Da ex importatore in crisi a primo esportatore mondiale: la Russia guida il mercato del grano. Con oltre 85 milioni di tonnellate prodotte nel 2025 e il 20% dell’export globale, Mosca ha trasformato l’agricoltura in un pilastro strategico nazionale. Dalla crisi post-sovietica alla «rinascita rurale» voluta da Putin, riforme, credito e investimenti hanno rilanciato il settore. Restano sfide strutturali e climatiche, ma il grano russo oggi è anche uno strumento di influenza geopolitica.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
La corsa del grano russo non accenna a rallentare. Secondo la società Standard & Poor’s Global, nel 2025 la produzione di frumento in Russia è stimata in oltre 85 milioni di tonnellate, risultato in linea con gli ottimi livelli produttivi registrati negli anni precedenti. La Federazione si conferma così tra i quattro principali produttori di frumento al mondo, dopo Cina, India e Unione Europea. Non solo. Grazie a infrastrutture dedicate e a un basso consumo interno, la Russia detiene oltre il 20% dell’export mondiale, posizionandosi come primo esportatore globale.
Ma come ha fatto la Russia, che nel 1998 non riusciva nemmeno a sfamare la propria popolazione e beneficiava di pacchetti di aiuti alimentari del valore di 1,5 miliardi di dollari, a diventare il primo esportatore di grano al mondo?
Già nel periodo sovietico il settore agricolo era molto fragile: nei primi anni Trenta del secolo scorso la produzione cerealicola si ridusse di quasi il 30% a causa delle politiche di collettivizzazione forzata (che non trovarono consenso tra i contadini) e di periodi di siccità, causando tra i 5,7 e gli 8,7 milioni di vittime. I modelli produttivi organizzati da Josef Stalin in forma collettiva – i kolchoz (cooperative agricole) e i sovchoz (aziende agricole statali) – vedevano nello Stato il principale proprietario fondiario. Lo Stato sovietico non si limitava a controllare i prezzi dei fattori produttivi e dei prodotti: forniva anche specifiche forme di sussidio e gestiva i canali di approvvigionamento e distribuzione.

Come risultato, a partire dal 1963, le importazioni di cereali nell’Urss iniziarono a crescere vertiginosamente. In media 10 milioni di tonnellate all’anno negli anni Sessanta, 20 milioni negli anni Settanta fino ad arrivare a 36 milioni nell’ultimo decennio di vita dell’Urss. L’Unione sovietica fu quindi un importatore netto di cereali per 28 anni consecutivi fino al 1991. Il sostentamento della popolazione dipendeva inoltre dalle politiche alimentari sovietiche, che promuovevano il consumo di significative quantità di carne, destinando quindi la produzione e le importazioni cerealicole in buona parte non al diretto consumo umano, ma all’alimentazione animale.
La situazione si aggravò durante il primo e travagliato periodo della Federazione russa – «i selvaggi anni Novanta» (Лихи́е девяно́стые) – impressi in modo indelebile nella memoria collettiva del popolo russo e del mondo occidentale che da lontano osservava le interminabili code di persone in piedi davanti ai negozi di generi alimentari dagli scaffali vuoti. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il neonato stato russo si trovò ad affrontare la difficile transizione da un sistema economico rigidamente pianificato a un’economia di libero mercato.
Questa transizione fu gestita dalla presidenza di Boris Eltsin con la politica della cosiddetta shock therapy (terapia d’urto), che produsse una contrazione economica di proporzioni devastanti. Il prodotto interno lordo crollò di oltre il 40%, la produzione industriale di circa il 30% e l’inflazione per i prodotti agricoli, nel solo 1992, aumentò di oltre il 2500%. L’intero tessuto sociale fu investito da un processo di impoverimento rapido, generalizzato e diffuso, che mise in discussione la stabilità politica e istituzionale del Paese.
Mentre negli anni Ottanta l’Urss registrava una povertà di appena il 2%, negli anni Novanta in Russia il tasso di povertà crebbe fino a interessare tra il 39% e il 50% dell’intera popolazione. Anche la mortalità aumentò esponenzialmente: l’aspettativa di vita si ridusse di cinque anni e tra il 1991 e il 1999 la popolazione russa diminuì di oltre cinque milioni di persone. Ancora oggi questo fenomeno demografico è noto come «la croce russa» (Русский крест), per via della forma a X delle curve di natalità e mortalità, che in quegli anni si intersecarono provocando un sorpasso del tasso di mortalità su quello di natalità.
La difficile transizione finì così per generare un insieme multiforme e complesso di crisi – di carattere non solo economico ma anche sociale, culturale e identitario – che non risparmiò il settore agricolo. Con la dissoluzione dell’Urss, l’allevamento animale (principale destinatario della produzione e delle importazioni cerealicole) crollò rapidamente. Privato dei sussidi statali, il settore perse competitività, anche a causa del forte e diffuso impoverimento della popolazione, in un mercato interno ormai esposto alla concorrenza internazionale senza disporre di adeguati strumenti normativi, infrastrutturali, organizzativi e finanziari.

Tra il 1992 e il 2000, il patrimonio di bovini e suini diminuì della metà, mentre per gli ovicaprini di due terzi. La produzione cerealicola si dimezzò rispetto al periodo sovietico. Il calo maggiore si osservò nella coltivazione di cereali destinati ai mangimi (diminuita di due terzi), ma anche i prodotti agricoli destinati all’alimentazione umana si ridussero notevolmente (per i soli cereali il tasso di riduzione fu del 10%).
La transizione a un’economia di libero mercato trovò impreparata l’agricoltura russa. La presidenza Eltsin, grande promotrice delle privatizzazioni, nel tentativo di arginare il collasso del settore varò alcune riforme agrarie e fondiarie, sulla scorta di quanto già inizialmente realizzato dalla presidenza Gorbačëv, nella speranza di favorire la nascita di realtà imprenditoriali private in ambito agricolo.
I risultati di queste politiche furono però molto ridotti e la produzione primaria, come suddetto, si ridusse notevolmente, a forte discapito della capacità e qualità di nutrimento della popolazione. La neonata Federazione si trovò così in una situazione di forte deficit alimentare, tanto che dovette accettare significativi pacchetti di aiuti alimentari.
Il punto di svolta per il settore primario in Russia avvenne con il riconoscimento del ruolo strategico dell’agricoltura quale asset di primaria rilevanza nazionale, sancito dal famoso articolo «La Russia al cambio del millennio». Pubblicato il 30 dicembre 1999 a firma dell’allora primo ministro Vladimir Putin – che il giorno successivo sarebbe diventato presidente ad interim della Federazione – viene ancor oggi considerato una dichiarazione di volontà politica e di visione sul futuro della Federazione.
Nel testo, Vladimir Putin individua nello sviluppo di «una politica agraria moderna» uno degli obiettivi di primaria rilevanza strategica, sottolineando come «la rinascita della Russia sarà impossibile senza la rinascita delle aree rurali e dell’agricoltura» e la necessità «di una politica agraria che combini in modo organico le misure di assistenza e di regolamentazione statale con le riforme di mercato e dei rapporti di proprietà fondiaria».
A partire da quel momento, l’agricoltura russa non solo è diventata parte integrante della narrazione strategica, ma è stata oggetto di specifiche e lungimiranti politiche dedicate. Tra queste si ricordano in particolare l’istituzione nel marzo 2000 della Rosselkhozbank, la banca statale per l’agricoltura, con l’obiettivo di promuovere il credito nelle aree rurali e nei settori del comparto agricolo e alimentare ad alta intensità di immobilizzazioni, la crescita delle imprese, la modernizzazione dei macchinari e delle tecnologie e il project financing nel settore primario.

A tale provvedimento è seguito due anni dopo l’emanazione della legge federale sulla circolazione dei terreni agricoli, che disciplina il complesso tema della proprietà fondiaria agricola, regolamentandone il possesso, le forme di circolazione e di affitto. Il turnover dei terreni agricoli è basato sui principi di mantenimento della destinazione agricola, limiti alla concentrazione fondiaria, diritto di prelazione delle autorità pubbliche e dei comproprietari. La norma disciplina inoltre l’attività dei soggetti stranieri, ai quali non è consentito il possesso dei fondi rustici ma solo l’affitto.
Per ottenere i risultati odierni, la Federazione russa ha quindi varato specifici programmi statali per lo sviluppo dell’agricoltura, in particolare a partire dal 2006. Questi interventi promuovono l’incremento della produttività, l’ammodernamento delle infrastrutture e della meccanizzazione rurale e il potenziamento delle filiere agroindustriali.
Una pietra miliare che ha rafforzato la rilevanza strategica dell’agricoltura nella Federazione russa è stata l’adozione, nel 2010, della dottrina sulla sicurezza alimentare, durante la presidenza di Dimitrij Medvedev. Questo documento di indirizzi promuove la crescita del settore primario quale garanzia di indipendenza alimentare nazionale e di accessibilità fisica ed economica dei prodotti agricoli e alimentari a favore del popolo russo.
La Federazione ha stabilito dei parametri-soglia di autosufficienza: 95% per cereali e patate (che rappresentano la principale fonte calorica), 90% per latte e prodotti derivati, 85% per la carne e prodotti derivati, l’80% per zucchero, olio vegetale e prodotti della pesca e l’85% per il sale. La dottrina ha inoltre indicato degli obiettivi legati alla qualità e sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti alimentari.
Rinnovata nel 2020, presenta obiettivi ancora più sfidanti soprattutto in tema di sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti alimentari, vietando ad esempio l’importazione e distribuzione di organismi geneticamente modificati. Essa ha inoltre ampliato i parametri-soglia di autosufficienza e l’elenco dei beni agricoli e primari sottoposti a questo regime, includendo i prodotti orticoli e la frutta, nonché la produzione nazionale delle sementi delle principali colture agrarie. La nuova dottrina promuove inoltre l’export agricolo, in particolare nell’Unione economica euroasiatica.

Questa riconfigurazione dell’agricoltura quale asset strategico non è stata solamente formale o una mera dichiarazione di volontà politica: al contrario ha avuto, e ha tutt’oggi,- un notevole riflesso nell’economia reale. Tra il 2000 e il 2008, il valore nominale della produzione agricola è aumentato del 330%. La produzione di grano è passata da 34 milioni di tonnellate nel 2000 al record di 104 milioni nel 2022 – stabilizzandosi poi a circa 90 milioni – con un incremento di quasi il 200%, trasformando la Russia da un importatore netto di cereali al principale esportatore mondiale di frumento.
Risulta di interesse non solo l’analisi delle le principali coltivazioni, ma anche quanto avviene per colture minori: ad esempio i piccoli frutti (lamponi, mirtilli, fragole, ecc.) vedono una crescita costante, con stime di aumento per quest’anno del 15%. Anche la viticoltura è un settore in crescita, con piani di aumento della superficie vitata di 7 mila ettari all’anno, in particolare nelle aree vocate nel comprensorio del mar Nero.
Come avviene per tutti i processi caratterizzati da un elevato grado di complessità, lo sviluppo dell’agricoltura russa non è stata lineare, per aspetti sia di carattere climatico, sia geopolitico, in particolare a partire dal 2014, con l’imposizione delle sanzioni internazionali e delle relative contro-sanzioni. In ogni caso, va evidenziato che anche in anni di stagnazione dell’economia russa, il settore agricolo è significativamente cresciuto.
Investire sulla crescita del settore primario non significa allocare risorse solamente nella produzione reale, ma anche nei servizi connessi, nella ricerca, nelle infrastrutture di trasporto e commercio e nella filiera alimentare. In questo contesto, la Federazione ha promosso specifici interventi strutturali. Si può citare ad esempio che la Russia è divenuta leader mondiale nella produzione e nell’export di fertilizzanti agricoli, che sono indispensabili per garantire la produzione alimentare globale.
Non solo. Attualmente il sistema scientifico russo nel settore agricolo conta circa 10 mila ricercatori dislocati in 235 istituti di ricerca e 57 università agrarie, coordinati dal Ministero della Scienza e dell’Istruzione Superiore e dal Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Accademia Russa delle Scienze. I programmi di ricerca spaziano dall’innovazione tecnologica, al miglioramento generico, alla bioeconomia, anche se alcuni studi indicano un gap rispetto ad altri Paesi.

La rivalutazione del settore primario non ha solamente una valenza interna quale elemento di stabilità alimentare e di accesso ai prodotti agricoli. Svolge un ruolo centrale anche nel campo delle relazioni internazionali. La Russia è diventata il primo player globale nell’export di frumento, nonché uno dei maggiori esportatori di prodotti per l’agricoltura (tra i quali i fertilizzanti). Questi fattori conferiscono alla Federazione un peso geopolitico molto significativo, poiché Mosca è in grado di definire i mercati di allocazione delle commodities agricole e i relativi prezzi, da cui dipende la stabilità alimentare delle nazioni, in particolare quelle più povere.
In questo contesto, l’export cerealicolo della Russia è orientato verso Africa e Medio Oriente. Non si tratta solamente di commercio: nel 2024 la Federazione russa ha donato centinaia di migliaia di tonnellate di frumento ad alcuni Paesi del Sahel, del Corno d’Africa e dell’Africa australe. Un gesto umanitario, ma con una forte valenza simbolica e politica, in un’area del mondo cruciale per posizione geografica, sviluppo demografico e ricchezza di risorse energetiche e minerarie.
È inoltre di significativo interesse osservare come la Federazione russa abbia puntato su produzioni agricole dedicate al diretto consumo alimentare. Si tratta di una precisa scelta geopolitica: produrre frumento (e altri prodotti vegetali) significa valorizzare il prodotto agricolo per l’alimentazione di base delle popolazioni. Al contrario, investire in grandi produzioni dedicate all’alimentazione animale quali il mais o la soia, come avviene negli Stati Uniti d’America, significa mirare al settore zootecnico, di più alto valore aggiunto, ma con minori ricadute dirette sulla disponibilità alimentare globale. I Paesi con redditi più ridotti hanno interesse ad acquistare cereali per l’alimentazione umana, non carne o latticini.

Nonostante la crescita imponente e l’attenzione politica dedicata al settore, l’agricoltura russa presenta ancora molte sfide. Da un lato vi sono problematiche tecniche, ad esempio nella meccanizzazione rurale: lo stesso Ministero dell’agricoltura russo ha indicato la forte dipendenza dalle importazioni, fino oltre al 50% per alcuni macchinari. Inoltre l’agricoltura russa dipende ancora parzialmente dall’estero nel settore sementiero, anche se ha realizzato specifici investimenti in questo settore così strategico.
Vi è poi una carenza strutturale nella filiera agroalimentare, che pone la Russia nella condizione di essere un grande produttore di materie prime agricole, che vengono esportate, ma allo stesso tempo un grande importatore di prodotti alimentari lavorati. Questa articolazione pone due principali problematiche: da un lato il valore aggiunto della trasformazione alimentare non resta sul territorio nazionale, dall’altro essa accentua la dipendenza da mercati esteri per prodotti alimentari. Nel 2018 la bilancia commerciale tra esportazioni di prodotti agricoli e importazione di prodotti alimentari era ancora negativa, anche se in calo.
Il settore agricolo russo deve fare i conti anche con alcuni trend antropologici di carattere globale, condivisi da molte altre nazioni. Per esempio, l’abbandono e lo spopolamento delle aree rurali per imposizione di un modello dominante urbanocentrico, che spinge sempre più persone, in particolare giovani, verso i grandi agglomerati urbani. Non si tratta solo di aspirare a migliori prospettive di vita, come avveniva in passato, ma è in gioco un fenomeno di matrice culturale nel quale le città diventano fattori di riconoscimento simbolico. Da ultimo va evidenziato il problema climatico, che pone sfide nell’ambito dell’approvvigionamento idrico per le coltivazioni, ma crea anche opportunità, in particolare derivanti dalle nuove aree coltivabili in Siberia e nell’estremo oriente russo a causa dell’aumento delle temperature.
In conclusione, è interessante evidenziare il legame tra la dottrina sulla sicurezza alimentare e la più ampia strategia di sicurezza nazionale russa. Quest’ultima definisce i principi, gli obiettivi e le priorità per garantire l’integrità territoriale, la stabilità politica, la resilienza economica e la protezione sociale dello Stato. L’inserimento del settore primario all’interno della strategia di sicurezza nazionale promuove l’autonomia alimentare della Federazione, non in senso autarchico, ma strategico.
La differenza è significativa: l’autarchia (da autos «stesso» e arkeo «bastare»), è il «tentativo da parte di un Paese di rendersi autosufficiente rinunciando agli scambî con l’estero». Ma questa non è la prospettiva russa, che invece identifica nell’autonomia (da autos «stesso» e nomos «regola») la propria strategia politica agricola. In altre parole, un’autonomia che mira alla sovranità alimentare nazionale, soprattutto in un periodo di crescenti tensioni geopolitiche, e alla possibilità di decidere dove destinare un bene fondamentale per la sopravvivenza di tutte le civiltà.
In questo contesto, l’agricoltura non è un settore esterno al mercato – come in epoca sovietica – ma è un settore nel quale lo Stato russo definisce i propri indirizzi strategici. Non a caso, in un intervento pubblico durante la Giornata dei lavoratori agricoli, il 12 ottobre, Vladimir Putin ha affermato che oggi la Russia non solo è autosufficiente in materia alimentare, ma è anche «tra i principali fornitori mondiali» di cereali, olii vegetali, pesce e dolciumi, «apprezzati in oltre 160 Paesi nel mondo».
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