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    Tecnologia

    La lunga marcia dell’Intelligenza artificiale cinese

    L’agguerrita concorrenza di Pechino pone una seria minaccia alle mire egemoniche di Washington sull'Ia.
    Giacomo Gabellinidi Giacomo Gabellini7 Gennaio 202612 Minuti di lettura
    Diorama monumentale al Museo della Lunga marcia di Shangri-La, che commemora il passaggio dell'Armata rossa nelle impervie regioni dello Yunnan nel 1935. Foto xiquinhosilva. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0.
    Diorama monumentale al Museo della Lunga marcia di Shangri-La, che commemora il passaggio dell'Armata rossa nelle impervie regioni dello Yunnan nel 1935. Foto xiquinhosilva. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0.
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    L’ascesa tecnologica cinese trasforma la sfida per il predominio globale. Attraverso investimenti mirati, pragmatismo open source e l’indipendenza nei semiconduttori, Pechino non ha solo azzerato il gap sull’Intelligenza artificiale. Sta iniziando a dettare le regole del gioco algoritmico e dell’accessibilità globale. Un modello che integra Stato e industria, rendendo la versione cinese un’alternativa economica in grado di mettere in discussione l’egemonia Usa. In questa seconda parte dell’inchiesta dedicata all’Ia, Giacomo Gabellini si concentra sulla Cina.


    Seconda parte dell’inchiesta sulla bolla dell’Intelligenza artificiale. Qui il primo articolo: La bolla dell’intelligenza artificiale minaccia gli Stati Uniti

    Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:

    IN BREVE

    Sorpasso tecnologico Nel 2025 la Cina ha colmato il gap con gli Usa nell’Ia e nei chip. Un modello che integra Stato e industria sta mettendo in discussione l’egemonia di Washington.

    Efficienza di DeepSeek L’irruzione del primo chatbot cinese ha scosso i mercati: prestazioni pari ai big Usa, ma con costi di sviluppo e utilizzo fino a 17 volte inferiori.

    Autonomia nei chip Le sanzioni Usa hanno spinto Pechino verso l’autosufficienza. Entro il 2027 la Cina punta a sostituire ogni tecnologia estera nelle filiere critiche.

    Pragmatismo open source Mentre gli Usa inseguono un’Ia astratta e avveniristica, la Cina domina con soluzioni pratiche e modelli aperti, garantendo massima diffusione nei mercati emergenti.

    Capitale umano e costi. Con milioni di laureati in materie scientifiche e costi energetici inferiori garantiti dallo Stato, la Cina si candida a diventare il primo produttore mondiale di semiconduttori.


    «I grandi modelli di intelligenza artificiale si inseguono l’un l’altro in una corsa al vertice». Nel suo discorso di Capodanno del 31 dicembre 2025, il presidente cinese Xi Jinping ha parlato dei progressi fatti da Pechino in tema di Ia. Usando un tono trionfalistico, Xi Jinping ha celebrato il 2025 come l’anno in cui la Cina ha non solo colmato il gap, ma iniziato a correre più veloce degli Stati Uniti in tema di Intelligenza artificiale e chip, grazie a un modello statale che integra governo, industria e innovazione pragmatica e aperta.

    In effetti, un paio di mesi prima, nel suo allarmato rapporto in cui evidenziava le criticità connesse al comparto dell’intelligenza artificiale statunitense, la Bank of England aveva richiamato l’attenzione anche sui rischi connessi a eventuali strozzature nelle catene di approvvigionamento imputabili alle politiche tariffarie portate avanti dall’amministrazione Trump.

    A tali rischi si aggiungono le crescenti tensioni geopolitiche, acuite dalle politiche commerciali aggressive. Basti pensare che nell’autunno 2025 la Cina aveva introdotto un sistema di licenze più stringenti per l’export di terre rare e magneti, inducendo Washington a negoziare un compromesso al ribasso.

    C’è poi un altro punto. «Per le aziende che dipendono dalla domanda a ciclo continuo di un’enorme capacità computazionale necessaria ad addestrare ed eseguire inferenze sui modelli di intelligenza artificiale» si legge nel rapporto, «una svolta algoritmica o un altro evento che metta in discussione tale paradigma potrebbe causare una significativa rivalutazione dei prezzi».

    Esattamente lo scenario che si è verificato nel gennaio 2025, quando DeepSeek, azienda cinese operativa da un biennio scarso dotata di circa 200 dipendenti, ha immesso un chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa e sull’apprendimento automatico open source le cui performance risulterebbero paragonabili o addirittura migliori – e a un prezzo di gran lunga inferiore – rispetto a Gemini di Google o a ChatGpt di OpenAI.

    Quest’ultima è attiva da un decennio, occupa quasi 5.000 dipendenti e per sviluppare ChatGpt ha investito circa 100 milioni di dollari, a fronte dei 6 milioni impegnati da DeepSeek per mettere a punto il suo prodotto. L’irruzione di DeepSeek ha scatenato un vero e proprio cataclisma sui mercati azionari, con ripercussioni di intensità variabile prodottesi su ogni singolo anello della catena del valore dell’intelligenza artificiale.

    We’re kicking off our countdown of the most popular Statista infographics of 2025. Rank 12 spotlights global AI investment hubs: Beijing leads in AI venture funding, followed by Silicon Valley, Toronto-Waterloo and Paris, with Shanghai also in the global top five. pic.twitter.com/e5ytTNY8An

    — Statista (@StatistaCharts) December 22, 2025

    Nei mesi successivi, l’affermazione di Qwen di Alibaba Cloud e Doubao di ByteDance ha consacrato l’entrata in scena della Cina come grande polo di sviluppo dell’intelligenza artificiale alternativo agli Stati Uniti. Un risultato decisivo, scaturito soprattutto dall’applicazione di programmi quali il Next Generation AI Development Plan.

    Tale nuovo polo implica investimenti in ricerca e formazione della forza lavoro, l’intensificazione del rapporto cooperazione tra governo e industria tecnologica e la profusione di ingenti investimenti pubblici in data center, trasmissione di energia e produzione di semiconduttori. Questi sforzi hanno posto le aziende cinesi operanti nel settore dell’intelligenza artificiale nelle condizioni di ridurre rapidamente, fino ad azzerarlo, il divario in termini di prestazioni che le separava dalle ben più performanti concorrenti statunitensi.

    I progressi compiuti dalla Cina nel comparto dell’intelligenza artificiale hanno sostanzialmente vanificato le restrizioni imposte sotto Joe Biden e Donald Trump in materia di trasferimento all’ex Celeste impero dei chip più avanzati di fabbricazione statunitense.

    I provvedimenti adottati da Washington hanno per un verso indotto Pechino a ricorrere a triangolazioni e società fittizie per aggirare le barriere non tariffarie statunitensi. Per l’altro, l’hanno spinta a promuovere una politica di «sostituzione delle importazioni» che ha posto le società cinesi nelle condizioni di ampliare sostanzialmente i margini di autonomia nel settore.

    Nell’estate del 2023, Huawei ha immesso sul mercato lo smartphone Mate-60 Pro, che incorporava il chip da 7 nanometri Kirin 9000-S fabbricato dalla Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic) di Shanghai. Come ha ammesso Gina Raimondo, segretaria al Commercio sotto l’amministrazione Biden, «pensavamo di poter mettere in difficoltà Huawei, ma è tornata più forte che mai, producendo chip incredibili», soprattutto a scapito di Nvidia, la cui quota di mercato cinese è scesa dal 95% a una percentuale prossima allo zero.

    L’ascesa dei chip cinesi e il drastico ridimensionamento della presenza di Nvidia all’interno dell’ex Celeste Impero nasce dalle scelte altamente controproducenti sul piano strategico assunte dall’amministrazione Biden e dallo stesso consiglio d’amministrazione della società hi-tech statunitense. Quando Washington proibì a Nvidia di esportare verso la Cina gli avanzatissimi chip H-100, la società sviluppò gli H-20, microprocessori dotati di prestazioni sufficientemente basse da rientrare nei limiti previsti dalle misure restrittive statunitensi.

    This city is not in Italy, France, or Germany.

    It's in China and it's less than ten years old.

    This is Huawei's R&D Headquarters, where 25,000 people work, and it might just be the most interesting office building(s) in the world… pic.twitter.com/lgF0RNB380

    — The Cultural Tutor (@culturaltutor) March 19, 2024

    Senonché, la Cyberspace Administration of China impose il divieto di importazione degli H-20 adducendo motivazioni legate alla tutela della sicurezza nazionale, aprendo il varco alla diffusione su scala nazionale del chip Ascend 910-B, prodotto da Huawei.

    L’adozione sistematica di microprocessori di fabbricazione cinese in luogo di quelli statunitensi da parte di colossi quali Alibaba e Tencent che ne è derivata ha a sua volta innescato un processo di «nazionalizzazione» dei sistemi hardware e software culminato con la messa a punto del Compute Architecture for Neural Networks (Cann).

    Si tratta di un’architettura di computing per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale elaborata da Huawei, attraverso cui Pechino punta a ridimensionare la posizione dominante di cui è titolare la Compute Unified Device Architecture (Cuda), piattaforma facente capo a Nvidia che, avendo definito gli standard a livello globale, è riuscita a legare tutti gli sviluppatori alle unità di elaborazione grafica dell’azienda guidata da Huang.

    Huawei si è quindi affermata, grazie al determinante sostegno del governo di Pechino, come centro di coordinamento per una vasta e capillare rete di società e istituti di ricerca che impiegano decine di migliaia di ingegneri. A questo proposito, Reuters ha parlato di una sorta di Progetto Manhattan in salsa cinese, da cui nel gennaio 2025 sarebbe scaturito un prototipo di macchina litografica in grado di proiettare fasci di luce ultravioletta estrema necessari alla produzione dei chip più avanzati.

    Tale tecnologia finora è stata monopolizzata dall’azienda olandese Asml, ma a cui l’ex Celeste Impero si starebbe avvicinando a ritmi accelerati grazie ai progressi realizzati in materia di reverse engineering, nei campi della litografia ultravioletta estrema, dell’ottica di precisione, del controllo delle vibrazioni e dell’ottimizzazione delle condizioni ambientali (camera bianca).

    L’obiettivo, sostiene Reuters sulla base di fonti confidenziali, consiste nel rendere Pechino «finalmente in grado di produrre chip avanzati su macchine interamente prodotte entro i confini nazionali. La Cina ambisce a escludere completamente gli Stati Uniti dalle sue catene di approvvigionamento». Possibilmente, recita un documento governativo stilato nel 2022, entro il 2027. Per quella data, i software statunitensi ed europei dovranno essere rimpiazzati completamente con controparti cinesi, in particolare nei comparti critici della finanza, dell’energia e della pubblica amministrazione.

    Evento della AI for Good Innovate for Impact, all'interno della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, il 4 luglio 2024. Foto Flickr. Licenza CC BY-NC-SA 2.0.
    Evento della AI for Good Innovate for Impact, all’interno della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, il 4 luglio 2024. Foto Flickr. Licenza CC BY-NC-SA 2.0.

    I progressi realizzati dalle imprese cinesi inducono le autorità di Pechino all’ottimismo.  Il centro studi francese Yole Group prevede che la Cina potrebbe addirittura affermarsi nell’arco di un quinquennio come il principale produttore di semiconduttori al mondo, scavalcando Taiwan. Un veicolo cruciale per il raggiungimento di un traguardo tanto ambizioso è indubbiamente rappresentato dalla Belt and Road Initiative, di cui alcune imprese cinesi stanno avvalendosi per espandere e approfondire la propria penetrazione commerciale all’estero. A partire da ZhipuAi, start-up impegnata a promuovere modelli linguistici in Asia e Africa con l’obiettivo, sostiene OpenAi, di «consolidare i sistemi e gli standard cinesi nei mercati emergenti prima che i rivali statunitensi o europei possano farlo».

    La conquista dei mercati stranieri, condizione necessaria per la diffusione di standard propri, risulta agevolata da una serie di peculiarità che rendono il comparto cinese dell’intelligenza artificiale di gran lunga più accessibile. A differenza delle società statunitensi, che mobilitano risorse per lo sviluppo di una tanto avveniristica quanto «astratta» tipologia di intelligenza artificiale (General Artificial Intelligence) che riproduce i meccanismi della mente umana, le imprese cinesi puntano sul pragmatismo. Vale a dire sull’elaborazione di modelli concepiti per l’esecuzione di funzioni specifiche (Narrow Artificial Intelligence).

    Da anni, la Cina detiene il primato mondiale nell’applicazione pratica dell’intelligenza artificiale nei settori della sorveglianza, della pubblica amministrazione e dell’educazione scolastica. Ma soprattutto, nell’industria hi-tech, come certificato dal gigantesco complesso costruito da Xiaomi, che integrando l’intelligenza artificiale nei processi produttivi completamente robotizzati sforna un’autovettura elettrica ogni 76 secondi.

    Un altro punto di forza che discrimina positivamente il settore dell’intelligenza artificiale cinese da quello statunitense è costituito dal modello di distribuzione open source, che autorizza qualsiasi sviluppatore a intervenire sul codice sorgente per apportarvi modifiche di varia natura. Una caratteristica cruciale, perché incentiva l’innovazione garantendo allo stesso tempo trasparenza e flessibilità. La piena accessibilità combinata a costi molto più contenuti rispetto a quelli imposti dalla concorrenza statunitense rappresenta inoltre un formidabile impulso alla diffusione geografica dei software cinesi.

    Dal 2023, rivendica con orgoglio Alibaba, «la famiglia Qwen ha registrato un’adozione su scala globale molto significativa, con oltre 600 milioni di download e più di 170.000 modelli derivati ​​creati da sviluppatori in tutto il mondo. Oltre un milione di utenti aziendali e privati ​​hanno utilizzato Qwen su Model Studio, la piattaforma di sviluppo di intelligenza artificiale di Alibaba». Huawei si aspetta un risultato altrettanto soddisfacente dalla decisione di rendere open source l’architettura Cann.

    In this interview with Alibaba’s founder, Jack Ma, America’s moral and strategic bankruptcy is put on full display.
    For over 30 years, US corporations pillaged their own country, shipping jobs and industry overseas while stuffing themselves with profits so grotesque they eclipse… pic.twitter.com/zGCbO5NelE

    — Richard (@ricwe123) January 7, 2026

    Secondo Oleg Zankov di Latenode, una piattaforma per l’automazione dei flussi di lavoro basata sull’intelligenza artificiale, DeepSeek garantisce prestazioni simili agli altri Large Language Model (Llm) ma «costa 17 volte di meno» e registra quindi eccellenti livelli di diffusione, specialmente in America Latina. Segno che, a fronte di livelli di capitalizzazione incomparabilmente inferiori rispetto a quelli raggiunti delle concorrenti statunitensi, le imprese cinesi registrano già un ottimo posizionamento nella corsa internazionale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

    Anche perché la Cina può disporre di un sistema educativo che prevede l’insegnamento delle basi dell’intelligenza artificiale agli studenti di sei anni d’età e una graduale opera di perfezionamento che culmina nei campus universitari. Nel 2020, documenta il Center for Strategic and International Studies, la Cina ha sfornato 3,57 milioni di lauree Stem (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering e Mathematics, ndr) rispetto alle 820.000 totalizzate dagli Stati Uniti.

    Si stima che, nel corso degli anni successivi, il differenziale sia costantemente aumentato a favore della Cina. Il primato quantitativo, riconducibile in buona parte alla diversa stazza demografica dei due Paesi, va tuttavia ad associarsi a un vantaggio qualitativo certificato dalle performance registrate dalla Tsinghua University, la quale genera ogni anno più brevetti incentrati sull’intelligenza artificiale di quanti ne producano Mit, Stanford, Princeton e Harvard messi insieme. Tra il 2005 e il 2024, riporta «Bloomberg», i ricercatori della Tsinghua hanno depositato 4.986 brevetti legati ai temi critici dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico, di cui oltre 900 soltanto nel 2024.

    Preso atto della situazione, le aziende hi-tech statunitensi hanno moltiplicato gli sforzi per attingere a questo ampio bacino di competenze, conseguendo risultati significativi ma in netto calo per effetto delle restrizioni sui lavoratori stranieri introdotte dall’amministrazione Trump e della sempre maggiore attrattività dell’ecosistema cinese.

    L’avanzata dell’ex Celeste Impero ha assunto ormai uno slancio tale da indurre Foreign Affairs a concludere che «i giorni del dominio assoluto americano nell’intelligenza artificiale sono finiti […]. Gli Stati Uniti dovrebbero prepararsi ad arrivare secondi». Considerazioni dello stesso tenore sono state formulate da Huang di Nvidia, a detta del quale la Cina otterrà il predominio nel campo dell’intelligenza artificiale per la combinazione di tre fattori cruciali: quadro normativo più confacente, approccio maggiormente «ottimista» e, soprattutto, costi energetici nettamente inferiori.

    Un aspetto, quest’ultimo, che ha carattere strutturale perché affonda le radici nel controllo statale sui monopoli naturali vigente in Cina, in un’ottica di minimizzazione dei costi per l’apparato produttivo. Negli Stati Uniti, viceversa, le aziende che forniscono energia sono private e rispondono alla logica della massimizzazione del profitto, annoverando quasi sempre la «triade» BlackRock-Vanguard-State Street tra i propri azionisti di riferimento.

    L’agguerritissima concorrenza cinese pone in altri termini una seria minaccia alle mire egemoniche che gli Stati Uniti nutrono verso l’Intelligenza artificiale, forzandoli a ridimensionare le proprie ambizioni attraverso un adattamento a una situazione – nella migliore delle ipotesi – «condominiale», difficile e tutt’altro che privo di rischi.

    (Continua)

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Terza puntata: Bolla Intelligenza artificiale: i rischi di una crisi stile 2008

    Autore

    • Giacomo Gabellini
      Giacomo Gabellini

      Analista geopolitico ed economico, è autore di numerosi saggi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (2021), Ucraina. Il mondo al bivio (2022), Dottrina Monroe. L’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale (2022), Taiwan. L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale (2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (2023). Ha all’attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere.

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