Il divieto d’accesso a Gaza imposto da Israele ai giornalisti internazionali è diventato, secondo Fausto Biloslavo, un danno collaterale della guerra. In questa testimonianza dal tono colloquiale, il reporter di guerra sostiene che l’assenza della stampa indipendente nella Striscia ha lasciato spazio soltanto alla narrazione dei giornalisti locali, in gran parte vicini a Hamas. Così, conclude Biloslavo, che segue il conflitto arabo-israeliano dal lontano 1982, Israele ha perso la battaglia diplomatica e, soprattutto, il favore dell’opinione pubblica. All’estero ma anche all’interno del Paese.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Il 7 ottobre 2023 mi trovavo in Tunisia, ma subito dopo sono andato in Israele per un reportage sulla situazione e ho capito subito che sarebbe stata una guerra lunga, se non senza fine, con una mattanza. Conosco Gaza, ci sono stato, e sapevo che gli israeliani non si sarebbero fermati fino a che non avrebbero avuto indietro tutti gli ostaggi, vivi e morti. E così è. Ancor oggi questo è il punto.
Fatta questa premessa, secondo me uno dei più grandi errori degli israeliani, dell’esercito israeliano, ma anche del governo, è stato di non concedere ai giornalisti quella libertà (fra virgolette) che gli israeliani avevano sempre accordato fin dall’invasione del Libano del 1982, che è stato il mio primo reportage. Questa volta gli israeliani non hanno fatto vedere una parte della guerra, quella più importante, in corso a Gaza.
E questo è stato un grave errore, che continua ancora adesso, a parte qualche raro caso di giornalisti che entrano con Idf a Gaza per poche ore. Una cosa è quello che feci nel 1982, quando da Kiryat Shmona Kirshmona andai con gli israeliani fino a Beirut e passai anche la linea del fuoco fra Beirut Est e Ovest. Allora si poteva fare un reportage da una parte e dall’altra e c’era non dico la massima libertà, ma quasi. Un’altra cosa è, appunto, entrare per qualche ora a Gaza, dove fanno vedere ai giornalisti solo quello che vogliono far vedere, cioè poco o niente.
Quest’errore ha comportato la vittoria di Hamas dal punto di vista comunicativo, mediatico e diplomatico. La situazione è invece differente con la Cisgiordania. La prima volta che sono andato in Israele dopo il 7 ottobre ho detto chiaramente alle testate per cui lavoro: «Ci vado, però sto una settimana con gli israeliani senza filtri e una settimana con i palestinesi senza filtri». Così ho fatto, andando in Cisgiordania, anche in posti molto ostici, come Jenin, soprannominata la piccola Gaza perché il centro di fatto è mano a Hamas.

Ma sono stato in tutta la Cisgiordania, anche a Hebron, dove ho documentato gli scontri con i coloni. In questo caso, per fortuna, Israele ha mantenuto la linea giusta, e direi anche democratica, di un Paese civile, che fa entrare i giornalisti. Sempre con difficoltà, per carità, però alla fine si accede. Quindi non dico che avrebbero dovuto fare lo stesso con Gaza. A Gaza c’è un’attività cinetica di guerra, ovviamente molto più elevata della Cisgiordania, ma qualcosa Israele avrebbe potuto fare.
In tal caso, forse tante narrative sarebbero state più corrette. A cominciare, per esempio, dal numero di morti. È vero a Gaza che c’è un enorme numero di morti: 60 mila. Però tali dati vengono forniti dall’ufficio responsabile della Sanità per il governo di Hamas, quindi sono totalmente di parte. Ma, soprattutto, in quella cifra tra i morti ci sono anche i combattenti di Hamas, che sennò sembrerebbero immortali. Ciò detto, quello di Gaza rimane un enorme numero di vittime civili.
Conoscendo Gaza dai tempi dell’operazione Piombo fuso, quando invece ero entrato con l’autorizzazione israeliana, per me è risultato ovvio ed evidente fin dal 7 ottobre che qualsiasi operazione a Gaza si sarebbe trasformata in una mattanza.

La Striscia di Gaza già di per sé è piccola (40 chilometri per 10 di larghezza del punto più largo), ma Gaza City, la capitale dove vivevano 750 mila persone, è una vera giungla urbana. C’è una densità abitativa tale per cui era inevitabile che l’operazione israeliana si trasformasse in una mattanza. Mattanza non solo di combattenti, che ovviamente si assumono le proprie responsabilità e a mio avviso possono anche morire, ma di civili che invece vorrebbero sopravvivere.
Quando andai a Gaza ai tempi di Piombo fuso, nel gennaio 2009, trovai storie che penso possano riflettere anche quanto sta succedendo in quest’ultima guerra. Allora non si parlava di tunnel, ma io ne ebbi sentore. All’ospedale al-Shifa mi trovai proprio davanti all’ingresso di un tunnel. Per sbaglio, perché avevo perso la strada. Due marcantoni di Hamas mi fermarono: «Di qua non si passa». Già allora c’erano i tunnel, seppur non con l’ampiezza di quelli odierni.
Trovai anche palestinesi civili che mi dissero: «Siamo stati ostaggi due volte». Vivevano in un condominio della periferia di Gaza City e mi raccontarono: «Prima la zona era controllata da Hamas e addirittura ci avevano chiuso lì dentro, bloccando il portone d’ingresso principale con le catene. Poi, quando sono arrivati gli israeliani, anche loro ci hanno bloccato dentro». Quindi ostaggi due volte: perché erano stati fatti scudi umani dagli uni e dagli altri.

Penso che oggi a Gaza ci siano molte storie di questo genere, e anche peggiori, che andrebbero raccontate. Qualcosa è trapelato, qualcosa via social, via telefono si è riusciti a fare. Per esempio le manifestazioni contro Hamas. I palestinesi che le organizzano ovviamente odiano Israele perché li ha riempiti di bombe, ma in uguale maniera odiano Hamas perché è responsabile del disastro. Questa è la parte della storia che oggi viene poco raccontata.
E viene poco raccontata anche perché Israele ha fatto l’errore madornale di cancellare la stampa a Gaza. Facciamo l’esempio dei giornalisti che vengono uccisi (come ha scritto Gideon Levy, dal 7 ottobre 2023, i morti sono 186 secondo l’organizzazione indipendente Committee to protect journalists di New York, 263 secondo l’ong israeliana B’Tselem, ndr). Bisognerebbe però andare a vedere chi era veramente ognuno di loro. Era un giornalista che poteva avere le sue idee su questo conflitto (l’obiettività al 100% non esiste) oppure era un militante di Hamas che invece di imbracciare il fucile imbracciava la telecamera?
Anche se fosse stato un militante, questo non sarebbe stato comunque un motivo valido per ammazzarlo. Resta il fatto che non si può dare credito all’informazione fatta da questi personaggi, che vanno oltre la partigianeria. E invece, grazie anche all’errore israeliano, l’informazione da Gaza è questa. Non al 100%, ma in gran parte è questa.
Prendiamo anche la vicenda dei morti nei centri per la distribuzione del cibo. Sicuramente saranno responsabili i cecchini israeliani, ma penso che non siano solo loro. In alcuni episodi che ho analizzato (a distanza, purtroppo) non si capisce bene perché giovani uomini adulti vadano al di fuori dei corridoi di sicurezza, al di fuori degli orari previsti per la distribuzione. Certo, vanno a prendere il cibo, però sanno che rischiano la morte.
E, quindi, quanto è malvagità israeliana e quanto è furbizia cinica di Hamas? Una bella domanda. Peccato che noi giornalisti internazionali non possiamo verificare niente. Quanto ai giornalisti di Gaza, alcuni sono militanti di Hamas, che non usano il fucile ma usano la telecamera.

Ecco perché sarebbe utile che a Gaza avesse accesso la stampa internazionale, che può avere le proprie idee, ma non penso si schiererebbe come fanno i giornalisti di Gaza. Un giornalista deve poter verificare quello che succede. E lo può fare solo andando sul campo.
Per esempio, in Cisgiordania io sono andato con Hamas a Jenin. E ho mostrato che erano armati, che sparavano per aria, che si trovavano il drone israeliano sopra la testa, che acclamavano i martiri (come li chiamano loro) della notte precedente… In sintesi, una situazione di guerra. Sono andato però anche con i disgraziati palestinesi, quelli che vengono assaltati dai coloni.
In Cisgiordania si può stare e documentare. E se ci sono i coloni si documenta che ci sono i coloni. E se c’è Hamas si documenta che c’è Hamas. E se a Ramallah c’è la manifestazione a favore di Gaza, si documenta che ci sono tutti, compresi quelli di Hamas, che inneggiavano a Yahya Sinwar, l’allora capo militare di Hamas.
Ho trovato addirittura alcuni preti cattolici che, in italiano perché avevano studiato in Vaticano, mi hanno detto che bisogna stare dalla parte di Hamas. Io non ho fatto commenti: mi sono limitato a montare il servizio e a far vedere quello che era la realtà sul campo. Ossia la violenza dei coloni, l’occupazione, il controllo militare di Hamas a Jenin e le manifestazioni pacifiche, ma con slogan e idee pesanti.

È un dato di fatto che a Gaza sono morti migliaia di bambini. Tutti ripetono che a Gaza ci sono stati 60.000 morti, secondo le informazioni del ministero della Sanità di Hamas. Ed è inaccettabile, per l’amor di Dio. Però bisogna ricordare che fra quei morti sono compresi anche i miliziani di Hamas, che secondo varie stime sarebbero 20 mila (un’inchiesta della rivista indipendente israeliana +972, smentita subito da Idf, ha rivelato che lo scorso maggio l’intelligence israeliana riteneva che i militanti di Hamas morti a Gaza fossero 8.900, ndr).
Però, ribadisco, la narrazione è a senso unico, anche per colpa degli israeliani. E, soprattutto, è oltre il militante. Dopodiché, anche se chi fa informazione a Gaza è oltre il militante, tirargli un missile non va bene. Ma questa, purtroppo, non è una prerogativa degli israeliani. Il comportamento degli israeliani è più evidente, ma la stampa ormai è diventata un bersaglio ovunque. Anche in Ucraina, su qualsiasi fronte. D’altro canto, io la scritta «Press» sul giubbotto antiproiettile la applico da tempo con il velcro, per poter tirarla via quando sono in prima linea.
Però questo non può giustificare omicidi mirati di giornalisti, anche se sono di Hamas. Giustamente si può osservare che sono giornalisti di Hamas e che quindi raccontano una narrativa più che di parte. Resta il fatto che quei giornalisti, fino a prova contraria, non sono stati uccisi mentre avevano un Kalashnikov in mano.
A chi imbraccia un Kalashnikov si spara, ma a chi imbraccia la telecamera non si dovrebbe scagliare un missile contro. Detto questo, ripeto, sono giornalisti di Hamas. Non sono giornalisti indipendenti. Si sa che tutti i giornalisti devono rispondere al proprio editore. In questo caso, il loro editore è Hamas. E questo bisogna chiarirlo.
Certo, anche noi giornalisti occidentali abbiamo degli editori, però abbiamo editori che, ad esempio, per mia fortuna hanno accettato di mandarmi in Israele, con l’accordo che stavo una settimana con gli israeliani senza filtri e una settimana con i palestinesi senza filtri. In tal modo ho intervistato un paracadutista ebreo in arrivo dall’Italia, un riservista con doppia cittadinanza che vive con la famiglia in Toscana e che, richiamato in Israele, diceva che quella in corso è una guerra esistenziale. Dall’altra parte, ho intervistato a Jenin con la mamma palestinese che piangeva il figlio di 20 anni appena morto, imbracciando il fucile, e che diceva: «Terra o morte».

Erano le facce opposte della stessa medaglia. Pur con enormi difficoltà pratiche e logistiche, in questo modo si fa un tentativo di informazione corretta, non come fanno i giornalisti di Hamas a Gaza. Ma proprio perché quei giornalisti sono parte in causa, ci vorrebbe più stampa internazionale sul campo.
Perché io non sono di Gaza, io non mi becco le bombe (meglio, me le becco solo per il periodo in cui faccio il reportage), a me non ammazzano la famiglia, io non muoio di fame (oppure muoio di fame solo per il periodo in cui faccio il reportage). Al termine, me ne torno nel primo mondo, dove vivo agiatamente. E ciò mi permette di essere, non dico al di sopra dei parti perché questo non esiste, ma più corretto. Io almeno cerco di sentire una campana e poi di sentire anche l’altra, che è quello che oggi purtroppo manca.
Devo ammettere che tanti altri colleghi (a tutti piace la vita facile) magari stanno solo nelle zone israeliane e non vanno neanche in Cisgiordania. Ho visto anche questo. Altri, travolti dai collegamenti, stanno fermi sempre nello stesso punto. Però queste sono scelte individuali, per fortuna c’è ancora la possibilità di fare altre scelte magari più pericolose, più difficili, più complicate.

Purtroppo tali scelte non si possono fare a Gaza. Per esempio solo poter andare (ma non per un’ora, per tre giorni, dormendo là) nei centri di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation potrebbe fare la differenza. Ovvio che anche lì sarei con gli israeliani, però avendo 40 anni di esperienza sulle spalle, potrei capire come stanno effettivamente le cose. Però neanche questo è possibile.
Certo, potrei andare su un C-130 che in pochi secondi effettua lanci di viveri (hanno slot di pochi minuti per passare sullo spazio aereo di Gaza, concordati con gli israeliani perché sennò li tirerebbero giù). Sarebbe un bel reportage, ma che cosa racconterebbe veramente? Niente. Niente della fame, niente dell’utilizzo delle armi, niente dell’utilizzo dei viveri, da parte di tutte e due le parti.
A questo proposito, perché c’è tutta questo caos sui viveri? Perché tutte e due le parti vogliono controllarli. Perché chi ha in mano il sacco della farina, ha in mano il controllo della popolazione. Sia da parte israeliana sia da parte di Hamas. In tal senso, sarebbe anche interessante approfondire la questione dei clan e dei gruppi armati, sostenuti ovviamente da Israele ma magari anche dall’Egitto, che stanno guadagnando influenza a Gaza. Ma anche in questo caso bisognerebbe andare sul campo.
Potendoci andare, sarebbe davvero interessante capire la vera opinione dei palestinesi. Dalle informazioni che ho raccolto, dai palestinesi ma anche da chi ha antenne sul terreno e informatori dentro Gaza (e non sono palestinesi o israeliani, ma sono italiani), sembra che la maggioranza della popolazione odi gli israeliani. E questo è comprensibile. Ma in uguale maniera non sopporta più Hamas, che reputa responsabile di quanto sta succedendo.

Di sicuro alcuni palestinesi si rendono conto che sono arrivati a questo punto grazie all’azzardo di Hamas del 7 ottobre. Ma in quanti la pensano così? Sarebbe utile poter verificare sul campo se è opinione condivisa da tanti. Ma non è possibile. Questo è il vero dramma collaterale della guerra, perché il dramma vero è quello dei morti civili.
Il danno collaterale del buco nero dell’informazione, a mio avviso è molto grave e comporta tutta la sconfitta mediatica e anche diplomatica di Israele. Che cosa ha ottenuto in tutto ciò Israele? Ha ottenuto che più Paesi importanti hanno riconosciuto la Palestina o minacciano di farlo. Ma il danno collaterale del buco nero dell’informazione ha comportato anche la sconfitta dell’opinione pubblica internazionale.
Fino al 7 ottobre, nel mondo l’opinione pubblica non era contraria a Israele a priori. Adesso c’è poco da fare: Israele ha perso l’opinione pubblica internazionale. E la sta perdendo anche a casa sua. Ecco perché io sostengo ancora che, comunque, Israele è un Paese democratico. Non è una tirannia. Perché la gente va in piazza, protesta, si agita. E un domani avrà anche la possibilità di votare. A quel punto vedremo quale direzione prenderà il Paese.
(Testo raccolto dalla redazione di Krisis)
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