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    De-Dollarizzazione

    Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro

    Per blindare l'egemonia Usa, la «dottrina Donroe» punta al controllo fisico delle risorse strategiche. Dal Venezuela alla Groenlandia.
    Elisabetta BurbaMaria Pappinidi Elisabetta Burba e Maria Pappini16 Gennaio 202614 Minuti di lettura
    «Il grande giorno della sua ira», dipinto da John Martin fra il 1851 e il 1853. Wikipedia. Licenza Public Domain.
    «Il grande giorno della sua ira», dipinto da John Martin fra il 1851 e il 1853. Wikipedia. Licenza Public Domain.
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    L’energia è il cuore dell’ultimo scontro globale: ogni barile venduto fuori dal circuito del dollaro è una crepa nel primato di Washington. Per 50 anni, il sistema ha retto su patti che imponevano ai produttori di scambiare greggio in dollari, alimentando Wall Street e sostenendo i titoli di Stato Usa. Ma oggi, sotto la spinta della de-dollarizzazione, quel modello vacilla. La risposta di Donald Trump è un cambio di passo, che impone la linea dura del controllo delle risorse strategiche.

    Ascolta l’articolo, narrato da Elisabetta Burba:

    IN BREVE

    Linea dura Per blindare il dollaro, Trump impone un cambio di passo: non più solo finanza, ma controllo fisico delle risorse strategiche, dal petrolio del Venezuela alle terre rare artiche.

    Privilegio esorbitante L’egemonia Usa poggia sul «privilegio esorbitante» del dollaro. La valuta, che domina l’89% degli scambi e il 56% delle riserve globali, garantisce a Washington poteri unilaterali.

    Petroyuan nel mirino Ogni barile di greggio scambiato fuori dal circuito americano è una minaccia esistenziale. La sfida è contro il petroyuan e i sistemi di pagamento alternativi dei Paesi Brics.

    Risorse come baluardo La partita non è morale, ma materiale. In Venezuela, Iran e Nigeria, l’obiettivo è ricondurre sotto il dollaro le filiere energetiche che oggi alimentano Pechino.

    Battaglia per la sopravvivenza Per Trump, perdere il primato del dollaro equivarrebbe a perdere una guerra. Ogni miniera, ogni giacimento, ogni rotta diventa così una linea di difesa per l’ordine monetario costituito.


    «La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi». Con queste 11 parole, il presidente Donald Trump ha svelato il baricentro dello scontro globale in atto: il petrolio. Lo ha fatto all’incontro con i vertici di Big Oil riuniti alla Casa Bianca il 9 gennaio scorso. Cinque giorni prima, il concetto era stato declinato in modo molto più diretto dal senatore repubblicano Thomas Massie. «Svegliatevi, Maga. Il Venezuela non riguarda la droga. Riguarda il petrolio» aveva detto ai suoi il guastafeste di Trump. Il senatore ribelle aveva messo a nudo la posta in gioco a Caracas: la partita non è morale, è materiale.

    In Venezuela, Iran e Nigeria, i tre Paesi contro cui l’amministrazione Trump ha condotto azioni militari dirette (anche se l’attacco annunciato a Teheran pare sia stato sospeso), il cuore del problema è il petrolio. O, meglio, il dominio fisico delle filiere, come insegna la lezione della Groenlandia, dove la posta in gioco sono le terre rare e il controllo delle rotte artiche. Ma, attenzione, non si tratta di risorse fini a se stesse. Ogni barile di petrolio o di gas naturale che sfugge al circuito americano riduce la domanda strutturale di dollari. Quindi è una minaccia esistenziale all’egemonia di Washington. E il presidente Trump ne è consapevole.

    Nella sua strategia, il controllo dei nodi in cui le materie prime passano o vengono estratte è lo strumento per affrontare il problema dei problemi: la dedollarizzazione. Non a caso, nel 1973 fu coniato il termine «petrodollari», un vecchio neologismo che simboleggia a perfezione il cuore della partita che si sta giocando oggi. Chi controlla l’energia, controlla la moneta e dunque detta le regole della leadership globale.

    L’allarme di Trump

    Già, la dedollarizzazione… Il processo che permette ai Brics di ridurre l’uso del dollaro nei loro scambi commerciali, usande le valute nazionali, è il fenomeno  che più inquieta Trump. D’altronde, ne aveva piena consapevolezza già prima di diventare presidente. «Perdere il dollaro come valuta mondiale credo che equivarrebbe a perdere una guerra. Ci renderebbe un Paese del terzo mondo» aveva ammesso il 5 settembre 2024 in un discorso all’Economic Club di New York.

    In altre parole, per gli Stati Uniti perdere il ruolo del dollaro come valuta di riferimento equivarrebbe a perdere l’egemonia globale. Motivo? Il dollaro è il «sistema operativo» su cui gira l’economia mondiale.

    Il dollaro è la moneta del commercio globale: l’89% degli scambi internazionali di valuta avviene in biglietti verdi. Il dollaro è la cassaforte del mondo: rappresenta il 56% delle valute estere di riserva, cioè di quei tesoretti che le banche centrali conservano per far fronte a ogni evenienza. Il dollaro è il linguaggio universale del sistema bancario: oltre l’80% dei pagamenti internazionali passa attraverso il sistema Swift, che si appoggia principalmente su infrastrutture americane, basate per lo più in dollari.

    Infine, il dollaro conferisce agli Stati Uniti quello che nel 1965 l’allora ministro delle Finanze francese Valéry Giscard d’Estaing (sotto la presidenza di Charles de Gaulle) definì un «privilegio esorbitante». Ecco perché. Washington gode di prerogative che nessun altro Paese al mondo possiede. Primo: detenendo la valuta di riserva dominante, può stampare la propria moneta scaricandone la svalutazione sulla platea degli investitori internazionali. Secondo: potendo decidere di aumentare unilateralmente i tassi di interesse, la Fed ha il potere di imporre ai Paesi debitori una maggiore spesa per gli interessi. Terzo: detenendo il controllo delle transazioni internazionali della valuta di scambio globale – e delle piattaforme su cui vengono effettuate – gli Stati Uniti possono impedire ai loro avversari, attraverso le sanzioni, di accedere ai propri asset denominati in dollari.

    I timori di Rubio

    Una consapevolezza chiara da tempo anche a una figura chiave dell’attuale amministrazione: Marco Rubio, il Segretario di Stato. «Proprio oggi, il Brasile (…) ha stretto un accordo commerciale con la Cina. D’ora in avanti effettueranno gli scambi nelle proprie valute per aggirare direttamente il dollaro» aveva ammesso già il 29 marzo 2023, durante un’intervista su Fox News. E aveva aggiunto: «Stanno creando un’economia secondaria nel mondo, totalmente indipendente dagli Stati Uniti. Tra cinque anni non dovremo più nemmeno parlare di sanzioni, perché ci saranno così tanti Paesi che commerceranno in valute diverse dal dollaro che non avremo più la capacità di sanzionarli».

    Altro che analfabetismo infantile, diplomazia erratica, politica estera improvvisata… La strategia dell’amministrazione Trump è lucida: la dottrina Donroe (la dottrina Monroe con il corollario Trump, ndr) è finalizzata a impedire il crollo del sistema economico dominato dagli Stati Uniti e a frenare la Cina nella sua corsa inarrestabile. In sintesi, con i suoi modi da cow-boy, sta giocandosi il tutto per tutto nella partita monetaria in corso: petrodollari contro petroyuan.  

    Fino a oggi, il 68% del petrolio venezuelano e l’89% di quello iraniano finivano in Cina, con scambi regolati al di fuori del sistema Swift. Il nodo non è dunque solamente il controllo dell’energia, ma il suo ruolo nell’ordine monetario costruito dopo il 1974, anno in cui fu siglato l’accordo sui petrodollari fra Stati Uniti e Arabia Saudita. Finché il petrolio si compra e si vende in dollari, garantendo una costante domanda mondiale di biglietti verdi, quel sistema regge. Quando il meccanismo viene messo in discussione, si incrina anche una parte dell’«esorbitante privilegio» americano.

    Il ritorno del Venezuela al centro dell’agenda, l’attenzione per le rotte energetiche e gli accordi commerciali che la Cina stringe con Paesi strategici si collocano in questo contesto. Non sono episodi isolati, ma tentativi di ricondurre sotto controllo risorse che alimentano circuiti sempre meno dollaro-centrici. In gioco non c’è solo chi estrae o chi compra, ma in quale valuta si paga e chi stabilisce i prezzi e le regole.

    Quel patto Washington-Riyadh

    Appunto, le regole… Dopo la fine della convertibilità del dollaro in oro e il crollo degli accordi di Bretton Woods, Stati Uniti e Paesi del Golfo strinsero un’alleanza, dando vita al sistema dei «petrodollari». Aprifila,  l’Arabia Saudita. Nell’estate 1974, Riyadh accettò di vendere il proprio petrolio in dollari e di reinvestire parte dei proventi nei titoli del Tesoro statunitensi, mentre Washington le garantiva ordini costanti, protezione militare e sostegno politico.

    Saudi Arabia, Petrodollars and World Order

    “The petrodollar market gave Western banks enormous power over global capital.”
    In this clip, Vijay Prashad explains how oil wealth from Saudi Arabia and the Gulf was steered into Western banks—stabilising a petrodollar system that… pic.twitter.com/KeLM73qMg8

    — nous (@nousnetwork) January 14, 2026

    Questo meccanismo ha creato un circuito di reinvestimento finanziario che è diventato uno dei pilastri della finanza internazionale, sostenendo il dollaro e la capacità degli Stati Uniti di finanziare deficit e proiettare potere globale. È questo privilegio che oggi Trump tenta di difendere di fronte alla sfida dei Brics e dei pagamenti energetici in valute alternative.

    I Brics sono i convitati di pietra di questa partita globale. Il fronte dei nuovi Paesi non allineati non è più quello del settembre 2006, quando i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina si incontrarono per la prima volta a margine dell’Assemblea generale Onu. L’allargamento del 2024 ha riunito nello stesso spazio attori centrali del petrolio e delle risorse, trasformando il gruppo in un nodo strutturale dell’energia globale.

    In quest’assetto, i meccanismi di pagamento alternativi non sono una dichiarazione ideologica, ma una necessità pratica. Regolare parte del commercio energetico fuori dal dollaro è diventato uno strumento per ridurre l’esposizione al sistema finanziario statunitense e disinnescare il pericolo di sanzioni.

    Il processo procede per adattamenti successivi. Paesi sanzionati costruiscono sistemi di pagamento alternativi ai circuiti dollaro-centrici, di pari passo grandi importatori puntano alle forniture sottratte al controllo di Washington. Il risultato non è il collasso del sistema dei petrodollari, ma la sua progressiva perdita di esclusività.

    È quest’erosione graduale a spiegare l’attuale allarme americano. Quando il commercio energetico smette di essere automaticamente denominato in dollari, il «privilegio esorbitante» cessa di funzionare per inerzia e diventa una posizione da difendere.

    2024: fuga dai petrodollari

    Sia ben chiaro: questo è solo l’inizio di un processo destinato a durare decenni. Eppure il punto politico è già segnato: ciò che per mezzo secolo è stato automatico, oggi è diventato negoziabile. Nel 2024, l’Arabia Saudita, ormai vicina ai Brics, non ha rinnovato il patto informale sui petrodollari con gli Stati Uniti siglato nel 1974. In quel momento, si è ufficialmente aperta la partita tra petrodollaro e petroyuan. Per la prima volta in 50 anni, Washington non è l’unico arbitro in campo.

    BREAKING:

    Saudi Arabia says it will not allow the US to use its airspace to attack Iran. pic.twitter.com/iQDRpbgIIu

    — Globe Eye News (@GlobeEyeNews) January 14, 2026

    A questo punto, la strategia si capisce passando dai casi concreti. Il Venezuela è il laboratorio più evidente. Il Paese dispone delle maggiori riserve petrolifere del pianeta, stimate in circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 17% di quelle globali. Eppure, la produzione quotidiana attuale si aggira attorno a 800-900 mila barili al giorno, meno dell’1% del consumo mondiale. Un crollo, rispetto ai 3,5 milioni di barili al giorno di fine anni Novanta, causato per lo più dalle sanzioni.

    In questi ultimi anni, una quota crescente di quel petrolio è finita in Cina. Nel 2023 il 68% delle esportazioni di greggio di Caracas era destinato a Pechino. Qui il nodo è anche monetario: i barili pagati in yuan alimentano circuiti sempre meno controllabili da Washington.

    La Groenlandia rappresenta l’altro versante della partita. In questo caso conta soprattutto il sottosuolo. Secondo il Geological Survey statunitense, l’isola contiene 39 dei 50 minerali critici per le industrie avanzate. Quando Trump afferma che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, fa riferimento a un accesso privilegiato ai nodi materiali delle catene di valore occidentali. A questo va aggiunta la dimensione geografica: con lo scioglimento progressivo dei ghiacci, le rotte artiche possono ridurre fino al 30–40% i tempi di navigazione tra Asia ed Europa rispetto ai canali tradizionali.

    Il caso iraniano completa il quadro. Nonostante le sanzioni, l’Iran ha mantenuto livelli di esportazione petrolifera elevati, arrivando nel 2024 a circa 1,5–1,7 milioni di barili al giorno, vicini ai massimi degli ultimi anni nonostante le restrizioni occidentali. Secondo le stime di Reuters, oltre l’80 del greggio esportato da Teheran va a Pechino, che nel 2025 ha importato in media 1,35–1,46 milioni di barili al giorno dall’Iran.

    Ancora a causa delle sanzioni, questi flussi di petrolio, spesso venduti con forti sconti (anche oltre 6–8 dollari al barile sotto i prezzi di riferimento) si svolgono per lo più fuori dai canali finanziari dominati dal dollaro e con modalità di pagamento alternative. Di fatto, ciò contribuisce a creare una sfera energetica sempre più sganciata dalla valuta statunitense.

    🇮🇷 Iran's oil exports — nearly all head to China. pic.twitter.com/ecrQ0gxX8o

    — Civixplorer (@Civixplorer) January 12, 2026

    La Nigeria, infine, mostra come questo processo non passi solo dai Paesi sanzionati. È il primo estrattore africano di petrolio, con una produzione nel 2024–2025 tra 1,4 e 1,6 milioni di barili al giorno. E negli ultimi 10 anni la Cina è diventata il suo principale partner finanziario infrastrutturale. Secondo stime aggregate, Pechino ha impegnato in Nigeria oltre 25 miliardi di dollari in prestiti e investimenti legati a ferrovie, porti, energia e impianti petroliferi e del gas. Molti contratti di vendita del greggio restano formalmente denominati in dollari, ma una quota crescente dei progetti energetici è finanziata da banche cinesi, con schemi di rimborso legati a forniture di materie prime.

    Questo modello non implica una rottura immediata con il dollaro, ma riduce progressivamente la centralità dei circuiti finanziari statunitensi e apre, nel medio periodo, alla possibilità di regolazioni parziali in yuan. La Nigeria diventa così un caso emblematico: non un alleato politico di Pechino, ma un grande produttore che muove i primi passi in un’architettura finanziaria alternativa, spostando lentamente il baricentro delle relazioni energetiche africane fuori dall’orbita tradizionale dei petrodollari.

    Lotta per la sopravvivenza

    Venezuela, Groenlandia, Iran e Nigeria non sono casi scollegati. Sono tasselli di una stessa mappa, in cui petrolio, terre rare, minerali preziosi e rotte strategiche diventano strumenti per difendere o erodere l’ordine monetario costituito. Ed è su questo terreno, molto più che su quello della retorica politica, che si gioca oggi la battaglia per la sopravvivenza del dollaro.

    Questi casi acquistano maggior peso se collocati sullo sfondo dei rapporti di forza economici globali. Secondo stime basate su dati del Fondo Monetario Internazionale, l’economia cinese ha superato quella statunitense già nel 2015, se misurata a parità di potere d’acquisto. Non è un sorpasso finanziario, ma un dato strutturale: il baricentro della produzione reale mondiale si è spostato.

    È questa asimmetria tra peso economico-finanziario e centralità monetaria a rendere instabile l’attuale assetto geo-strategico. Una potenza che concentra produzione indistriale, infrastrutture ed energia ha bisogno di cercare strumenti di regolazione coerenti con la propria posizione. La spinta cinese a ridurre la dipendenza dal dollaro nasce da qui, anche senza l’obiettivo di sostituirlo frontalmente.

    In questo quadro si inseriscono le pratiche dei Brics che regolano una quota crescente del commercio con la Cina in yuan, includendo le forniture energetiche. È qui che prende forma il «petroyuan»: non una effettiva moneta globale alternativa, ma una cornice che consente scambi fuori dai circuiti dollaro-centrici.

    La risposta americana è esplicita. Nella Strategia di sicurezza nazionale appena presentata dall’amministrazione Trump, combustibili fossili, terre rare e catene di approvvigionamento vengono trattati come dossier strategici legati al contenimento della Cina.

    BREAKING:

    🇺🇲🇦🇺 US and Australia sign a mega $8.5 billion rare earth mineral deal.

    The deal will see 30 critical metals flow from Australia to the US.

    Trump says in about a year from now, we'll have so much critical mineral and rare earths that you won't know what to do with… pic.twitter.com/T38UKGxYOa

    — Megatron (@Megatron_ron) October 20, 2025

    L’accordo con l’Australia su terre rare e minerali strategici, siglato il 20 ottobre 2025, risponde alla stessa logica. La Cina controlla ancora quasi il 90% della capacità globale di raffinazione di queste risorse strategiche, vero nodo della filiera, mentre Sydney ne è il secondo produttore mondiale. Rafforzare quest’asse significa ridurre una dipendenza strutturale, ma soprattutto difendere, attraverso le risorse materiali, l’ordine economico fondato sul dollaro.

    Potere senza infingimenti

    Si torna allora alle parole, secche e brutali, del senatore Massie. Il Venezuela non riguarda la droga. È petrolio e risorse. È il nodo materiale che tiene in piedi il valore della moneta dominante. Tutto il resto è linguaggio di copertura, costruito per mascherare una contesa di potere dietro l’idea di emergenza.

    Letta così, la sequenza diventa coerente. Il Venezuela non è un eccesso, ma un avvertimento. La Groenlandia una proiezione sul futuro. L’Iran un nodo che sfugge al circuito dominante. La Nigeria un giro di valzer. L’Australia è invece un capitolo nella guerra delle filiere.

    È questo che Massie ha svelato, dicendo che il re è nudo. Non c’è caos, ma urgenza. Non follia, ma consapevolezza che il «privilegio esorbitante» non è più una posizione acquisita, bensì un baluardo da difendere a tutti i costi.

    Quando il dollaro smette di essere inevitabile, ogni barile diventa una posta strategica, ogni miniera una linea di difesa, ogni rotta una frontiera. In questo senso, la politica estera di Trump non è una deviazione, ma il momento della verità di una potenza che, a rischio di una gravissima crisi economica, ha capito che il mondo ha iniziato a funzionare anche senza il suo intervento.

    «La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi» non è una boutade sfoderata da Trump davanti ai signori dell’oro nero. È il manifesto della nuova strategia per la «difesa materiale» dell’egemonia statunitense, la scommessa sui cui l’amministrazione Trump si gioca tutto. Che questa scommessa si riveli vincente, in realtà, è ancora tutto da verificare.

    Ma la rotta è tracciata: difendere il primato statunitense riportando i flussi energetici sotto il controllo fisico di Washington. Sull’operazione in corso a Caracas, le compagnie petrolifere in realtà sono caute. Ma l’obiettivo politico di Trump è chiaro: far vendere il petrolio venezuelano da Chevron ed ExxonMobil. In dollari.

    Ha collaborato Alberto Montini.

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autori

    • Elisabetta Burba
      Elisabetta Burba

      Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all'Università dell'Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.

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    • Maria Pappini
      Maria Pappini

      Nata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un’esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell’Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.

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