Il dibattito sulla «leva volontaria» è l’ultimo sintomo di una politica incapace di definire una strategia di difesa coerente. Il generale Cosimato smonta l’ossimoro concettuale, dimostrando come questo progetto sia solo una mossa di marketing, peraltro del tutto insufficiente a colmare il gap di 59.000 effettivi richiesto dai Capi di Stato maggiore. In un contesto geopolitico segnato dal riarmo europeo e dai nuovi archi di crisi, l’Italia non può permettersi di rispondere alle necessità di forze pesanti e d’altura con un mero esercizio verbale che dissimula l’assenza di una visione strategica.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Esercizio verbale La «leva volontaria» è un capolavoro di marketing psicologico, palesemente illogico, che dissimula l’assenza di una strategia di difesa concreta per il Paese.
Errore strategico La guerra in Ucraina ha dimostrato che le forze professionali piccole sono obsolete. L’Italia non dispone di uno strumento militare per affrontare conflitti ad alta intensità.
Gap di effettivi Il progetto di richiamare 10 mila effettivi è del tutto insufficiente. E ignora le richieste dei Capi di Stato Maggiore di un aumento pari a 59 mila unità.
Necessità di visione È prioritario che la politica definisca la tipologia delle minacce e il livello di forze. Quanto alla «leva volontaria», sarà archiviata al pari dell’illusione che «la storia è finita».
La situazione internazionale e i conflitti in atto hanno provocato l’ennesimo dibattito inutile, quello sul servizio di leva. L’articolo 52 della Costituzione stabilisce infatti che «la difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge».
Come è noto, l’unico dovere sacro del cittadino della nostra repubblica è stato sospeso ormai oltre 20 anni fa, sulla base di considerazioni che sono poi state spazzate via dalla dura realtà dei conflitti in Europa e nel mondo.
Si parla in questi giorni di ripristinare una cosa che viene definita, tra il faceto e l’illogico, come «leva volontaria». A parte la ovvia considerazione che la funzione «leva» era rivolta a tutti i cittadini maschi maggiorenni, si trattava del primo passo per l’espletamento del «servizio militare obbligatorio» che, in quanto tale, non poteva essere «volontario». Alla leva seguivano la selezione, il reclutamento e, dopo il servizio effettivo, la mobilitazione in caso di conflitto.
L’espressione «leva volontaria» è uno di quei classici capolavori di marketing psicologico con il quale si intende celare ai cittadini, attraverso un’espressione palesemente illogica, l’assenza di una strategia concreta. Questa definizione si configura come una costruzione verbale priva di senso logico e incapace di comunicare un contenuto effettivo, volta a dissimulare la carenza di visione strategica e l’insufficiente risposta alle reali esigenze delle Forze armate.

In buona sostanza stiamo parlando, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, di un progetto per disporre di un complesso di persone da richiamare in servizio all’emergenza di 10 mila effettivi. Nel corso delle audizioni dei Capi di Stato maggiore di Forza armata (Esercito, Marina, Aeronautica), è emerso che gli stessi hanno formulato richieste di aumento degli effettivi che assommano a 59 mila unità (40 mila per l’Esercito, 10 mila per la Marina, 9 mila per l’Aeronautica). In via preliminare, possiamo osservare che le richieste dei vertici militari sono state, di fatto, ignorate.
In aggiunta, possiamo osservare che la ormai completamente mutata situazione geostrategica rende obsoleta la cosiddetta Legge Di Paola, che nel 2012 aveva fissato una riduzione dei livelli di forza dello Strumento militare a 150 mila militari e venti mila civili. La riduzione era stata poi limitata a 160 mila effettivi.
Sono lontani i tempi in cui la politica italiana decise, con mancanza di visione strategica, che bastava disporre di strumenti militari piccoli, ma professionali, per i futuri conflitti. La guerra tra Russia e Occidente in Ucraina dimostra che, se non si realizza il concetto di massa, le forze professionali non sono sufficienti.
Ci troviamo, dunque, in una situazione in cui è evidente che la politica italiana non dispone di uno strumento militare per affrontare conflitti ad alta intensità. Lo stesso Ministro della Difesa lo ha dichiarato più volte, specificando che le Forze armate italiane sono, al momento, organizzate per missioni di pace e conflitti a bassa intensità. In tale quadro, plaudo alla posizione del governo italiano di non inviare truppe in Ucraina nell’ambito della «coalizione dei volenterosi».
In anni passati, il mondo delle Associazioni d’arma aveva richiesto il ripristino del Servizio militare, ma con motivazioni che appaiono più pedagogiche che strategiche. Si sosteneva, e si continua a sostenere, che i giovani che facevano l’esperienza della vita di caserma ne traevano giovamento anche in termini di educazione civica e spirito di servizio alla società.
Pur comprendendo la rilevanza di tali argomentazioni, risulta evidente che la cultura lassista diffusasi dopo la cosiddetta contestazione degli anni Sessanta e Settanta ha reso la famiglia e la scuola inidonee a trasmettere un’educazione valoriale alle nuove generazioni.

Le finalità delle Forze armate sono del tutto diverse. Un comandante di plotone o un comandante di compagnia hanno già sufficienti e ardui compiti da espletare e non possono essere dedicati a delle improbabili «ripetizioni educative», pur se si sono rese necessarie dopo il fallimento educativo della famiglia e della scuola moderne.
Il processo che porta alla definizione delle dimensioni delle Forze armate in termini di effettivi, sistemi d’arma e quant’altro necessario è articolato e dipende da fattori che esulano dalle diatribe ideologiche, sociologiche e pedagogiche.
Dato che in Occidente vige, ottimamente, la sottomissione del potere militare al potere politico, dovrebbe essere chiaro che tocca alla politica formulare la strategia generale dalla quale discende la definizione delle Forze armate. La politica italiana si è sempre fatta scrivere i «libri bianchi» dai militari, ma non ha mai dato seguito a quanto è stato negli anni inchiostrato su quelle pagine.
Ci sono poi gli aspetti concettuali del processo di generazione della forza. Un conflitto continentale postula la disponibilità di forze «pesanti» cioè, meccanizzate e corazzate. Un conflitto in ambiente aero – terrestre – navale postula la disponibilità, oltre alla superiorità aerea, di forze navali d’altura (blue waters operations) e di forze navali anfibie e di pattugliamento per le operazioni vicine alle coste (brown waters operations).
Risulta evidente che il progetto dal curioso nome di «leva volontaria» risulta, per l’Italia, essere del tutto insufficiente rispetto alle conflittualità di quelle aree di tensione che vengono definite «archi di crisi»: quello euroasiatico e quello nordafricano. Il dibattito in corso può essere definito con una gamma di aggettivi che vanno dall’insufficiente all’inutile, passando per l’ozioso. E questo riguarda la politica nel suo complesso e non solo la maggioranza o l’opposizione parlamentare.
Nel frattempo, in Europa, ci sono Paesi che hanno già provveduto a un imponente riarmo, come la Polonia, e Paesi che annunciano un deciso incremento di effettivi e di sistemi d’arma, come la Germania e la Francia. La Germania, in particolare, avrebbe annunciato un piano di riarmo che dovrebbe portare a circa 500 mila effettivi.

Altri Paesi, come la Danimarca e le già citate Francia e Germania, annunciano anche il ripristino del servizio militare obbligatorio, senza il quale non si raggiugerebbero gli obiettivi di reclutamento. il piano ReArm Europe, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, che mira a mobilitare fino a 800 miliardi di euro in spese per la difesa nei prossimi 4-10 anni. Un piano di riarmo oggetto di dubbi e contestazioni d’ogni tipo, soprattutto perché basato sulla convinzione che presto l’Europa occidentale sarà invasa dalla Russia, circostanza ancora tutta da verificare.
Tra l’atteggiamento, forse eccessivamente allarmistico, dei Paesi mitteleuropei e l’insipienza della politica italiana, verrebbe da dire in medio stat virtus, la virtù è nel mezzo. Le indicazioni dei Capi di Stato maggiore di Forza armata italiani mi sembrano le più equilibrate e non eccessivamente onerose rispetto a quelle dei loro colleghi europei.
La materia che abbiamo sin qui esaminato dimostra come occorra anzitutto affrontare due questioni fondamentali: la tipologia delle minacce alle quali saremmo sottoposti e il livello di forze necessarie a fronteggiarle.
Se le minacce vengono ingigantite, si è costretti a immaginare la disponibilità di ingenti forze militari che, considerate nell’ambito di uno sforzo prolungato, possono divenire del tutto improponibili. Se invece le minacce vengono minimizzate (magari dando retta allo storico Francis Fukuyama, secondo cui la storia era finita e le guerre non sarebbero più scoppiate), si rischia, come nel momento presente, di disporre di forze del tutto insufficienti a intraprendere qualsiasi iniziativa bellica, foss’anche solo difensiva. L’espressione «leva volontaria» sarà quindi archiviata al pari dell’illusione che «la storia è finita».
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