Dalla Francia alla Grecia, dall’Irlanda alla Polonia, le manifestazioni contro l’accordo con i Paesi sudamericani focalizzano l’attenzione su agricoltura e sovranità alimentare in Europa. L’intesa commerciale, che darebbe vita a una delle più grandi aree di libero scambio del mondo, offre nuove opportunità per l’export manifatturiero, tecnologico e farmaceutico dell’Unione. Rischia però di esporre il settore primario a una concorrenza basata su standard meno stringenti. In un contesto geopolitico segnato da crescenti tensioni, instabilità delle supply chain e nuove priorità strategiche, il futuro dell’agricoltura chiede di tornare al centro del dibattito europeo.
Ascolta l’articolo, narrato da Andrea Pincin:
La rivolta dei trattori Da Parigi a Varsavia, gli agricoltori bloccano le città contro l’accordo Ue-Mercosur. Temono la fine del futuro dell’agricoltura europea, della sovranità alimentare e standard al ribasso.
Scambio ineguale L’intesa favorisce l’industria Ue ma sacrifica il settore primario. Il timore è che i prodotti agricoli in arrivo dal Sudamerica seguano regole ambientali meno stringenti.
Radici della crisi Il malessere del settore primario è profondo e nasce dalla liberalizzazione della PAC. Il disaccoppiamento degli aiuti ha esposto il settore alla volatilità del mercato globale.
Paradosso strategico L’Europa domina nel vino ma perde sui cereali. Un modello che rischia il deficit alimentare e la dipendenza strategica in un mondo instabile.
Settore sacrificabile Gli agricoltori denunciano l’abbandono politico. Il settore è percepito come mera merce di scambio per favorire l’export tecnologico.
«Preparatevi a marciare su Parigi, preparate i trattori! Pronti a partire!». Così, con un forte richiamo simbolico alla marsigliese, a inizio gennaio gli agricoltori francesi sono scesi in piazza per dirigersi verso la capitale. Nonostante i divieti e i blocchi stradali, i trattori hanno raggiunto i principali monumenti parigini, tra cui la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, paralizzando la città. Trattori incolonnati per chilometri, ingorghi e, come gesto simbolico di rottura e denuncia, cumuli di paglia e letame scaricati davanti ai palazzi del potere.
Gli agricoltori sono entrati nei supermercati francesi gettando a terra i prodotti agricoli e alimentari di provenienza estera, ma che vengono prodotti anche sul territorio nazionale. Un allevatore è addirittura entrato in un negozio con alcune pecore, per dare voce al disagio del settore primario francese, schiacciato dalla concorrenza esterna incontrollata e da un governo percepito come lontano e poco attento al settore agricolo.
Un’immagine forte che restituisce fedelmente il clima di esasperazione diffusa nel mondo agricolo francese ed europeo. Non è trascorso neanche un mese dall’ultima grande mobilitazione del settore primario europeo e queste proteste sono solo l’ultimo capitolo di una lunga stagione di mobilitazioni del mondo rurale, sempre più in allarme di fronte alla percezione di un disallineamento crescente tra le politiche comunitarie e la realtà del settore primario.
Questa volta, però, a differenza delle contestazioni contro la nuova politica agricola comune (Pac 2028-2034), il malcontento non riguarda misure interne dell’Unione, bensì la versione definitiva dell’accordo commerciale e di associazione strategica Ue–Mercosur: un negoziato avviato nel lontano 1999 e oggi prossimo alla ratifica finale.
Il Mercosur – costituito da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay e completato da un ampio gruppo di Paesi associati sudamericani – rappresenta uno dei blocchi economici con il maggiore potenziale di espansione commerciale del mondo. Le principali associazioni agricole europee hanno a gran voce definito inaccettabile l’accordo, indicando come «rimane fondamentalmente sbilanciato e lesivo per l’agricoltura europea».
La preoccupazione ha trovato eco anche nelle istituzioni: la Francia ha formalmente richiesto il rinvio della ratifica al 2026, chiedendo garanzie più robuste a tutela del proprio settore agricolo. Una presa di posizione, sostenuta anche da altri Stati membri, che contribuisce a prolungare ulteriormente l’iter di approvazione di un trattato su cui si lavora da più di 25 anni.
L’accordo si inserisce in un contesto in cui il Mercosur rappresenta già oggi un partner commerciale di primo piano per l’Europa. Nel 2024 il valore dell’interscambio complessivo tra i due blocchi ha superato i 130 miliardi di dollari, con una crescita del +36% rispetto al 2014. Una volta firmato e ratificato, l’accordo UE–Mercosur darebbe vita a una delle più vaste aree di libero scambio del pianeta: oltre 700 milioni di persone, circa un quinto del PIL mondiale, e opportunità economiche stimate intorno ai 22 trilioni di dollari.
L’accordo rafforza la proiezione economica globale dell’Unione europea e apre la strada a enormi opportunità commerciali, garantendo maggior accesso ai mercati sudamericani in particolare per l’industria europea. In un intervento al Parlamento europeo, il direttore Generale di BusinessEurope ha evidenziato che «l’accordo non riguarda solo il commercio; è uno strumento strategico per rendere l’Ue più forte, più competitiva e più connessa in un mondo in cui l’Europa non può permettersi di restare ferma».
L’intesa contribuisce a diversificare le catene di approvvigionamento europee in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, riducendo la dipendenza da fornitori extra-regionali. Tuttavia, come sottolineano con insistenza le principali associazioni agricole, il problema non risiede nell’intensificazione dei rapporti commerciali in sé, bensì nella natura e nell’equilibrio dei flussi di import-export. Il Mercosur è un grande acquirente di macchinari, tecnologie, prodotti industriali, chimici e farmaceutici, mentre l’Ue importa soprattutto prodotti agricoli, insieme a minerali e cellulosa.
Si tratta dunque un rapporto intrinsecamente asimmetrico: i benefici derivanti dall’accordo sono attesi principalmente in settori ad alta intensità tecnologica e industriale, mentre i costi maggiori verrebbero sostenuti dagli agricoltori europei, esposti alla concorrenza di produzioni sudamericane con standard ambientali che si teme saranno meno stringenti.
Tra le criticità più rilevanti spicca il timore che la creazione di un’area di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, pur contenendo meccanismi di salvaguardia, possa accentuare uno squilibrio intersettoriale strutturale. Il rischio concreto è che i benefici dell’accordo finiscano per favorire soprattutto l’industria manifatturiera, chimica e tecnologica europea.
Il comparto agricolo – già schiacciato tra volatilità dei prezzi, costi produttivi crescenti, obblighi normativi sempre più onerosi e concorrenza internazionale aggressiva – resterebbe l’anello debole della catena, pagando sulla propria pelle il prezzo dell’integrazione commerciale. I dati economico‑quantitativi e gli scenari predittivi possono essere approfonditi nelle diverse analisi istituzionali e nei rapporti tecnici pubblicati negli ultimi mesi.
A questo si aggiungono le preoccupazioni della società civile sul piano sociale, ambientale e sanitario, che ha portato numerosi osservatori a interrogarsi sulla reale sostenibilità dell’accordo. Un comunicato congiunto di novembre 2025, firmato da diverse organizzazioni europee del settore agroalimentare, mette in guardia contro un aumento delle importazioni di prodotti agricoli – tra cui riso, pollame, carni bovine, zucchero, mais, miele ed etanolo – spesso ottenuti con metodi e sostanze attive vietate nell’UE e denuncia il rischio di dumping ambientale e sociale dovuto a pratiche meno rigorose in materia di fitofarmaci, deforestazione e benessere animale.
Le radici del malcontento
Il contesto economico e gli scenari predittivi dei riflessi dell’accordo Ue-Mercosur sul comparto agricolo giocano un ruolo fondamentale nel generare malcontento tra gli agricoltori. Ma forse, la crescente insofferenza del settore primario europeo affonda le sue radici in un processo molto più profondo e stratificato: la trasformazione strutturale della PAC avviata ormai più di trent’anni fa.
Con la riforma MacSharry del 1992 e, ancor più profondamente, con la riforma Fischler del 2003, l’Europa ha progressivamente introdotto nella politica agricola il principio del disaccoppiamento: il sostegno economico al settore primario non dipende più da cosa o quanto si produce, ma è erogato come sostegno al reddito in base alla superficie coltivata e al rispetto di regole (“condizionalità”), lasciando al produttore maggiore libertà di orientarsi al mercato. Nei decenni successivi questo è diventato il modello di riferimento.
Con queste riforme l’Ue ha consapevolmente smantellato il precedente approccio fondato sul dirigismo e sul coordinamento pubblico del settore primario (basato su prezzi minimi garantiti, quote e interventi di stabilizzazione dei mercati) in favore di una liberalizzazione quasi totale del settore agricolo.
L’agricoltura in Europa è divenuta a pieno titolo un settore economico liberalizzato e pienamente aperto alla finanza, al mercato internazionale e al libero scambio. Oggi, quasi nessuna produzione agricola europea è protetta da quote o interventi diretti, e il settore primario si muove in autonomia negli scenari globali caratterizzati da forti incertezze, feroce concorrenza internazionale e dinamiche estremamente volatili.
L’esempio del comparto dello zucchero descrive bene gli effetti di questa trasformazione ed è quindi emblematico: per decenni l’Europa ha promosso la coltivazione della barbabietola da zucchero e la relativa filiera attraverso prezzi garantiti e quote di produzione, con l’obiettivo di assicurare un elevato livello di autosufficienza.
La graduale eliminazione di tali strumenti – culminata nella riforma del 2006 e nella fine del regime delle quote nel 2017 – ha radicalmente trasformato il mercato. Secondo alcune analisi, già nel 2011 l’Ue era passata dall’essere un esportatore netto di zucchero a diventare un importatore netto, con conseguenti ricadute sulla struttura produttiva, sulla redditività delle imprese europee e sulla disponibilità nel territorio unionale di questa risorsa alimentare strategica in caso di profondi sconvolgimenti geopolitici.
Specializzazione produttiva
La liberalizzazione dell’agricoltura europea, che è avvenuta in più fasi, ha sicuramente favorito taluni settori. Ad esempio, la viticoltura in Europa è crescita in qualità e valore, portando il vecchio continente a produrre circa il 60% del vino mondiale e quindi dominando il mercato viticolo. Questo rappresenta oggi un settore di enorme valore economico e culturale, capace di sostenere l’economia rurale e favorire la residenzialità nelle aree interne. Altri settori agricoli hanno però avuto minori benefici da questa completa apertura al mercato: ad esempio il settore cerealicolo è cresciuto meno che quello dei diretti concorrenti, tra cui Cina, Russia, India, Brasile e Usa.
Tuttavia, questa straordinaria specializzazione pone anche interrogativi strategici: mentre il continente europeo consolida la propria leadership nella produzione di un bene di lusso quale il vino, alle sue porte in Africa si registra un deficit alimentare strutturale stimato in oltre 70 milioni di tonnellate annue di cereali.
Con una parte significativa di popolazione di religione islamica, in rapida crescita demografica e con redditi medio-bassi, l’Africa è per l’Europa un continente geograficamente molto vicino, ricco di risorse, con un mercato interno in crescita, ma che non necessita di grandi forniture di vino, ma piuttosto di cereali. In questo quadro è quindi logico chiedersi se l’attuale modello agricolo europeo, orientato al solo libero mercato, sia sostenibile in un contesto geopolitico internazionale ricco di contraddizioni e tensioni.
È in questo scenario che emerge in Europa il concetto di “autonomia strategica aperta” (OSA): una strategia che mira a coniugare apertura commerciale e capacità di resilienza interna, anche nel settore agricolo. Nelle analisi dedicate al futuro dei sistemi agroalimentari europei, viene sottolineata la necessità di rafforzare i meccanismi di resilienza economica e sociale, diversificando i modelli produttivi, promuovendo filiere corte, agricoltura urbana e verticale, business model locali, e investendo in ricerca e innovazione.
Un approccio avanzato, ma forse percepito come distante dai problemi degli agricoltori e sicuramente molto differente rispetto a quanto realizzato da altre grandi potenze agricole, come Federazione russa, Cina e altri stati del BRICS.
Le proteste degli agricoltori europei di questo periodo non riguardano solo le preoccupazioni di una caduta dei prezzi e di una invasione di prodotti agricoli fortemente concorrenziali e con più bassi standard qualitativi provenienti dal sud America. Il malcontento nasce anche da un crescente sentimento di marginalità, dalla consapevolezza sempre più diffusa di essere un settore sacrificabile sull’altare sociale, ambientale e del commercio internazionale a favore di altri.
Si tratta di un sentimento di abbandono che coinvolge una fetta importante della popolazione europea, perché da anni la politica ha scelto di non occuparsi più di agricoltura, essendo ormai questa un settore liberalizzato e pienamente aperto al mercato internazionale. Non c’è più una forma di management e coordinamento strategico: il disaccoppiamento ha prodotto, tra l’altro, un’agricoltura in parte più ricca, ma soprattutto in parte sempre più malata. Un quadro complesso in cui però il sostegno al reddito sembra sempre più un placebo per calmare i dolori di un malato che si vuole lasciare allo stadio terminale.
Intanto, l’8 gennaio, a Parigi, dopo aver marciato lungo gli Champs-Élysées gli agricoltori francesi hanno raggiunto l’Arco di trionfo, che hanno occupato. Più tardi, davanti al Parlamento, hanno chiesto a gran voce a Emmanuel Macron: «Dimissioni! Dimissioni!».
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