viene messo in discussione, ma penso che l’idea che “essere ostili alla Cina equivalga al nazionalismo giapponese” sia strana. Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed espandere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe cercare la sovranità del Giappone. Da questa prospettiva, non è più importante per il Giappone pensare prima al suo rapporto con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe essere ovvio per chiunque pensi a Okinawa. Se ci si pone dal punto di vista di un “vero” nazionalismo, non di uno “immaginario”, è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendersi le basi straniere all’interno del proprio Paese. Credo che farsi trascinare dalla strategia americana del “divide et impera” ed entrare in un conflitto con la Cina per volontà di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone».

    Non c’è forse un senso di crisi per la situazione a Taiwan dietro la posizione dura verso la Cina da parte degli elementi conservatori giapponesi?

    «Mi vanto di essere uno dei pochi francesi che conoscono Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Capisco che la colonizzazione giapponese di Taiwan, in parte grazie ai risultati di persone come Goto, sia stata una rara storia di successo nella storia della colonizzazione globale. È una cosa molto rara che persino alcuni locali abbiano buoni ricordi del Giappone, la potenza dominante. Ma resta comunque una cosa del passato. Indipendentemente dal fatto che si approvi o meno ciò che dice il Partito comunista cinese, Taiwan non può essere discussa ignorando il suo rapporto con la Cina, sia culturalmente sia nella realtà della politica internazionale. È pericoloso coprire la realtà con la nostalgia per il passato. In altre parole, è pericoloso portare una valutazione positiva di fatti storici passati nella Realpolitik moderna. I giorni in cui Taiwan era una colonia giapponese sono finiti 80 anni fa, e nutrire l’illusione che “avere un pessimo rapporto con la Cina sia nazionalismo” è esattamente un nazionalismo immaginario».

    Qual è la sua opinione su ciò che sta accadendo nel pianeta?

    «Ciò che sta accadendo ora non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe essere il crollo stesso di un enorme impero. Gli ideali e le strutture che ci sono familiari e che hanno sostenuto il mondo per lungo tempo stanno crollando con un forte fragore».

    In un tale mondo, che strada dovrebbe intraprendere il Giappone?

    «I tre Paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud — affrontano una sfida strutturale comune: un grave declino demografico. Condividono anche un background culturale confuciano e detengono un potere industriale travolgente, dato che i tre Paesi rappresentano circa il 90% della costruzione navale mondiale. La loro somiglianza è estremamente notevole anche in termini di modello di crescita guidato dalle esportazioni. La strada che il Giappone dovrebbe intraprendere è guardare da vicino queste proprie caratteristiche, prendere gradualmente le distanze dagli Stati Uniti e approfondire pacificamente la comprensione e le relazioni con i Paesi asiatici, inclusa la Cina. Potremmo entrare in un’era di grande turbolenza. Ma se il Giappone imbocca questa strada, molti Paesi, inclusi Cina e Russia, accetteranno l’esistenza del Giappone in un mondo che si sta multipolarizzando».

    Testo tratto da: https://emmanueltodd.substack.com/p/asahi-shimbun-interview (traduzione dal francese a cura di Krisis).

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Emmanuel Todd. Foto di Francesca Mantovani 2023, Editions Gallimard.
      Emmanuel Todd

      Nato nel 1951, è uno storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008. Tra i suoi libri pubblicati in Italia: L’illusione economica (Marco Tropea Editore, 2004), Dopo l’impero (Marco Tropea Editore, 2003), L’incontro delle civiltà (con Youssef Courbage, Marco Tropea Editore, 2009) e Breve storia dell’umanità (leg Edizioni, 2019). La sconfitta dell’Occidente, in corso di traduzione in diversi paesi, è il suo ultimo libro.

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