Dal sionismo socialista al neo-revisionismo: la guerra a Gaza mette a nudo la trasformazione profonda dello Stato d’Israele. Dalla vittoria politica del «sionismo neo-revisionista» di Netanyahu, nel 2009, il Paese ha conosciuto una torsione etno-nazionalista che ha ridotto gli spazi di democrazia e marginalizzato ogni prospettiva politica verso i palestinesi. Un’analisi che Arturo Marzano sviluppa nel suo ultimo libro, Storia di Gaza, pubblicato ieri dal Mulino. Il travaglio della Striscia, chiave di lettura del conflitto, rivela le contraddizioni interne del progetto sionista: emancipazione per alcuni, espropriazione per altri.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
La guerra a Gaza, ci permette di meglio comprendere quella tendenza del sionismo definita «neo-sionismo» o «sionismo neo-revisionista» che ha preso il potere a partire dal 2009. L’ultimo anno e mezzo ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, quanto il sionismo che Benjamin Netanyahu incarna abbia come sua caratteristica principale l’idea che non ci sia spazio per una azione politica, ma conti solo la forza militare per imporre la propria volontà agli altri attori interni, come i palestinesi, o regionali, come Hezbollah, l’Iran, la Siria.
Quanto questa strategia sia miope nel lungo periodo credo che la storia stessa del conflitto israelo-palestinese – i drammatici eventi del 7 ottobre su tutti – lo dimostri in modo tragicamente chiaro. Al contempo, la guerra a Gaza conferma ancora una volta quanto, sotto la guida del «sionismo neo-revisionista» Israele abbia registrato negli ultimi 15 anni una torsione etno-nazionalista che sta facendo totalmente prevalere il carattere ebraico dello Stato su quello democratico, lasciandolo residuale.
Se la riduzione degli spazi democratici in Israele è un processo di medio periodo, la guerra in corso ci segnala che il dissenso è sempre meno tollerato e che le opposizioni – nelle piazze come in Parlamento – sono sistematicamente sotto attacco. Al contempo, allargare lo sguardo come ho tentato di fare con il mio volume, ricostruendo la storia di Gaza nel Novecento e nei primi decenni del ventunesimo secolo – e, più in generale, quella del conflitto israelo-palestinese utilizzando proprio la Striscia come lente privilegiata per indagarlo – ci aiuta a comprendere meglio anche l’altra grande tendenza del sionismo, vale a dire quella socialista, che ha costruito lo Stato di Israele e lo ha guidato fino al 1977. La storia di Gaza fa emergere con chiarezza due fili rossi.

Il primo è costituito dal modo con cui la leadership sionista socialista aveva guardato negli anni Trenta e Quaranta alla popolazione arabo-palestinese e con cui il governo israeliano guardò nei tre decenni successivi alla popolazione della Striscia di Gaza e, pur con alcune differenze, a quella della Cisgiordania. L’obiettivo del sionismo era realizzare uno Stato che avesse una solida maggioranza ebraica, e ciò significava che la popolazione araba, che fino a 1948 era maggioranza in Palestina, costituiva un problema.
Gaza costituisce un caso esemplare di quel problema, perché nel 1948, come detto, 200.000 arabi palestinesi vi arrivarono, o perché fuggiti per paura dei gruppi armati sionisti e poi dell’esercito israeliano, o perché da questi espulsi. Come dice il giornalista Ari Shavit nella sua autobiografia, «Lidda è la nostra scatola nera. Conserva il segreto più tetro del sionismo. La verità è che il sionismo non poteva tollerare Lidda. Fin dall’inizio il movimento ebraico e la città araba erano stati in palese contraddizione. Perché il primo potesse esistere, la seconda avrebbe dovuto sparire e viceversa. Con il senno di poi, tutto appare chiaro»[1].
Gaza è la conseguenza emblematica di quanto Shavit afferma, e la sua esistenza dal 1948 in poi ha costantemente ricordato ai governi israeliani la contraddizione tra sionismo e popolazione arabo-palestinese. Lo ha fatto nel 1948, ma anche, come nel libro ho cercato di mettere in luce, tante altre volte, nel 1956-57, nel 1967, con le guerre dopo il 2005 e, ovviamente, in maniera ancora più evidente durante questi mesi.

Come ha bene sintetizzato la giornalista Amira Hass – che a Gaza ha vissuto dal 1993 al 1997, prima di trasferirsi a Ramallah, dove vive tuttora – «Gaza incarna l’intera saga del conflitto israelo-palestinese; rappresenta la contraddizione centrale dello Stato di Israele: democrazia per alcuni, espropriazione per altri; è il nostro nervo scoperto»[2].
Il secondo filo rosso è rappresentato dal modo con cui il governo israeliano ha cercato – riuscendovi nel breve, ma mai nel medio-lungo termine – di reprimere la resistenza palestinese, che in molti casi, come il 7 ottobre, si è macchiata di atti di terrorismo: si tratta di una lunga lista di attacchi contro gruppi armati, ma anche – se non soprattutto – di massacri della popolazione civile, che questo volume ha cercato di ricostruire.
Di fronte alla resistenza e al terrorismo palestinesi, Israele ha sempre reagito con violenza, in molti casi brutale, senza mai proporre alcuna soluzione politica che mettesse al centro la realizzazione del principio di autodeterminazione del popolo palestinese, il solo strumento che potesse portare a una soluzione di lungo periodo.
Se gli eventi in corso a Gaza mentre scrivo queste pagine costituiscono la punta dell’iceberg di questi due processi di lungo periodo, non ci si può non chiedere se la devastazione della Striscia di Gaza metta in discussione il cuore stesso del sionismo. Se quest’ultimo aveva la sua propria «moralità» quando nacque a fine Ottocento, in quanto movimento di emancipazione nazionale sorto per dare un luogo ove consentire agli ebrei di sopravvivere e di godere dei pieni diritti, i suoi limiti – su tutti l’inconciliabilità tra il suo obiettivo di creare uno Stato nazione per gli ebrei e la presenza della popolazione araba palestinese, con il diritto a un proprio Stato nazione – emersi nel corso della storia, a partire dal 1948 in poi, sono diventati assolutamente evidenti negli ultimi mesi, finendo per mettere in discussione la sua legittimità.

Anna Foa scriveva circa un anno fa: «Non è ormai giunto il momento di […] costruire una società civile democratica, di cittadini liberi e uguali nelle loro diversità? E come può uno Stato ebraico, necessariamente fondato sulla supremazia degli ebrei sugli altri cittadini, garantirla?»[3]. Questa domanda è oggi, a mio avviso, ancora più necessaria.
La storia ha bisogno di tempo. Queste considerazioni sono inevitabilmente provvisorie e le domande presentate rimangono necessariamente senza risposta. Ma gli eventi del 7 ottobre e quanto accaduto nei due anni successivi – soprattutto se inseriti nella storia della Striscia di Gaza come ho cercato di fare in queste pagine – rendono ancora più urgente che a queste domande si dia una risposta. I prossimi anni vedranno storici, politologi e giuristi interrogarsi profondamente su queste questioni. Ancora una volta, la Striscia di Gaza si dimostra al centro del conflitto israelo-palestinese, rappresentando l’inizio di tendenze che solo il tempo svelerà nella loro pienezza.
[1] A. Shavit, La mia terra promessa, Sperling & Kupfer, Milano, 2014 (ed. or. 2013), p. 111.
[2] A. Hass, Drinking the Sea at Gaza. Days and Nights in a Land Under Siege, New York, Metropolitan Books, 1999 (ed. or. 1996), p. 7.
[3] A. Foa, Il suicidio di Israele, Bari-Roma, Laterza, 2024.
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