L’analisi di scenario della Rand Corporation sul conflitto in Ucraina, spesso citata ma poco conosciuta dal grande pubblico, ha suscitato dibattiti sull’efficacia delle strategie occidentali contro la Russia. Il generale Francesco Cosimato ne analizza contenuti e logiche, evidenziando le discrepanze tra pianificazione teorica e realtà operativa sul campo. Tra prospettive di supporto militare, sanzioni economiche e operazioni di influenza, emerge come anche piani ben strutturati possano fallire di fronte alla complessità della guerra. Confermando il principio militare secondo cui «nessun piano resiste al nemico».
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Nota introduttiva
Il cosiddetto «piano Rand» sull’Ucraina è al centro di accesi dibattiti. Alcuni analisti lo presentano come una vera e propria strategia operativa degli Stati Uniti contro la Russia, altri ne ridimensionano la portata, sostenendo che si tratta di ipotesi teoriche. Quanto alla Rand Corporation, ha liquidato la lettura critica del suo documento come un «idrante di falsità», chiarendo che i propri studi sono analisi di scenario, non piani d’azione segreti.
Resta il fatto che il documento ha avuto e ha tuttora ampia circolazione tra decisori politici, funzionari e analisti. Per offrire un quadro completo delle sue implicazioni, Krisis presenta un’analisi firmata dal generale Cosimato, che illustra le logiche militari e strategiche in gioco. E aiuta a capire come funzionano le dinamiche tra pianificazione, realtà operativa e interessi geopolitici.
Il vertice di Anchorage, pur se di difficile interpretazione, ci dice chiaramente che gli Stati Uniti hanno voltato pagina. L’America di Joe Biden era convinta di poter sconfiggere la Russia usando la vecchia tecnica della guerra per procura mediante l’Ucraina. L’America di Donald Trump, votato dai suoi elettori per far finire la guerra, ha abbandonato questo piano. A Washington, evidentemente, si teme più la Cina che la Russia. Inoltre, il consolidarsi dei Brics pone problemi più seri di quelli della guerra in Europa.
Non pare neppure che, come all’epoca della Guerra fredda, masse di cittadini russi vengano in Occidente perché stanno meglio da noi. L’espansione dell’Occidente è finita e, in particolare, l’Europa appare incapace di svolgere un ruolo significativo.
Fino al 2022 c’era un Occidente che pensava di battere la Russia. Ci è stato detto che l’Ucraina avrebbe vinto e che la dirigenza russa sarebbe stata sconfitta. Esisteva una sorta di piano d’azione, anche se era noto solo in alcuni ambienti ristretti e riservati della dirigenza liberal in Usa e nella Ue. Quel documento si trova su Internet, ma ce ne siamo accorti solo dopo l’inizio della guerra.
Il documento che esaminiamo qui è abbastanza noto fra gli addetti ai lavori, ma è generalmente sconosciuto al grande pubblico. Si tratta di uno studio della società Rand Corporation, uno dei tanti «carrarmati del pensiero», i think tank, di cui pullula l’Occidente, ma che, negli Stati Uniti, hanno un posto molto rilevante, importanti finanziamenti pubblici e grande audience nell’amministrazione americana, almeno quella liberal.
Frotte di analisti e commentatori si rifanno a questo studio, talora semplificandone eccessivamente le conclusioni. Il documento in argomento si chiama «Overextending and unbalancing Russia», disponibile al seguente link, questo documento, insieme allo «US – Ukraine charter on strategic partnership», disponibile a quest’altro link, riflette l’approccio adottato dall’amministrazione americana Biden a guida democratica.
I due documenti hanno posto l’accento su strumenti di pressione e contenimento nei confronti della Russia, chiaramente indicata come nazione da «sovraesporre» e «sbilanciare». Il primo documento è dell’aprile 2019, mentre il secondo è del novembre 2021, ultimo di una serie che inizia, però, nel 2008.
I tempi in cui questi documenti sono stati redatti scardinano la retorica dell’aggressore e dell’aggredito, tanto cara ai media occidentali e tanto incontestabile ancora oggi sotto pena di essere dichiarati putiniani nel democraticissimo, ma orwelliano, Occidente. Le date, tuttavia, parlano chiaro. La guerra in Ucraina si è sviluppata lungo direttrici che ricalcano alcune ipotesi già discusse nello studio Rand, redatto prima del 2022, anche se quello studio era un’analisi di scenario e non un piano operativo.

Il destino ha voluto, come previsto dall’Arte militare, che le cose andassero diversamente da quanto pianificato. Contrariamente a quanto previsto, Vladimir Putin ha mantenuto il controllo del Paese e le truppe russe hanno continuato ad avanzare in Ucraina.
Generazioni di ufficiali, soprattutto dell’Esercito, hanno dovuto metabolizzare il concetto che è relativamente facile, in fase di pianificazione, stilare un piano operativo per battere il nemico. Altra cosa è verificare il cosiddetto «scostamento», cioè la differenza tra quanto pianificato e quanto poi realmente avviene sul campo all’atto della realizzazione del piano. Per tale motivo, il titolare della cattedra di Tattica, una delle branche dell’Arte militare, ci ripeteva al Corso di Stato maggiore che «nessun piano resiste al nemico» che, come guidato da un destino cinico e baro, passa sempre dove vuole lui e mai dove vogliamo noi.
Secondo la metodologia anglosassone, il documento della Rand Corporation si basa su un’analisi molto accurata e di stampo manageriale. Se si vanno a leggere le «opzioni geopolitiche» presenti in una inquietante matrice di probabilità, viene chiaramente indicato che «fornire aiuto letale all’Ucraina» (cioè trasferire armamenti) ha una «moderata probabilità di successo» contro la Russia, «alti benefici» ma anche «alti costi e rischi». Viene da chiedersi perché si sia deciso di fornire questi armamenti, data la valutazione della situazione. Evidentemente i rischi erano così alti che hanno portato alla sconfitta in corso.
La seconda opzione riguarda la «fornitura di supporto ai ribelli siriani», anche questa definita operazione ad alto rischio. La terza opzione è quella di proporre una non meglio specificata «liberalizzazione in Bielorussia», anch’essa classificata ad alto rischio. Nella matrice con le opzioni economiche leggo un’involontaria ironia allorché si afferma che «imporre sanzioni ai commerci e alle transazioni finanziarie» avrebbe dovuto avere alte probabilità di successo, alti benefici ed alti rischi. Mi pare che i russi, pur in difficoltà, se la passino meglio di noi europei, che non siamo considerati, se non minimamente.
Una tabella interessantissima è quella relativa alle «communications», cioè alla propaganda. La matrice inizia parlando di «diminuire la fiducia degli elettori nel sistema di votazione russo». Non so quanto sia legale fare azioni del genere (credo proprio che non si dovrebbe), soprattutto da parte di un Paese, gli Stati Uniti, in cui è saltata fuori la costruzione di false accuse ai russi in occasione della prima elezione di Trump. Un caso che la direttrice della comunità d’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, ha recentemente denunciato e che, per le sue accuse a Barack Obama, finirà presumibilmente davanti ai giudici.
Il secondo punto ipotizzato dalla Rand Corporation è quello di «creare la percezione che il regime russo non persegue l’interesse pubblico», cosa che però avrebbe «bassa probabilità di successo» e «costi e rischi alti». Sarà per questo che la propaganda occidentale demonizza qualsiasi cosa riguardi i russi… Il terzo, e più aberrante, punto è quello di «incoraggiare pubbliche proteste ed altre forme di resistenza non violenta». Forse gli estensori speravano che non sarebbero degenerate come quelle di Piazza Maidan a Kiev.

In buona sostanza, l’Occidente, oltre a ritenersi nel giusto, si ritiene in diritto di interferire nel dibattito politico di altre nazioni sostenendo, anche tramite agenzie governative come Cia o Usaid oppure ong, iniziative che finiscono per tutelare gli interessi statunitensi anche oltre i confini nazionali, in taluni casi fino all’eversione. Si badi che non stiamo parlando del dibattito in Ucraina, misfatto già avvenuto, ma di azioni da compiere direttamente in Russia.
Per quanto concerne le opzioni in campo aereo e nucleare, una matrice suggerisce di ridispiegare mezzi aerei e aumentare le armi nucleari tattiche, cosa che avrebbe, vivaddio, «rischi alti» e probabilità di successo «basse o moderate». Chi pensa al concetto di successo in una guerra nucleare tattica, è bene ricordarlo, può essere solo pazzo. Riguardo alla parte terrestre, il documento suggerisce di tenere esercitazioni Nato ai confini con la Russia, cosa che è stata peraltro fatta, anche se ritiene che il rischio sia «alto».
Questo studio mostra il funzionamento reale del potere in Occidente, con le sue ramificazioni nei media e nel rapporto con la pubblica amministrazione. In estrema sintesi: qualche organismo «riservato» enuclea organismi di «produzione del pensiero» (cosa che a noi comuni mortali viene resa difficile), i quali influenzano la cosa pubblica in nome di interessi privati o particolari.
Lo studio rivela una contraddizione tra i principi dichiarati di democrazia e libertà e la logica degli interessi strategici. E i principi di democrazia e libertà che si sbandierano in Occidente e che dovrebbero marcare una differenza con i Paesi «autocratici», appaiono solo vuote enunciazioni al servizio di interessi gretti.
Il diritto internazionale, in conseguenza di ciò, è svuotato di significato. Perché una potenza egemone, gli Stati Uniti, si riserva di intervenire per i propri interessi in qualsiasi parte del pianeta, magari accusando gli altri di aver violato la Carta delle Nazioni Unite. Rammento che gli Stati Uniti hanno dichiarato più volte di non riconoscere la Corte penale internazionale e di considerarla utile solo per perseguire i loro avversari.
Il documento in argomento trova la sua realizzazione nell’altro documento che abbiamo citato, «US – Ukraine charter on strategic partnership». Si tratta di un documento politicamente vincolante tra Usa e Ucraina, che viene stipulato bilateralmente per salvaguardare la pace in Europa, ma in cui l’Unione Europea non è coinvolta. Sulla base di quest’iniziativa – che prevedeva assistenza politica, economica e militare – si sono poste le condizioni che hanno contribuito all’escalation poi sfociata nella guerra in Europa. Una scelta che lascia aperti enormi interrogativi sulla capacità di previsione degli alleati.
In ultima analisi, sarebbe bene che anche nei Paesi membri dell’Unione Europea si aprisse un dibattito sull’utilità di supportare un conflitto voluto da una élite americana ormai battuta alle elezioni. Così come è cambiata la politica americana, anche quella della maggioranza dei Paesi europei dovrebbe cambiare, visti anche i risultati delle ultime elezioni europee e nazionali
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