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    Cina

    Da Pechino una proposta per l’industrializzazione verde globale (vantaggiosa per tutti)

    Un think tank cinese lancia un patto per unire la capacità manifatturiera di Pechino, la tecnologia e la finanza dell'Occidente e il bisogno di sviluppo del Sud globale.
    Henry Huiyao WangZhi Wangdi Henry Huiyao Wang e Zhi Wang2 Gennaio 20267 Minuti di lettura
    Due dragoni sul muro estero della Camera di Commercio di Singapore. Foto di Hans Bernhard. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 3.0.
    Due dragoni sul muro estero della Camera di Commercio di Singapore. Foto di Hans Bernhard. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 3.0.
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    Oltre la guerra commerciale: il fondatore del Centro per la Cina e la globalizzazione propone un’iniziativa comune tra Cina, Occidente e Paesi in via di sviluppo. Il progetto mira a costruire ecosistemi industriali locali nel Sud globale, riducendo i costi energetici e creando nuovi posti di lavoro. Il piano, basato su tre pilastri, punta a trasformare il surplus produttivo cinese in investimenti diretti. Superando le tensioni geopolitiche e la crisi climatica, offrirebbe all’Occidente catene di approvvigionamento resilienti e al Sud globale un percorso di sviluppo lontano dai combustibili fossili.

    Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:


    IN BREVE

    Trilemma del clima La transizione ecologica affronta interessi contrastanti: le paure industriali dell’Occidente, il diritto allo sviluppo del Sud globale e il potenziale tecnologico cinese.

    L’Iniziativa verde Henry Huiyao Wangpropone un patto globale per unire la sua capacità produttiva ai capitali occidentali, rispondendo al bisogno di energia dei Paesi in via di sviluppo.

    Piano operativo in tre pilastri Il progetto punta su prestiti in renminbi, banche locali nel Sud globale e cooperazione multilaterale per finanziare infrastrutture pulite su larga scala.

    Oltre la guerra commerciale Invece del protezionismo, l’iniziativa propone joint venture e parchi industriali locali per creare posti di lavoro e garantire la stabilità delle forniture globali.

    Vantaggi per tutti Secondo Henry Huiyao Wang,l’accordo garantisce all’Occidente catene sicure, al Sud globale l’autosufficienza energetica e alla Cina una piattaforma di cooperazione inclusiva.


    Il mondo si trova a un bivio, nel mezzo di una crisi climatica in crescita, di tensioni geopolitiche che ridisegnano il commercio globale e della richiesta da parte delle nazioni del Sud globale di esercitare il proprio diritto all’industrializzazione senza ripetere gli errori inquinanti del passato.

    È necessario costruire un nuovo consenso che vada oltre la competizione a somma zero e verso soluzioni collaborative. Il percorso verso la decarbonizzazione crea un trilemma (situazione in cui tre obiettivi legittimi risultano tra loro difficilmente conciliabili, ndr) di interessi contrastanti che minaccia il progresso di tutti.

    In primo luogo, devono essere affrontate le ansie occidentali. Alcuni governi occidentali credono ancora nella transizione verde. Tuttavia, altri temono perdite di posti di lavoro nelle industrie tradizionali e un declino della competitività internazionale. I Paesi occidentali hanno bisogno di una transizione che possa garantire la loro base industriale e preservare i posti di lavoro da cui molti dipendono.

    In secondo luogo, c’è il dilemma del Sud globale. Queste nazioni hanno il diritto di svilupparsi. Tuttavia, molte sono intrappolate tra un percorso dipendente dai combustibili fossili che porta alla vulnerabilità climatica e un percorso verde che spesso sembra finanziariamente e tecnologicamente fuori dalla loro portata. Affrontano costi di indebitamento proibitivi e mancano di accesso ai finanziamenti.

    Bandiere degli USA e della Cina. Immagine generata da intelligenza artificiale.
    Bandiere degli USA e della Cina. Immagine generata da intelligenza artificiale.

    Infine, c’è la Cina, che ha attraversato la sua dolorosa fase di «inquinare prima, ripulire dopo». Fortunatamente, Pechino ora produce oltre l’80% dei pannelli solari mondiali e circa il 60% delle turbine eoliche. I suoi progressi hanno ridotto i costi dell’energia solare ed eolica, rendendo le rinnovabili più accessibili in tutto il mondo. La Cina può ora aiutare le nazioni del Sud globale a costruire sistemi industriali puliti e moderni.

    Proponiamo una «Iniziativa globale di industrializzazione verde» per allineare l’impareggiabile capacità manifatturiera verde della Cina con i punti di forza tecnologici e finanziari dell’Occidente e le vaste esigenze di sviluppo del Sud Globale.

    Il nucleo di questo piano è già operativo. Secondo il think tank Ember, i mercati africani hanno importato 15.032 megawatt di pannelli solari dalla Cina nei 12 mesi fino a giugno, con un aumento del 60% su base annua. Una volta installate, queste forniture potrebbero aggiungere oltre il 5% alla produzione totale di energia in 16 nazioni. La Sierra Leone potrebbe generare il 61% della sua produzione energetica del 2023. In Nigeria, i risparmi derivanti dall’evitare il diesel potrebbero recuperare il costo dei pannelli solari in sei mesi. Per ampliare la scala di questa iniziativa, i decisori politici dovrebbero considerare un approccio multidimensionale.

    Un accordo cinese «mercato-per-tecnologia» con l’Occidente sarebbe preferibile a una guerra commerciale a somma zero sulla tecnologia verde. Immaginate un patto strategico in cui le aziende cinesi investono in impianti di produzione negli Stati Uniti e in Europa, creando posti di lavoro e rafforzando le catene di approvvigionamento.

    In questo modello, i partner occidentali ottengono accesso alla tecnologia verde cinese avanzata e competitiva attraverso joint venture, accelerando i loro obiettivi di decarbonizzazione e condividendo rischi e benefici. Questa è un’alternativa pragmatica al protezionismo, che offre una via concreta per garantire la stabilità delle forniture e rispettare gli impegni climatici.

    Sede della Banca Popolare cinese a Pechino, fotografata da Max12Max il 4 novembre 2016. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 4.0.
    Sede della Banca Popolare cinese a Pechino, fotografata da Max12Max il 4 novembre 2016. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 4.0.

    Simultaneamente, dobbiamo sbloccare capitali per il Sud globale trattando quei Paesi come partner anziché come destinatari di aiuti. Possiamo oltrepassare il collo di bottiglia dell’innovazione attraverso un modello a tre pilastri.

    Il primo pilastro riguarda il flusso di capitali. Le banche cinesi possono fornire prestiti in renminbi a imprese verdi nazionali finanziariamente affidabili, incluse le joint venture, le quali poi effettuano investimenti diretti in progetti nel Sud globale. I dati evidenziano che il rischio di insolvenza delle grandi imprese verdi cinesi è piuttosto basso. Inoltre, i prestiti in renminbi sono più economici rispetto all’indebitamento in dollari americani e aiutano anche i paesi del Sud globale a evitare rischi di default sovrano.

    In secondo luogo, c’è la localizzazione. Le banche cinesi possono stabilire filiali nei Paesi del Sud globale, assorbendo depositi locali per servire sia le imprese cinesi sia quelle locali, favorendo una più profonda integrazione finanziaria e costruendo capacità finanziaria locale.

    Il terzo pilastro, il multilateralismo, incorpora incentivi di finanza verde negli accordi commerciali per mobilitare fondi dalla Asian Infrastructure Investment Bank, dalla New Development Bank e dal Green Climate Fund che possono fornire il capitale a lungo termine richiesto dalle infrastrutture su larga scala.

    L’obiettivo è aiutare il Sud globale a sviluppare industrie verdi costruendo ecosistemi, non solo esportando prodotti. Ciò richiede il passaggio a un modello che trasferisca conoscenze e costruisca capacità.

    Le joint venture potrebbero fungere da pioniere. Una ricerca dell’Institute of Global Development dell’Università Tsinghua mostra che alla fine del 2023 c’erano 95 joint venture di veicoli elettrici in Cina provenienti da Europa, Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud, che contribuivano al 43% della capacità produttiva di veicoli elettrici della Cina. Tuttavia, le joint venture affrontano una concorrenza feroce nel mercato cinese, risultante in una sovraccapacità produttiva.

    Il presidente americano Donald Trump e il segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping, durante un incontro bilaterale a Busan in Corea del Sud il 30 ottobre 2025. Wikimedia Commons. Public Domain.
    Il presidente americano Donald Trump e il segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping, durante un incontro bilaterale a Busan in Corea del Sud il 30 ottobre 2025. Wikimedia Commons. Public Domain.

    Si stima che la capacità delle joint venture giapponesi sia solamente intorno al 45%, e quella delle joint venture coreane al di sotto del 20%. Ciò crea un incentivo a sfruttare la loro posizione unica – con un piede nella catena di approvvigionamento cinese e un altro nelle reti di marchi globali – a esplorare altri mercati esteri, una situazione «win win win» (triplice vittoria, ndr) per tutte le parti coinvolte.

    Parchi industriali dovrebbero essere istituiti nei Paesi in cui le joint venture e le grandi imprese possono formare la spina dorsale di un ecosistema industriale resiliente, attraendo anche cluster di imprese più piccole.

    Si possono stabilire standard globali, mentre le soluzioni vengono adattate alle singole nazioni. Questo approccio integrerebbe la comprovata esperienza cinese nel sistema di standard globali, garantendo l’interoperabilità. Tuttavia, questo non è un ordine a guida cinese, ma un sistema collaborativo. Esso creerà un paradigma reciprocamente vantaggioso per la cooperazione Sud-Sud e per quella Nord-Sud.

    Per l’Occidente, tale approccio comporta la costruzione di catene di approvvigionamento resilienti e il raggiungimento di obiettivi climatici. Per il Sud globale, offre un percorso realizzabile al di fuori dalla trappola dei combustibili fossili verso l’autosufficienza energetica, lo sviluppo industriale e la creazione di posti di lavoro. Per la Cina, rappresenta la prossima fase di apertura, trasformando la sua transizione verde domestica di successo in una piattaforma per una cooperazione globale inclusiva.

    L’Iniziativa globale di industrializzazione verde offre un percorso economicamente solido e politicamente attuabile.

    Articolo originale pubblicato su: https://www.pekingnology.com/p/a-global-green-industrialisation? (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autori

    • Henry Huiyao Wang
      Henry Huiyao Wang

      Fondatore e presidente del Center for China and Globalization, considerato il principale think tank indipendente cinese, è nato nel 1958 a Chengdu. A 17 anni è stato mandato a lavorare in un villaggio rurale nell’ambito del movimento nazionale «Scendere nelle campagne» durante la Rivoluzione Culturale. Dopo la laurea in letteratura inglese e americana, ha lavorato al Ministero del Commercio cinese prima di trasferirsi in Occidente, dove ha completato un MBA e un PhD in Management internazionale. Henry Huiyao Wang è stato Visiting scholar alla Harvard Kennedy School e alla Brookings Institution, negli Stati Uniti, e ha insegnato alla Guanghua School of Management dell’Università di Pechino.

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    • Zhi Wang
      Zhi Wang

      É professore di ricerca e distinguished senior fellow presso la Schar School of Policy and Government della George Mason University, e visiting professor presso l'Università Tsinghua.

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