Testimone diretto dei conflitti degli ultimi 50 anni, lo storico addetto stampa dell’Onu racconta il senso di isolamento, la resistenza e l’esodo delle comunità cristiane d’Oriente negli anni Novanta. Dai suoi ricordi dell’Irak di Saddam Hussein emergono figure note come il ministro degli Esteri Tarek Aziz e volti anonimi, come il caldeo dipendente dell’Onu che con un filo di voce si informava sui programmi di assistenza alle minoranze religiose. Ma è la scena dei fedeli con gli occhi gonfi di lacrime raccolti in una chiesa di Baghdad alla vigilia di Desert Storm a simboleggiare il destino che, di lì a poco, avrebbe travolto l’intero Medio Oriente cristiano.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
«Giuro che, da buon mangiapreti, ai religiosi peace-keeper non avevo mai pensato. E invece ci sono. E non hanno niente in comune con quelli che benedicono i cannoni». Senza perdere l’ironia, il giornalista Paolo Rumiz omaggia i preti sulla linea del fronte nell’ultimo libro di Andrea Angeli, «Fede ultima speranza».
La scoperta di una fede che non divide ma unisce è al centro del brano tratto dal libro che qui presentiamo, dedicato ai cristiani del Medio Oriente. Una presenza antichissima, oggi sempre più esigua. All’inizio del ventesimo secolo, i cristiani rappresentavano circa il 20% della popolazione mediorientale. Nel 2020, secondo il Pew Research Center, erano meno del 4%.
Il declino della presenza dei cristiani in Medio Oriente si è accentuato in questi ultimi anni. Guerre come quelle in Iraq, Siria e in Libano hanno devastato le comunità locali, provocando un esodo massiccio. Un fenomeno che riguarda anche la Terra Santa: secondo varie fonti, nei territori israeliani e palestinesi, i cristiani sono ormai meno del 2% della popolazione, rispetto al 10-15% di un secolo fa.
Andrea Angeli, l’instancabile addetto stampa dell’Onu che è anche membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, nel libro pubblicato da Rubbettino racconta questa ferita in qualità di testimone diretto. E, in questi tempi in cui la fede è spesso brandita come arma, ci ricorda che rappresenta un linguaggio universale di speranza.

Al termine del biennio sudamericano mi fu offerta la possibilità di proseguire l’incarico in seno delle Nazioni Unite ma in altra parte del mondo: Irak, prendere o lasciare. Il Paese mediorientale era appena entrato nell’ottavo anno di guerra con lo storico arcinemico Iran, ma dal Palazzo di Vetro assicurarono che la fine delle ostilità era in vista. «Un tuo compatriota sta lavorando per garantire quantomeno un cessate il fuoco» mi dissero «è uno in gamba, ce la farà». Si trattava di Giandomenico Picco, il troubleshooter del segretario generale Javier Pérez de Cuéllar, che in effetti nel giro di qualche mese raggiunse l’accordo per una forza d’interposizione (c’erano anche caschi blu italiani sul lato iraniano).
Ero contento di poter continuare con le Nazioni Unite, ma pensavo che non avrei ritrovato i tanti religiosi cattolici frontlinecon cui avevo condiviso percorsi tortuosi. Baghdad rappresentava un salto nel buio, in tutti i sensi, ma le sorprese (positive) furono molte. Innanzitutto non si parlava come oggi di contrapposizione tra sunniti e sciiti o forse è meglio dire che non se ne poteva parlare. La prima confessione dominava e non sempre con le buone. Indiscrezioni sull’uso dei gas in alcune aree a maggioranza sciita del nord iniziavano a trapelare proprio in quel periodo.
Il pugno duro dava comunque dei risultati: nonostante la recente fine di una lunga guerra, il Paese era sorprendentemente sicuro, anche per stranieri e, cosa assai rilevante, la comunità cristiana godeva del massimo rispetto, tanto da poter orgogliosamente contare su un uomo ai vertici, e non certo di facciata: Tareq Aziz, l’influente vice premier e ministro degli Esteri. La società era sostanzialmente laica, secondo i dettami del partito ba’thdi ispirazione socialista, da anni dominante in Iraq oltre che in Siria.
I cristiani, all’epoca un dieci per cento della popolazione, erano in gran parte cattolici appartenenti al Patriarcato di Babilonia dei caldei, in arabo i caldan. A differenza di altre parti del mondo non c’erano missionari, né ce ne sarebbe stato un gran bisogno, le vocazioni fiorivano generando sacerdoti di grande spessore culturale e teologico, oltre che umano. La domenica pomeriggio con altri espatriati si andava alla chiesa di San Giuseppe, nel quartiere di Karrada, era un piacere ritrovarsi con una comunità così orgogliosa della propria identità, cosa che in Occidente non capita di vedere sempre.
Celebranti e fedeli apprezzavano molto la presenza di stranieri alle loro festività, meglio ancora se italiani, non tanto per ragioni di sicurezza dato che come ho detto non ve n’era motivo, ma piuttosto per alleviare quel senso di isolamento che avvertono i cristiani d’Oriente.

Con mio sommo stupore appresi presto – non che pensassi il contrario, semplicemente non lo sapevo – che ci fosse una nunziatura anche in Iraq. Nell’immaginario collettivo si suppone che la Santa Sede non intrattenga rapporti diplomatici con Paesi musulmani, in realtà nel quadrante mediorientale rimane esclusa solo l’Arabia Saudita, forse per la presenza della Mecca, città santa dell’Islam.
Il nunzio, Marian Oleś, era un polacco in gioventù relegato con la famiglia per motivi politici in Siberia. Mi presentai in occasione del primo ricevimento diplomatico, dovetti attendere un po’ perché discuteva animatamente con il collega di Varsavia (cosa che vidi fare anche in altre occasioni, c’era ancora il Muro).
Era stato tanti anni a Roma, divenimmo subito amici. A cadenza settimanale mi invitava a cena, cosa assai gradita dato il livello dei ristoranti locali. Tuttavia la cucina delle suore domenicane di Cracovia era molto polska, ovvero piuttosto pesantina, a ciò si aggiungeva un bicchiere di rosso e un whisky post-dinner.
Si racconta che l’abitudine di offrire un bicchierino forte all’ospite di turno sia un classico delle sedi diplomatiche vaticane – in effetti l’ho ritrovata altrove – indipendentemente dai gusti del padrone di casa. Sarebbe un modo collaudato per far dimenticare al visitatore di trovarsi in una residenza religiosa, farlo sentire a proprio agio per raccontare ciò che ha da dire in assoluta libertà, o quasi. Non so quanto sia vera questa versione, rimane il fatto che i diplomatici SCV sono notoriamente tra i più informati in circolazione e non credo solo grazie alla rete delle parrocchie.
Quando confido a qualche amico di essermi ubriacato solo una volta in vita mia, per di più in un Paese musulmano e all’interno della casa di un sacerdote, nessuno mi crede. Eppure questo è ciò che accadde in una di quelle poche sere dell’anno dove lì fa freddo e l’alcol (quando c’è) supplisce all’assenza di caloriferi. Per fortuna la nunziatura si affaccia sulla trafficata Saadoun street e non fu difficile trovare un taxi dopo cena per riportarmi a casa barcollante.
Qualche segnale che si vivesse una situazione transitoria tuttavia si registrava. Ricordo un dipendente locale Onu di una certa età aggirarsi per giorni senza apparente motivo attorno al mio ufficio, si percepiva che non stesse andando da una parte all’altra dell’edificio principale. Alla prima occasione senza nessuno nelle vicinanze entrò chiudendo subito la porta.

Con un filo di voce mi disse esplicitamente di non sentirsi sicuro e con lui la sua famiglia in quanto caldan, appunto. Mi aveva visto a messa, sapeva che ero italiano, domandò se fossi al corrente di programmi di assistenza a minoranze religiose da parte dell’ambasciata. Mi trovò spiazzato e più ancora disorientato per la supposta eccessiva circospezione con cui mi aveva approcciato. Ci trovavamo all’interno di una rappresentanza internazionale, ma evidentemente occhi e soprattutto orecchie di Saddam Hussein erano anche da noi. Forse qualcuno non credeva nell’atmosfera promettente del Dopoguerra, intravedendo nuvole nere all’orizzonte.
La situazione precipitò il 2 agosto del ’90 con l’invasione del Kuwait. I sei mesi successivi furono un’agonia per l’Irak, tutti i tentativi di ricomporre la crisi fallirono e ci si avviò inesorabilmente verso una campagna di massicci bombardamenti alleati. Ripensai alle parole di quell’impiegato locale che in tempi non sospetti voleva andarsene. Ricordo la mia ultima messa a San Giuseppe, due settimane prima di Desert Storm, la chiesa gremita di fedeli, i più con gli occhi gonfi di lacrime presagendo cosa sarebbe accaduto a breve. Conservo ancora gelosamente uno spezzone filmato dalla troupe del Tg2 – Maria Giovanna Maglie e Silvano Nencini – in cui sono ritratto a fianco dell’ambasciatore italiano Franco Tempesta attorniato da volti disorientati.
Ma non fu solo il parroco di San Giuseppe, al pari degli altri religiosi iracheni, a rimanere – le frontiere erano chiuse per la popolazione locale. Anche tra chi poteva uscire, qualcuno decise di restare. Le ambasciate occidentali chiusero i battenti qualche giorno prima del fatidico 16 gennaio, alcune est-europee mantennero una presenza simbolica.
Uno dei pochissimi capimissione che rimase al suo posto (e senza bunker) fu il nunzio Oleś e non credo per disposizioni vaticane ma piuttosto per seguire la sua coscienza, d’altronde analoga decisione fu presa dal suo successore Fernando Filoni, nella seconda guerra del Golfo iniziata nel marzo 2003. Una posizione peraltro in linea con chi, come Giovanni Paolo II, aveva tentato fino all’ultimo di evitare questa seconda offensiva. Operazione su cui a distanza di anni ci sono state molte prese di distanza.
Tra gli effetti deleteri di quella seconda guerra – a cui si aggiunse anni dopo la nascita dell’Islamic State, attivissimo a Mosul, nel Nord – si annovera la persecuzione dei cristiani, una vera e propria decimazione, dal dieci per cento del mio tempo si è scesi all’uno, meno di 500 mila. Una tristissima pagina di storia di cui non è esente da colpe la comunità internazionale.





