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    Home»Dossier»Caso Epstein
    Caso Epstein

    La rete dell’impunità di Epstein: un prezzo pagato con il sangue

    Follow the money: seguendo la lezione di Giovanni Falcone, Krisis ha mappato il sistema del più potente predatore sessuale del mondo.
    Maria Pappinidi Maria Pappini27 Agosto 202515 Minuti di lettura
    «Isle of the Dead» dipinto da Arnold Böcklin nel 1880. Wikimedia Commons. Public Domain.
    «Isle of the Dead» dipinto da Arnold Böcklin nel 1880. Wikimedia Commons. Public Domain.
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    Almeno 130 milioni di dollari spesi per jet, ville, avvocati, donazioni e silenzi. Un network costruito per occultare, corrompere, intimidire. Ogni bonifico era un favore. Ogni spesa, una protezione. Ogni firma, un vincolo. Krisis ha ricostruito i flussi e le destinazioni del denaro che per oltre 20 anni hanno alimentato la macchina Epstein. Un sistema che non puntava a accumulare ricchezza, ma a distribuirla con chirurgica precisione, per comprare protezione e cancellare tracce. Seguire i soldi – come insegnava il giudice Giovanni Falcone – significa leggere la vera mappa del potere: chi sapeva, chi ha incassato fingendo di non sapere, chi ha scelto il silenzio. Perché il crimine era negli atti, ma l’impunità era nel sistema.

    Quarta puntata della serie  “Il caso Epstein, l’uomo al centro della rete”

    Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:

    Jeffrey Epstein non si è limitato a costruire una rete. Ha costruito una macchina. Precisa, costosa, instancabile. Un aereo che attraversava confini. Un’isola che cancellava le regole. Una fila di ragazze troppo giovani per sapere a cosa andavano incontro. E attorno, volti famosi, firme preziose, dediche con l’inchiostro indelebile.

    Ma dietro ogni stanza insonorizzata, ogni porta chiusa a chiave, ogni sorriso su carta intestata, c’era un prezzo. Il sistema non era gratuito. Era sorretto da milioni di dollari versati per non vedere, non sapere, non parlare.

    Abbiamo seguito i voli. Abbiamo contato le vittime. Abbiamo tracciato gli inviti e raccolto le dediche. Adesso resta la domanda più semplice da pronunciare, ma cui è più difficile rispondere. Quanto è costato tutto questo?

    Non si tratta di numeri. Si tratta di struttura. Di come il potere si costruisce, si protegge, si tramanda. Capire perché Jeffrey Epstein ha potuto fare quello che ha fatto per così tanto tempo significa guardare sotto la superficie delle cronache giudiziarie. Dove tutto sembra emergere, ma quasi nulla si risolve. 

    La risposta non sta nei tribunali. Sta nei meccanismi. Nei bonifici mascherati da consulenze. Nei trust blindati pensati per non lasciare tracce. Nei milioni fatti scorrere attraverso università, fondazioni, laboratori. Non era beneficenza. Era legittimazione. Una rete di protezioni costruita pezzo per pezzo, dove ogni pagamento diventava un vincolo, un’assicurazione, una garanzia. Il crimine è stato nei gesti. Ma l’impunità era nel sistema.

    Seguire i soldi non è una conclusione. È l’inizio della vera mappa. Quella che dice chi sapeva. E chi ha incassato per fingere di non sapere. Epstein non aveva una società quotata. Non aveva clienti visibili, né bilanci pubblici. Eppure, per oltre 20 anni, ha ricevuto centinaia di milioni di dollari da uomini troppo potenti per fare domande e da imprese troppo rispettabili per lasciar traccia.

    Tutto cominciò con un truffatore. Steven Hoffenberg, Towers Financial Corporation. Uno schema Ponzi da quasi mezzo miliardo di dollari, costruito negli anni Ottanta. Epstein, allora trentenne, era il consigliere ombra, l’uomo delle strategie fiscali, dei conti cifrati, dei trust a scomparsa. 

    Quando, nel 1994, l’FBI chiuse il cerchio, Steven Hoffenberg finì dove finiscono quasi tutti i truffatori: in carcere. Jeffrey Epstein no. Uscì di scena senza graffi, senza verbali, senza impronte. Ma da quelle stanze portò via molto più di un incarico: portò via un metodo. 

    Aveva osservato, ascoltato, assorbito. Aveva imparato come farsi pagare senza mai emettere ricevute, come far sparire una cifra senza muovere un dollaro, come costruire una rete senza lasciare una firma. Come nascondersi, non scappando, ma restando al centro. Invisibile e intoccabile.

    Non c’erano solo bonifici. C’erano email. Centinaia. Alcune con emoji. Altre con nomi in codice. Altre ancora con riferimenti che oggi suonano come sceneggiature per adulti travestite da fiabe per bambini. Jes Staley non era un cliente qualunque di Jeffrey Epstein. Era un insider. Un confidente. Un alleato. Per anni, da dirigente di JPMorgan prima e da Ceo di Barclays poi, mantenne un contatto diretto con Epstein, anche dopo la condanna del 2008 per sfruttamento sessuale di minori.

    Jes Staley durante un incontro con il Primo ministro inidiano Shri Narendra Modi, a New Delhi, il 20 luglio 2016. Foto Press Information Bureau on behalf of Prime Minister's Office, Government of India. Public Domain.
    Jes Staley durante un incontro con il Primo ministro inidiano Shri Narendra Modi, a New Delhi, il 20 luglio 2016. Foto Press Information Bureau on behalf of Prime Minister’s Office, Government of India. Public Domain.

    In una causa civile intentata dalle vittime, il Dipartimento di Giustizia delle Isole Vergini ha reso pubblico uno scambio di email tra Staley ed Epstein in cui si parlava di «Principesse Disney» e con toni eufemisticamente allusivi. In un messaggio del 2010, Staley scriveva: «Abbiamo bisogno di parlare di quel tema: è da troppo che non ci vediamo. Hai un’idea per chi potrebbe interpretare Biancaneve?». Epstein rispondeva: «Certo. Una ce l’ho. È davvero speciale».

    Questi scambi non erano battute da executive in vacanza. Erano il lessico riservato di un’élite che sapeva benissimo con chi stava parlando e di cosa. JPMorgan, secondo la class action poi chiusa con una transazione da 290 milioni di dollari, avrebbe permesso a Epstein di utilizzare conti correnti della banca per inviare denaro a donne e ragazze abusate, in modo sistematico, per anni.

    Staley si è sempre dichiarato estraneo ai crimini dell’amico, ma il contenuto delle comunicazioni e il tono utilizzato – definito «intimo e costante» dal tribunale – ha portato nel 2021 alle sue dimissioni da Barclays. Non era una consulenza. Era un rapporto. E il rapporto valeva protezione, accesso, garanzie. Epstein non riceveva solo denaro. Riceveva copertura. Riceveva fedeltà. E in cambio offriva la sola cosa che davvero sapeva garantire: invisibilità.

    Glenn Dubin era uno degli uomini più rispettati di Wall Street. Ebreo, fondatore dell’hedge fund Highbridge Capital, poi venduto a JPMorgan per 1,3 miliardi di dollari, apparteneva a quella categoria di miliardari che non amano esporsi, ma controllano tutto. Sua moglie, Eva Andersson-Dubin, ex Miss Svezia ed ex fidanzata di Epstein, era medico, imprenditrice e membro stimato dei consigli di amministrazione dei grandi ospedali di New York. Insieme formavano la coppia perfetta: potere, bellezza, rispettabilità.

    Jeffrey Epstein era il loro ospite abituale. Non negli anni Novanta. Non nei primi 2000. Ma dopo la sua condanna del 2008. Dopo che era stato incriminato come predatore sessuale. Dopo che le prime denunce avevano già rivelato lo schema di reclutamento. Eva Andersson lo definiva ancora «un amico di famiglia» e dichiarò sotto giuramento che non avrebbe mai lasciato sola la propria figlia in presenza di un uomo se avesse creduto che fosse pericoloso.

    Ma le testimonianze raccontano un’altra storia. Virginia Giuffre dichiarò che era stata costretta ad avere rapporti con Glenn Dubin quando era ancora minorenne e che il traffico proseguì anche dopo che lui e sua moglie erano perfettamente a conoscenza della relazione tra Epstein e ragazze giovanissime.

    Ritratto di Glenn Dubin del 13 settembre 2010. Foto di Psmckiernan. Licenza CC BY-SA 3.0.
    Ritratto di Glenn Dubin del 13 settembre 2010. Foto di Psmckiernan. Licenza CC BY-SA 3.0.

    Dubin ha negato tutto. Nessuna accusa formale è mai stata depositata. Ma il suo nome continua a riemergere ogni volta che si tenta di capire chi, attorno a Epstein, sapesse. E perché nessuno abbia parlato.

    Nel 2009, Epstein fu invitato nel giorno di Ringraziamento a casa dei Dubin a Palm Beach. Eva Andersson-Dubin scrisse alla sua ufficiale di libertà vigilata assicurando che si sentiva «100 % a suo agio» con la presenza di Epstein attorno ai loro figli, allora adolescenti. Questo manteneva in piedi una relazione di fiducia che sfidava le convenzioni sociali e legali del caso.

    Non era solo tolleranza. Era coabitazione. E in un sistema basato sulla fiducia muta, la normalizzazione anche dopo la condanna vale più di una dichiarazione giurata. Glenn ed Eva Dubin non erano semplici conoscenti per Epstein. Erano una delle più solide architravi di quella parte di società che non vede scandalo finché l’apparenza regge.

    Ma in un sistema così perfetto, nulla entrava per restare. Il denaro non si accumulava: circolava. Fluiva come sangue in un corpo che doveva restare vivo, efficiente, silenzioso. Serviva a proteggere. A corrompere. A reclutare. A pagare. A volte bastava per comprare il silenzio. Altre volte era solo un modo più elegante per nascondere la violenza sotto il velluto.

    Jeffrey Epstein non era un miliardario nel senso classico. Non collezionava ricchezza. La distribuiva. In modo chirurgico, selettivo, strategico. Ogni spesa era una funzione del sistema. La villa per accogliere. Il jet per spostare. I legali per deviare. Le ragazze per servire. Gli agenti per intimidire. I contanti per non lasciare tracce. E poi le università, le fondazioni, gli uffici nelle torri dell’élite: non ornamenti, ma strumenti. Non status symbol, ma meccanismi di garanzia.

    Seguire i soldi in uscita significa risalire alla struttura del crimine. Perché ogni dollaro speso è una prova in meno. Un testimone in meno. Un favore in più. E allora bisogna chiederselo davvero, senza più giri di parole: quanto costa l’impunità? Non in teoria. Non come metafora. Ma in milioni, nomi e corpi.

    Krisis ha ricostruito le principali destinazioni di quel denaro partendo da registri di volo, documenti giudiziari e atti ufficiali del Department of Justice delle Isole Vergini. Si stimano oltre 300 milioni di dollari di transazioni riconducibili a Epstein tra il 1998 e il 2019. In 22 anni, almeno 130 milioni di dollari sono stati impiegati per mantenere attivo il sistema. Quasi 6 milioni di dollari l’anno.

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    Ma le cifre reali raccontano un’altra storia: negli anni di massima attività – tra il 2001 e il 2008 – i costi operativi superarono i 10 milioni l’anno. Voli, residenze, pagamenti in contanti, avvocati. Nulla era statico. E nulla era gratuito. Non si tratta di contabilità. Si tratta di un’anatomia del potere.

    Il volo era la spina dorsale del sistema. Il jet privato «Lolita Express» non era un lusso da élite. Era il confessionale mobile di un potere senza testimoni. Tra il 2000 e il 2005, l’aereo volava in media 150 volte l’anno. Nessun passeggero registrato ufficialmente. Nessuna dogana. Solo decolli e atterraggi in località selezionate: Palm Beach, New York, Parigi, Santa Fe, St. Thomas, Londra. 

    Il registro di volo originale documenta oltre 1.400 tratte tra il 1991 e il 2019. Il costo stimato per ogni tratta oscillava tra 10 mila e 40 mila dollari. Solo nel 2002, Epstein effettuò 169 voli. Solo per quell’anno, la spesa si aggira ben oltre i 4 milioni di dollari. Considerando manutenzione, equipaggio, hangar, assicurazioni e spese aeroportuali, il jet è costato almeno 2,5 milioni di dollari l’anno in media, per un totale superiore ai 50 milioni sull’intero arco temporale.

    Il jet spostava i corpi. Le case li assorbivano. E li facevano sparire tra i corridoi ovattati. Non erano residenze. Erano scenografie operative. Presidi di controllo, stanze di complicità, teatri del potere occulto. Il lusso non era un vezzo. Era parte dello spettacolo. Moquette spessa per attutire i passi, pareti insonorizzate per contenere i segreti, marmi lucidati per rassicurare chi entrava e intimidire chi guardava. Ogni dettaglio era calcolato: non per accogliere, ma per dominare.

    Epstein ne possedeva almeno sei. A Manhattan, il palazzo al 9 di East 71st Street – dono personale di Leslie Wexner, di Victoria’s Secret – era il cuore logistico: un edificio che sembrava uscito da un film di Kubrick, con salotti muti e occhi elettronici.

    A Palm Beach, la villa funzionava come punto di smistamento: un flusso costante di ragazze, voci basse, cancelli sempre chiusi. In New Mexico, il ranch Zorro. 33.000 acri nel nulla. Nessun vicino, nessun controllo. Solo polvere, cielo e cancelli. Un eliporto per gli arrivi. Stanze appartate, progettate su misura. E un’idea che Epstein condivideva solo con ospiti super selezionati, tra brindisi e pseudoscienza. Trasformare il ranch in un centro di riproduzione. Non in senso metaforico: letterale.

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    Epstein voleva ingravidare decine di donne contemporaneamente, per «seminare il proprio Dna» e lasciare un’impronta genetica nel futuro dell’umanità. Lo raccontava con naturalezza, come si racconta una visione del proprio futuro. Diceva che era filantropia, che era scienza. Ma era un’ossessione travestita da visione. Una fantasia eugenetica senza etica né controllo, alimentata dal denaro e dal delirio di grandezza.

    Secondo quanto rivelato dal New York Times, alcuni scienziati furono attratti dai finanziamenti promessi. Ascoltarono, valutarono, alcuni persino accettarono gli inviti. Nessun esperimento documentato. Nessuna prova concreta che il piano sia mai stato attuato. Ma i colloqui, i progetti, le intenzioni ci sono stati. E bastano a disegnare l’abisso.


    E poi Little St. James: l’isola. Ridisegnata da zero, trasformata in santuario privato. Dormitori. Piscine. Banchine. Tunnel sotterranei. Telecamere. Un mondo separato, costruito per non dover rendere conto a nessuno. Le spese di manutenzione superavano i 3 milioni di dollari l’anno. Solo per tenere tutto in funzione: personale fidato, sicurezza privata, trasporti riservati, tasse locali, utenze, manutenzioni straordinarie.

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    Una cifra enorme, moltiplicata per ogni proprietà. E le proprietà erano almeno sei. Su un arco temporale di oltre 20 anni, la stima minima complessiva sfiora i 40 milioni di dollari. Ma è solo un calcolo prudente, quello ricavabile dai registri fiscali, dai contratti noti, dalle testimonianze ufficiali. 

    Chi ha lavorato davvero dietro quelle mura — autisti, domestici, addetti alla sorveglianza, architetti, ex collaboratori — parla di un altro ordine di grandezza. Costi occulti. Bonifici paralleli. Interventi improvvisi, in contanti. La cifra reale, dicono, è molto più alta. E anche ammesso che si potesse stimarla, non si conterebbe solo in denaro. Perché quei luoghi non servivano a custodire ricchezza. Servivano a custodire segreti. E a cancellare tracce.

    Poi c’erano le ragazze. Le testimonianze emerse nei processi Giuffre v. Maxwell e US v. Epstein parlano di pagamenti in contanti tra 200 e 1.000 dollari per incontro, raddoppiati se portavano nuove reclute. Alcune ricevevano biglietti aerei, cure mediche, telefoni, alloggi. 

    Secondo il Dipartimento di Giustizia, oltre 1.000 vittime sono passate per il sistema Epstein. Anche stimando che solo la metà abbia ricevuto forme di pagamento o supporto, i costi si aggirano tra i 5 e i 10 milioni di dollari. Denaro in nero, senza ricevute. Ma ogni banconota era un documento. Il contratto implicito della rimozione.

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    La macchina andava difesa. Epstein si affidò ai migliori penalisti del Paese, da Alan Dershowitz a Ken Starr fino a Roy Black, e pagò a peso d’oro ogni intervento, ogni lettera, ogni compromesso. Un rapporto di bdnews24.com indica che le spese legali sostenute per chiudere i suoi conti superarono i 30 milioni di dollari, suggerendo una dimensione più ampia e più oscura di quanto si possa immaginare. Ma quel sistema legale era solo una parte del muro: investigatori privati, ex agenti Fbi, società di sicurezza, pedine, minacce. Una rete nella rete.

    E poi la reputazione. Epstein donò 9 milioni di dollari a Harvard, ottenendo un ufficio e l’accesso ai circoli che contano. Il MIT Media Lab ricevette altri 850.000 dollari, occultati attraverso causali fittizie e intermediari compiacenti, come rivelato da Ronan Farrow sul New Yorker. Si parla di almeno 12–15 milioni di dollari in donazioni strategiche. Non beneficenza. Piuttosto: assicurazione reputazionale.

    Totale: almeno 130 milioni di dollari spesi in 21 anni. Una media di sei milioni di dollari l’anno. All’apparenza, non una cifra folle. Non è il bilancio di una banca né il patrimonio di una holding. Ma qui non c’erano utili da dichiarare. Né prodotti da vendere. C’era un solo uomo. Nessuna azienda. Nessun cliente. Solo una macchina da alimentare, giorno dopo giorno. 

    E per 21 anni, ogni mese, qualcuno veniva pagato. Per spostare. Per proteggere. Per cancellare. Con picchi invisibili, difficili da stimare, e spese che sfuggono a ogni rendiconto. Perché quei sei milioni all’anno sono solo la parte ufficialmente documentabile. La parte emersa.

    Il resto – bonifici paralleli, contanti, favori – non compare nei conti. Ma ha fatto girare l’ingranaggio. E quando lo si guarda da vicino, si capisce: quei sei milioni non erano pochi. Erano il minimo per mantenere il silenzio.

    Jeffrey Epstein fu trovato morto il 10 agosto 2019 nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di New York. Due giorni prima, aveva firmato il suo testamento. L’8 agosto 2019, chiuso nella sua cella, sigillò l’ultimo atto della sua impunità. Non un gesto impulsivo. Non un addio. Piuttosto, un’operazione di architettura patrimoniale, calcolata con la stessa precisione dei trust e dei bonifici che avevano sorretto il sistema per oltre 20 anni.

    L’intero patrimonio — stimato in oltre 577 milioni di dollari — venne trasferito in un veicolo fiduciario riservato: The 1953 Trust, chiamato così dal suo anno di nascita. Ne facevano parte 56 milioni in contanti, 112 in titoli e azioni, 18 in jet, auto e barche, 195 milioni in hedge fund e private equity, e poi le proprietà immobiliari.

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    Un unico beneficiario: Mark Epstein, il fratello minore. Nessuna clausola per le vittime. Nessun fondo di risarcimento. Solo due esecutori: Darren Indyke e Richard Kahn, avvocati fedelissimi, già parte del sistema. Era l’ultima mossa. Il sigillo legale su oltre 20 anni di silenzi comprati, nomi nascosti, conti spostati all’ombra della legge.

    Una firma che parlava chiaro: anche morto, Epstein voleva restare intoccabile.

    La lista delle persone che Epstein avrebbe potuto far crollare era troppo lunga. E quando un uomo così muore così, non c’è bisogno di prove: basta il silenzio che segue. Ma il denaro, da solo, non basta a spiegare tutto. Ci sono stanze che non si comprano. Corpi che non si dimenticano. E nomi che nessun trust è riuscito a cancellare.

    La macchina Epstein ha funzionato perché era ben oliata. Ma anche perché era crudele. E dove i bonifici si fermavano, cominciava qualcos’altro. Il sangue. Quello che non appare nei bilanci. Ma resta. Sulle mani. E nei silenzi.

    (Continua)

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Quinta puntata: La rete di Epstein: oltre il sangue, rimane il meccanismo

    Autore

    • Maria Pappini
      Maria Pappini

      Nata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un’esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell’Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.

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