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    Difesa

    Droni low cost e propaganda: la guerra che mette in crisi l’Occidente

    Il generale Cosimato spiega come i nuovi sistemi d’arma mettono sotto pressione la dottrina militare, ma non sostituiscono i soldati.
    Francesco Cosimatodi Francesco Cosimato29 Aprile 20268 Minuti di lettura
    «Soldato ferito disteso», dipinto da Niels Simonsen nel 1855. Wikimedia Commons. Licenza: CC0 1.0.
    «Soldato ferito disteso», dipinto da Niels Simonsen nel 1855. Wikimedia Commons. Licenza: CC0 1.0.
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    L’impiego massiccio di droni economici sui campi di battaglia in Iran e in Ucraina sta trasformando un vantaggio tecnologico in un problema economico per l’Occidente. Tra saturazione dei cieli e nuove esigenze di comando, il generale smonta l’illusione delle guerre combattute solo dalle macchine, ribadendo la centralità del fattore umano.

    Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:

    IN BREVE

    Paradosso economico Il generale Cosimato spiega come i droni low cost ribaltino la logica finanziaria bellica. Mentre un velivolo costa 35 mila dollari, i missili per abbatterlo possono costare fino a 4 milioni.

    Limite tecnologico L’idea di appaltare la guerra alle macchine è un’illusione mediatica. Nessun apparato autonomo può ribaltare da solo l’esito di un conflitto che volge al peggio.

    Centralità umana In Ucraina e Medio Oriente, la tecnologia non sostituisce i soldati sul terreno. Il fattore umano e la manovra delle forze restano i pilastri insostituibili.

    Difesa nazionale L’Italia necessita di riforme strutturali profonde. Oltre ai 2 mila droni previsti, serve una visione politica che superi le alternanze di governo.

    Nodo sociale Il drone alimenta l’illusione di una forza senza costi umani. L’accettabilità sociale delle perdite resta la variabile decisiva e irrisolta per l’Occidente.


    «Come droni a buon prezzo stanno cambiando le guerre come quelle in Ucraina e in Iran». Con questo titolo perentorio, un’inchiesta del New York Times ha evidenziato come l’impiego di sistemi a pilotaggio remoto a basso costo stia ridefinendo i conflitti. L’efficacia di questi nuovi sistemi d’arma non è però circoscritta all’effetto tattico: i droni stanno alterando gli equilibri strategici in Europa dell’Est e in Medio Oriente, trasformando la superiorità tecnologica in vulnerabilità economica.

    Un paradosso dimostrato dai numeri. Mentre i costi di produzione dei droni iraniani si aggirano intorno ai 35 mila dollari, i missili intercettori usati per abbatterli hanno costi che possono raggiungere i 4 milioni di dollari. Il risultato è che, secondo una stima pubblicata il 10 aprile dall’American Enterprise Institute, per l’Operazione Epic fury contro l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero speso fra 25 e 35 miliardi di dollari. 

    IRAN IS DEPLETING US MISSILE STOCKS WITH CHEAP DRONES!
    🇮🇷 Iran's use of cheap drones puts the US and its allies at an economic disadvantage as it exhausts their supplies of expensive missiles, reported The New York Times.
    It is definitely more expensive to shoot down a drone… pic.twitter.com/LcVL12uiRG

    — Sprinter Press Agency (@SprinterPress) March 5, 2026

    Questo cambiamento di paradigma ha tuttavia alimentato un equivoco di fondo. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la narrazione dei media mainstream occidentali tende a far credere che potremo appaltare ai droni lo svolgimento delle guerre. Tale narrazione propone una visione semplificata in cui le operazioni militari si riducono a uno svolazzo di aeromodelli e i soldati sono intenti a giocare con un simulatore o, peggio, a dialogare con la versione militare dell’intelligenza artificiale.

    La questione è evidentemente un po’ più complicata. Si tratta di analizzare le tipologie di droni da utilizzare e i loro compiti, mettendo in relazione la strategia politica, il complesso militare industriale, le dottrine, il personale e l’addestramento necessario.

    I droni militari, siano essi aerei, terrestri e navali, si dividono principalmente in base al raggio d’azione, all’altitudine e alla missione. I droni strategici sono caratterizzati da lunga durata, alta quota e un armamento offensivo. I droni tattici, solitamente dediti alla ricognizione a corto/medio raggio, includono mini/micro droni e droni suicidi o «loitering munition».

    Il livello dello scontro tecnologico è ragguardevole: già nel 2023, l’Ucraina aveva annunciato di puntare a produrre oltre un milione di droni Fpv all’anno, mentre la Russia sta espandendo i propri impianti per incrementarne la produzione, arrivando al punto di trasformare centri commerciali in fabbriche di droni. Questo volume di fuoco tecnologico conferma che ci troviamo di fronte a una nuova forma di guerra di logoramento, dove la capacità produttiva ha un peso specifico sempre maggiore.

    Russian shopping malls are becoming drone factories. The latest: a 17,250m² mall in Ryazan, just 460km from Ukraine, is going to host recon drone producer Supercam.

    Tenants have until Jan 31 to leave before Supercam moves in. Part of a pattern: 3 malls already converted in… pic.twitter.com/Z9WJ5746XH

    — Euromaidan Press (@EuromaidanPress) January 29, 2025

    Dal punto di vista dei compiti, i droni fanno ormai di tutto: dall’attività di Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Istar), all’attività di guerra elettronica, agli attacchi di precisione e al supporto logistico.

    L’ampia varietà di modelli di droni e l’estensione dei compiti operativi hanno reso i cieli sopra i combattimenti estremamente saturi. In pochi chilometri possono trovarsi a operare simultaneamente centinaia di velivoli, sollevando criticità inedite per la gestione dello spazio aereo. Non a caso, gli addetti ai lavori evidenziano l’urgenza di definire nuove strutture di comando e misure di coordinamento rigorose, indispensabili per prevenire collisioni o incidenti che metterebbero a rischio la sicurezza delle truppe a terra.

    Nel conflitto in Ucraina, la carenza di personale ha alimentato la convinzione che droni e robot possano colmare il vuoto lasciato dai soldati. Tuttavia, questa visione si scontra con l’insuccesso di chi affida ai mezzi tecnologici ruoli impropri, specialmente di fronte a un avversario che mantiene la superiorità nel volume di fuoco.

    Si tratta di un errore storico ricorrente, come nel caso delle armi segrete tedesche: nessun apparato, per quanto all’avanguardia, è in grado di ribaltare da solo l’esito di una guerra che volge al peggio. In Ucraina, l’illusione di una svolta tecnologica risolutiva si scontra regolarmente con la cruda realtà di una guerra di logoramento in cui il fattore umano resta insostituibile.

    Nel conflitto in Iran, invece, a fronte di una netta inferiorità in termini di aviazione e marina, Teheran riesce a contrastare l’avversario ottenendo risultati significativi sul fronte mediatico, politico ed economico. Questa strategia di difesa, basata sull’impiego ragionato di diverse classi di missili e droni, ha permesso di estendere la durata di una guerra che inizialmente si prevedeva brevissima. In questo scenario, i celebri droni Shahed si sono imposti come lo strumento bellico più rilevante.

    🇮🇷 Iran Recovered 15 Unexploded U.S. Missiles and 9,500 Shells for REVERSE ENGINEERING

    Among them: a GBU-57 bunker buster, the exact weapon designed to destroy Iran's nuclear facilities. The IRGC has already disassembled the bunker buster and handed it to research units.… https://t.co/8fW28j7EfC pic.twitter.com/c2JW6zB7rW

    — Ryan Rozbiani (@RyanRozbiani) April 28, 2026

    Per comprendere correttamente il ruolo dei droni e dell’innovazione tecnologica, è necessario ricordare che i pilastri della manovra militare restano le forze e il fuoco. La notizia per esempio di un caposaldo russo espugnato dai droni, per quanto suggestiva e di forte richiamo mediatico, risulta spesso parziale. Senza un resoconto completo che ne analizzi le dinamiche reali, tali episodi rischiano di trasformarsi in propaganda, impedendo una valutazione oggettiva dell’operazione.

    Se la manovra consiste ancora nell’impiego coordinato di forze e fuoco nello spazio e nel tempo, diventa essenziale definire come integrare le unità tradizionali con le nuove risorse tecnologiche. Senza una dottrina chiara, il rischio è di generare confusione operativa piuttosto che efficacia. Sebbene la tecnologia abbia il compito di potenziare entrambi i pilastri della manovra, il suo reale impatto dovrebbe essere valutato attraverso parametri oggettivi, dati che tuttavia si tende spesso a sottacere.

    L’attuale scenario in Medio Oriente mostra come l’impiego dell’intelligenza artificiale per l’individuazione e il puntamento degli obiettivi non sia, di per sé, risolutivo. Nonostante le intense campagne contro formazioni come Hamas, Hezbollah e i gruppi Houthi, queste realtà continuano a opporre resistenza, dimostrando che la superiorità aerea e tecnologica non può sostituire le operazioni terrestri. L’equazione militare moderna si rivela dunque estremamente complessa, intrecciando conflitti simmetrici e asimmetrici in cui la tecnologia rimane un parametro non determinante per la vittoria finale.

    Al momento, le dimensioni delle Forze armate europee risultano ridotte a causa della convinzione superata che gli scenari futuri avrebbero richiesto soltanto missioni di peacekeeping. Questa impostazione ha reso necessaria una profonda riconfigurazione delle strutture militari, che  non può prescindere da ingenti aumenti del numero di effettivi.

    In tale contesto, il Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha più volte sottolineato la necessità di potenziare le capacità tecnologiche e le competenze delle Forze armate italiane, per contrastare le nuove minacce ibride. Il focus principale riguarda i droni (Uav) e la guerra cibernetica. Anche attraverso rapporti presentati al Consiglio supremo di Difesa, il ministro ha sottolineato la necessità di rispondere alla guerra ibrida e alle minacce moderne, attraverso la formazione di circa 5 mila  specialisti cibernetici e l’implementazione di circa 2 mila droni. Tali provvedimenti rischiano di apparire insufficienti se non verranno integrati all’interno di una riforma strutturale più profonda dell’intero comparto.

    Più Difesa e meno demagogia. Appello di Crosetto (anche al governo). “Dobbiamo investire di più nella nostra Difesa. Non farlo per raccattare un voto in più è irresponsabile”. Di @ClaudioCerasa https://t.co/enWrKVNZTL

    — Il Foglio (@ilfoglio_it) April 29, 2026

    In una fase geopolitica complessa come quella attuale, caratterizzata da un impiego persistente di droni e missili, Crosetto ha sottolineato la necessità di una politica di difesa che superi le alternanze di governo e si basi su una visione di ampio respiro. Dal 2012, anno di approvazione dell’ultima legge sul modello di Difesa, le diverse compagini governative hanno mantenuto una linea di continuità, considerando sostanzialmente adeguato l’assetto esistente. Anche il governo in carica non si segnala per aver preso provvedimenti drastici e adeguati al difficilissimo momento storico.

    Se l’efficacia militare dipendesse da un’equazione complessa, oltre a elementi come la produzione industriale, la dottrina e le politiche di reclutamento, bisognerebbe includere una variabile decisiva: l’accettabilità sociale delle perdite umane. Per l’Occidente, il confronto con i sacrifici richiesti dai conflitti moderni resta un nodo irrisolto. In questa prospettiva, il joystick del drone rischia di diventare l’ultima frontiera della propaganda: l’illusione tecnologica di poter esercitare la forza senza doverne pagare il costo in termini di vite umane.

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Francesco Cosimato
      Francesco Cosimato

      Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l'Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell'Esercito e presso la NATO.

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