Per capire cosa sta davvero accadendo in Libia, Krisis dà voce a Ibrahim Moussa, ex portavoce di Muammar Gheddafi e oggi attivo nella diaspora libica. Le sue parole rappresentano una lettura radicalmente diversa degli eventi del 2011 e delle loro conseguenze: dure verso l’intervento Nato, critiche nei confronti dell’Occidente e fortemente legate all’eredità politica della Jamahiriya. Per affrontare le questioni aperte su giustizia, sovranità e riconciliazione in Libia, Krisis ritine importante ascoltare anche questo punto di vista, spesso ignorato nei circuiti informativi tradizionali.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Ibrahim Moussa è stato il portavoce di Muammar Gheddafi durante la guerra condotta dalla Nato in Libia nel 2011. Attualmente è Segretario Esecutivo dell’African Legacy Foundation, un’organizzazione non governativa con sede a Johannesburg, in Sudafrica.
Quali sono, secondo lei, le ragioni che hanno portato all’attacco francese e statunitense alla Libia nel 2011 e all’uccisione di Muammar Gheddafi?
«Mi permetta di dirlo senza filtri diplomatici. L’attacco alla Libia del 2011 non aveva come scopo la protezione dei civili. È stato un attacco imperialista calcolato, guidato da Francia, Stati Uniti e Nato, per eliminare Muammar Gheddafi e annientare la sua visione per la liberazione africana. Nel 2011, Gheddafi si era posto alla guida di un progetto di trasformazione panafricana. Un progetto che stava gettando le basi per:
- Una moneta unica africana ancorata all’oro, oltre alla fine della nostra dipendenza dal dollaro statunitense e dal franco Cfa.
- Una Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria), pensata per spezzare le catene del Fmi.
- Un’alleanza militare a livello continentale per difendere l’Africa dalle aggressioni straniere.
- Il controllo unito dell’Africa sulle nostre materie prime: petrolio, uranio, diamanti e altro ancora. La cosa più pericolosa per l’Occidente.
Questo progetto terrorizzò l’élite occidentale. La Francia temeva di perdere il controllo sull’Africa francofona. Gli Stati Uniti erano determinati a impedire all’Africa di sollevarsi dalla propria condizione. Così, fomentarono una ribellione, armarono milizie criminali, usarono Al Jazeera e la Cnn per demonizzare lo stato libico e lanciarono una guerra lampo della Nato sotto la falsa insegna dell’intervento umanitario. Ciò che volevano veramente era uccidere il sogno di Gheddafi, e lo hanno fatto con le bugie, i mercenari e le bombe».

Alcuni osservatori sottolineano come Gheddafi abbia represso brutalmente gli oppositori interni. Un esempio su tutti, il massacro dei prigionieri nel carcere di Abu Salim nel 1996.
«Questa è una delle menzogne più ripetute usate per demonizzare la Jamahiriya libica (la Libia popolare fondata da Gheddafi, ndr). Cerchiamo di essere chiari: il cosiddetto “massacro” di Abu Salim non è mai stato verificato in modo indipendente, nessuna prova credibile è mai stata prodotta in tribunale, ed è stato strumentalizzato da gruppi di opposizione finanziati dall’estero per giustificare la guerra della Nato. Nel 1996, la Libia affrontò una vera e propria guerra contro gruppi armati legati ad Al-Qaeda, molti anni prima dell’11 settembre. Questi gruppi attaccarono la polizia, bombardarono siti civili e ricevettero supporto diretto dall’estero. Abu Salim ospitava alcuni dei terroristi più pericolosi dell’epoca. Scoppiò una rivolta armata nelle carceri, con presa di ostaggi e coordinamento esterno. Lo Stato rispose. Ma si trattò di un “massacro” o di un’operazione antiterrorismo in uno Stato sovrano sotto attacco? Anche Human Rights Watch ha ammesso negli anni successivi che le cifre erano esagerate. I media occidentali hanno utilizzato numeri non verificati e li hanno trasformati in uno strumento di propaganda».
Come risponde a chi sostiene che la Jamahiriya, anziché essere un modello democratico, era un regime autoritario?
«L’affermazione che la Libia non fosse democratica proviene da una prospettiva occidentale che non riesce a comprendere la democrazia diretta del sistema della Jamahiriya. Avevamo Congressi del Popolo, Comitati Popolari, strutture di controllo rivoluzionario e meccanismi per il contributo diretto dei cittadini ad ogni livello. Gheddafi cedette formalmente il potere nel 1977. Quale altro leader al mondo ha volontariamente rimosso il suo nome dalla Costituzione e ha dato il potere al popolo? La Libia era perfetta? No. Ma abbiamo costruito un sistema al di fuori del liberalismo occidentale, fondato su una gestione partecipativa, dignità e indipendenza. Questo è ciò che non potevano accettare».
Altri analisti sostengono che l’attuale divisione del Paese sia dovuta anche a vecchie fratture tribali e clientelari create sotto Gheddafi. Cosa risponde a questa obiezione?
«Ciò non è solo falso, ma profondamente ipocrita. Sotto Muammar Gheddafi, la Libia era più unita che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Le gerarchie tribali vennero abolite, ridistribuita la ricchezza derivante dal petrolio a tutti i cittadini, costruite infrastrutture in tutto il Paese, comprese regioni storicamente emarginate come il Fezzan, e creta un’identità pan-nazionale radicata nella sovranità, nell’arabismo e nell’unità africana. Sì, la Libia ha le sue tribù. Ma anche la Francia. Anche l’Italia. Il problema è come integrarle nella vita nazionale. Sotto la Jamahiriya, le tribù erano rispettate come unità sociali, ma non era mai loro permesso di dominare la politica nazionale. C’era una sola Bandiera verde, un’unica identità libica. Ciò che ha creato le divisioni che vediamo oggi non è il tribalismo, ma la distruzione dello Stato da parte della Nato e l’introduzione di signori della guerra sostenuti dall’estero che hanno sfruttato le faglie tribali, religiose ed etniche per ottenere il potere. L’Occidente ha frantumato l’autorità centrale e poi ha dato la colpa ai singoli pezzi. Sia chiaro: non è stato il tribalismo a distruggere la Libia. Sono state le bombe occidentali».

Il crollo della Libia ha creato problemi molto significativi per l’Europa mediterranea ed in particolare per l’Italia, soprattutto di natura migratoria. Come dovrebbe essere affrontato il problema?
«Voglio essere diretto: l’Europa sta raccogliendo quello che ha seminato. Prima del 2011, la Libia sotto Gheddafi era un pilastro della stabilità regionale. Abbiamo lavorato con i nostri vicini per gestire le migrazioni con dignità e giustizia, non con i campi di detenzione, ma investendo nello sviluppo africano. Gheddafi ha utilizzato la ricchezza petrolifera della Libia per creare posti di lavoro in tutta l’Africa e ridurre i fattori che spingono le persone a fuggire. L’Italia aveva un solido accordo con noi, basato sul rispetto reciproco. Ma la Nato ha scelto la guerra invece della pace. Ha smantellato lo Stato libico, e ora bande criminali e agenti stranieri controllano la costa. I confini europei sono collassati nel momento in cui l’Europa ha distrutto la Libia di Gheddafi. Quindi, come si può risolvere la crisi migratoria? Non con i muri o Frontex, ma ripristinando la sovranità libica, ricostruendo le nostre istituzioni e tornando ad un partenariato paritario con l’Africa, non un partenariato di bombe e sfruttamento».
A quasi 14 anni da quegli eventi, la Libia continua a essere instabile. Quali sono le condizioni per una reale riconciliazione nazionale? A questo proposito, il 20 giugno scorso si è svolto a Berlino un nuovo vertice tra i paesi maggiormente coinvolti: vi sono, a suo avviso, risultati tangibili?
«Questi vertici, Berlino, Parigi, Palermo, falliscono tutti per una semplice ragione: escludono il popolo libico. L’Occidente invita signori della guerra, funzionari corrotti e le loro milizie fantoccio, ignorando i milioni di persone che ancora sostengono la visione della Jamahiriya e vogliono sovranità, unità, dignità. Non si può costruire la pace invitando i clienti delle ambasciate straniere ed escludendo i figli e le figlie della vera resistenza. Una riconciliazione efficace deve iniziare con:
- La fine a tutte le interferenze straniere, in particolare alla presenza militare turca e occidentale.
- Lo smantellamento delle milizie ed il ripristino delle istituzioni nazionali, non da governi paralleli.
- L’invito, rivolto a tutti i libici, inclusi i sostenitori di Gheddafi, ossia la maggioranza della popolazione, ad un onesto dialogo nazionale. La cosa più importante.
Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo giustizia e dignità. In mancanza di queste, non ci sarà pace».
Cosa può dire delle proteste che da mesi stanno interessando la Tripolitania?
«Le proteste a Tripoli e nella Libia occidentale sono il grido che viene dal cuore di un popolo distrutto. Per oltre un decennio il popolo libico ha sofferto in relazione al governo delle milizie, i blackout elettrici, la scarsità d’acqua, la corruzione e la totale perdita di sovranità. Quelle che avvengono non sono solo proteste economiche: sono proteste politiche. La gente sta dicendo “Basta!” ai governi sostenuti dall’estero che vivono negli alberghi mentre i libici vivono nell’oscurità. Stanno rifiutando la falsa democrazia imposta dagli accordi Onu e chiedendo il ritorno di una leadership nazionale al servizio della Libia, non dei capitali stranieri. Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un risveglio. Le stesse persone che un tempo credevano alle bugie del 2011 ora si stanno rendendo conto di ciò che hanno perso e di chi glielo ha rubato».

A gennaio, il caso di Njeem Osama Al-Masri in Italia ha scatenato uno scandalo politico.
«Il caso di Njeem Osama Al-Masri ha messo a nudo i doppi standard dell’Europa. Un uomo presumibilmente coinvolto nelle attività di gruppi armati e forse in crimini di guerra durante il crollo della Libia è diventato una pedina tra il governo italiano e quello libico (di Tripoli)? Questa non è giustizia, è convenienza politica».
Il 7 luglio scorso, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi è stato respinto a Bengasi. Cosa ne pensa?
«L’espulsione della delegazione italiana da Bengasi non è una sorpresa, ma la naturale conseguenza di anni di tradimenti. Nel 2011, l’Italia è stata tra i Paesi della Nato che hanno bombardato la Libia, ne hanno distrutto la sovranità e l’hanno gettata nel caos. Ora, oltre un decennio dopo, i funzionari italiani tornano non per pentirsi o solidarietà, ma con la stessa mentalità coloniale, cercando di controllare i flussi migratori e di esercitare influenza sul territorio libico. Condivido fermamente il rifiuto da parte libica di qualsiasi interferenza straniera, soprattutto nei confronti di coloro che hanno contribuito a smantellare la nostra nazione. Nessun funzionario europeo ha il diritto morale di camminare liberamente in Libia senza prima riconoscere e riparare l’immenso danno causato dai propri governi. La dignità della Libia non può essere ripristinata finché gli artefici della sua distruzione continuano a trattarla come una scacchiera per i loro giochi geopolitici. Non si tratta di Libia orientale o occidentale, si tratta di sovranità, memoria e giustizia. Noi ricordiamo. E chiediamo una Libia guidata dai libici, per i libici, senza l’ombra della Nato che aleggia sul nostro futuro. Se l’Italia vuole davvero la stabilità e la pace in Libia, dovrebbe smettere di giocare con i criminali di guerra quando ciò fa comodo ai suoi interessi, sanzionando e demonizzando coloro che vogliono la sovranità e l’unità in Libia. Questa ipocrisia ha tenuto la Libia intrappolata nei giochi stranieri per troppo tempo».
La Libia è oggi un’area di forte competizione geopolitica. Che ruolo gioca l’Italia?
«L’Italia ha avuto un’opportunità storica di svolgere un ruolo costruttivo in Libia. Nel periodo di Silvio Berlusconi avevamo firmato il Trattato di Amicizia, basato sul riconoscimento dei crimini coloniali, sulla cooperazione economica e sulla reciproca non aggressione. Quello è stato un raro momento di saggezza. Ma oggi l’Italia è diventata un partner minore nello schema coloniale della Nato. Sostiene una fazione piuttosto che un’altra, a seconda degli accordi sul gas e della pressione migratoria. Roma si è lasciata mettere da parte da Francia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, attori in lotta per ottenere fette di influenza in Libia. Se l’Italia vuole avere un ruolo reale in Libia, deve smettere di seguire ciecamente Washington e Bruxelles e iniziare a sostenere una vera riconciliazione guidata dalla Libia stessa, che includa tutte le forze politiche, soprattutto quelle legate alla resistenza dell’era Gheddafi. Questa è l’unica via per una vera pace, un vero partenariato ed un ritorno allo storico legame dell’Italia con il popolo libico. Che la verità sia nota: la Libia non è caduta. E finché l’Occidente non smetterà di cercare di gestire il nostro destino, continueremo a resistere. Perché lo spirito di Gheddafi non è morto a Sirte, vive in ogni libico che sogna una Libia africana, indipendente e unita».

Se si svolgessero in questo momento, chi pensa che vincerebbe le elezioni?
«Credo in un processo elettorale equo e trasparente. Se le elezioni in Libia si svolgessero in questo momento, non ho dubbi sul fatto che Saif al-Islam Gheddafi vincerebbe. Il suo sostegno è radicato nella profonda ammirazione popolare per suo padre e per la sua eredità politica. Ma, cosa ancora più importante, Saif al-Islam rappresenta un progetto nazionale chiaro e alternativo, che dà priorità alla sovranità, alla giustizia sociale e alla riconciliazione interna del paese. Le altre figure politiche che dominano la scena oggi sono profondamente corrotte o servono gli interessi di potenze straniere. Non rappresentano le speranze o la volontà del popolo libico. I loro progetti sono fallimentari, privi sia di visione che di legittimità. Saif al-Islam si distingue, non solo per quello che è, ma per ciò che rappresenta: un futuro in cui la Libia si governi con orgoglio e giustizia».
Saif al-Islam è tuttora ricercato dalla Corte penale internazionale. Come può rappresentare un’alternativa credibile per l’unità della Libia?
«La Corte penale internazionale? Si riferisce alla Corte che non ha mai incriminato George Bush per l’Irak, che non ha mai ritenuto Barack Obama o Nicolas Sarkozy responsabili della distruzione della Libia, che ha ignorato le torture, le fosse comuni e i mercati degli schiavi creati dopo il 2011? La Cpi è uno strumento politico dell’Occidente, utilizzato selettivamente per punire chi si oppone all’imperialismo. La sua credibilità in Africa è a pezzi. Quanto a Saif al-Islam Gheddafi, non ha bisogno della convalida dell’Aja. Ha qualcosa di più potente: il sostegno del popolo libico. Nonostante 13 anni di demonizzazione mediatica, esilio e tentato assassinio, Saif al-Islam rimane un simbolo di riconciliazione nazionale un ponte tra la resistenza verde e coloro che sono rimasti delusi dal caos della Libia post-Nato. Non ha mai imbracciato le armi per vendetta, non ha mai invocato spargimenti di sangue e continua a invocare unità, amnistia e una Libia sovrana a guida civile. Nessun altro possiede questa combinazione di visione, legittimità popolare, profondità storica e chiarezza politica. La vera domanda non è perché Saif sia ancora ricercato dalla Cpi, la vera domanda è perché coloro che hanno distrutto la Libia se ne vadano liberi a Parigi, Londra e Washington. Sarà la storia a rispondere a questa domanda».
For our international readers, here is the English version of the interview with Ibrahim Moussa.
Moussa Ibrahim is the former official spokesperson for the Libyan government during the 2011 NATO-led war on Libya. He is currently the Executive Secretary of the African Legacy Foundation, an international NGO headquartered in Johannesburg.
What are, in your opinion, the reasons that led to the French and US attack on Libya in 2011 and the killing of Gaddafi?
«Let us speak without diplomatic filters. The attack on Libya in 2011 was not about protecting civilians. It was a calculated imperialist assault led by France, the United States, and NATO to eliminate Muammar Gaddafi and crush his vision for African liberation. By 2011, Gaddafi was openly leading a Pan-African transformation. He was laying the groundwork for:
- A single African currency backed by gold, to end our dependence on the US dollar and the CFA franc.
- An African Central Bank, headquartered in Abuja, meant to break the IMF’s chains.
- A continent-wide military alliance, to defend Africa from foreign aggression.
- And most dangerously for the West—a united African control over our raw materials: oil, uranium, diamonds, and more.
This terrified the Western elite. France feared losing control over Francophone Africa. The U.S. was determined to stop Africa from rising under its own terms. So they fabricated a rebellion, armed criminal militias, used Al Jazeera and CNN to demonize the Libyan state, and launched a NATO blitzkrieg under the false banner of humanitarian intervention. What they really wanted was to kill Gaddafi’s dream—and they did it with bombs, lies, and mercenaries».
Some observers point out that Gaddafi brutally repressed internal opposition. A prime example is the massacre of prisoners in Abu Salim prison in 1996. How do you respond to those who claim that the Jamahiriya, rather than being a model of democracy, was an authoritarian regime?
«This is one of the most repeated lies used to demonize the Libyan Jamahiriya. Let’s be very clear: the so-called Abu Salim “massacre” has never been independently verified, no credible evidence has ever been produced in court, and it was weaponized by foreign-funded opposition groups to justify NATO’s war. In 1996, Libya faced a real war against Al-Qaeda-linked armed groups, yes, years before 9/11. These groups attacked police, bombed civilian sites, and received direct support from abroad. Abu Salim housed some of the most dangerous terrorists at the time. An armed prison revolt occurred, with hostage-taking and external coordination. The state responded. But was it a “massacre” or a counter-terrorism operation in a sovereign state under attack? Even Human Rights Watch admitted in later years that figures were exaggerated. Western media took unverified numbers and turned them into a propaganda tool. As for the claim that Libya was not democratic, this comes from a Western lens that cannot comprehend the direct democracy of the Jamahiriya system. We had People’s Congresses, People’s Committees, revolutionary oversight structures, and mechanisms for direct citizen input at every level. Gaddafi handed over formal power in 1977. What other leader in the world voluntarily removed his name from the constitution and gave power to the people? Was Libya perfect? No. But we built a system outside Western liberalism, rooted in participatory governance, dignity, and independence. That’s what they couldn’t accept».
Some analysts argue that the country’s current division is also due to old tribal and clientelistic divisions created under Gaddafi. What’s your response to this objection?
«This is not only false, but deeply hypocritical. Under Muammar Gaddafi, Libya was more unified than at any point in its modern history. He abolished tribal hierarchies, redistributed wealth from oil to all citizens, built infrastructure across the entire country, including historically marginalized regions like Fezzan, and created a pan-national identity rooted in sovereignty, Arabism, and African unity. Yes, Libya has tribes. But so does France. So does Italy. The issue is how they are integrated into national life. Under the Jamahiriya, tribes were respected as social units, but never allowed to dominate national politics. There was one Green Flag, one Libyan identity. What created the divisions we see today is not tribalism, it is NATO’s destruction of the state, and the introduction of foreign-backed warlords who used tribal, religious, and ethnic fault lines to gain power. The West shattered the central authority and then blamed the pieces. Let’s be clear: tribalism did not destroy Libya. Western bombs did».
The collapse of Libya has created very significant problems for Mediterranean Europe and in particular for Italy, especially of a migratory nature. How should the problem be addressed in your opinion?
«Let me be direct: Europe is now reaping what it sowed. Before 2011, Libya under Gaddafi was a pillar of regional stability. We worked with our neighbors to manage migration with dignity and justice—not through detention camps, but through investment in African development. Gaddafi used Libya’s oil wealth to create jobs across Africa and reduce the push factors that drive people to flee. Italy had a solid agreement with us—based on mutual respect. But NATO chose war instead of peace. They dismantled the Libyan state, and now criminal gangs and foreign proxies control the coastline. Europe’s borders collapsed the moment Europe destroyed Gaddafi. So, how can the migration crisis be solved? Not through fences or Frontex. But through restoring Libyan sovereignty, rebuilding our institutions, and returning to a partnership of equals with Africa, not one of bombs and exploitation».
Almost 14 years after those events, the country continues to be unstable. What are, in your opinion, the conditions for an effective national reconciliation? In this regard, a new summit between the countries most involved took place in Berlin on June 20: are there, in your opinion, tangible results?
«These summits, Berlin, Paris, Palermo, they all fail for one simple reason: they exclude the real Libyan people. The West invites warlords, corrupt officials, and their puppet militias, while ignoring the millions who still support the Jamahiriya vision, who want sovereignty, dignity, and unity. You cannot build peace by inviting the clients of foreign embassies and excluding the sons and daughters of the true resistance.
An effective reconciliation must begin with:
- Ending all foreign interference—especially Turkish, and Western military presence.
- Dismantling the militias and restoring national institutions, not parallel governments.
- And most importantly, inviting all Libyans, including Gaddafi’s supporters who constitute the majority of the population, into an honest national dialogue.
We are not seeking revenge. We are seeking justice and dignity. Without these, there will be no peace».
What can you say about the protests that have been affecting Tripolitania for months now?
«The protests in Tripoli and Western Libya are a cry from the heart of a broken people. For over a decade, they have suffered from militia rule, electricity blackouts, water shortages, corruption, and total loss of sovereignty. These are not just economic protests—they are political. The people are saying, “Enough!” to the foreign-backed governments that live in hotels while Libyans live in darkness. They are rejecting the fake democracy imposed by UN deals and demanding a return to national leadership that serves Libya—not foreign capitals.
What we are seeing is the beginning of an awakening. The same people who once believed the lies of 2011 are now realizing what they lost—and who stole it from them».
In recent months, the case of Njeem Osama Al-Masri in Italy has triggered a political scandal. More recently, the Italian Ministry of Internal Affairs was expelled from Bengasi.
What do you think about it?
«The case of Njeem Osama Al-Masri exposes Europe’s double standards. A man allegedly involved in armed groups and possibly war crimes during the collapse of Libya became a pawn between the Italian and Libyan (Tripoli) government? This is not justice, it is political convenience. The expulsion of the Italian delegation from Benghazi is not a surprise, it is the natural outcome of years of betrayal. In 2011, Italy was among the key NATO countries that bombed Libya, destroyed its sovereignty, and plunged it into chaos. Now, over a decade later, Italian officials return not in repentance or solidarity, but with the same colonial mindset, seeking control over migration and influence over Libyan soil. I stand firmly with any Libyan rejection of foreign interference, especially from those who helped dismantle our nation. No European official has the moral right to walk freely in Libya without first acknowledging and repairing the immense damage their governments caused. Libya’s dignity cannot be restored while the architects of its destruction continue to treat it as a chessboard for their own geopolitical games.
This is not about East or West Libya, it is about sovereignty, memory, and justice. We remember. And we demand a Libya led by Libyans, for Libyans, without the shadow of NATO hovering over our future. If Italy is serious about stability and peace in Libya, it should stop playing games with war criminals when it suits its interests, while sanctioning and demonizing those who want sovereignty and unity in Libya. This hypocrisy has kept Libya trapped in foreign games for too long».
Libya is today an area of strong geopolitical competition. What role does Italy play today?
«Italy once had a historic opportunity to play a constructive role in Libya. Under Berlusconi, we had signed the Friendship Treaty—based on recognition of colonial crimes, economic cooperation, and mutual non-aggression. That was a rare moment of wisdom. But today, Italy has become a junior partner in NATO’s colonial script. It supports one faction over another depending on gas deals and migration pressure. Rome has allowed itself to be sidelined by France, Turkey, and the UAE, all of whom are fighting for slices of Libyan influence. If Italy wants a real role in Libya, it must stop following Washington and Brussels blindly, and start supporting a true Libyan-led reconciliation—one that includes all political forces, especially those tied to the Gaddafi-era resistance. That is the only path to real peace, real partnership, and a return to Italy’s historic connection with the Libyan people. Let the truth be known: Libya did not fall. It was pushed. And until the West stops trying to micromanage our destiny, we will continue to resist. Because the spirit of Gaddafi did not die in Sirte, it lives in every Libyan who dreams of an independent, united, African Libya».
If they took place in this moment who do you think would win the elections?
«I believe in a fair and transparent election process. If elections were to take place in Libya at this moment, there is no doubt in my mind that Saif al-Islam Gaddafi would win. His support base is rooted in the deep popular reverence for his father and the legacy of Libyan sovereignty, dignity, and independence. But more importantly, Saif al-Islam represents a clear and alternative national project, one that prioritizes Libya’s sovereignty, social justice, and internal reconciliation. In contrast, the other political figures dominating the scene today are either deeply corrupt or serve the interests of foreign powers. They do not represent the hopes or the will of the Libyan people. Their projects are bankrupt, lacking both vision and legitimacy. Saif al-Islam stands apart, not only because of who he is, but because of what he stands for, a future where Libya governs itself with pride and justice».
Saif al-Islam is still wanted by the International Criminal Court. How can he represent a credible alternative for Libyan unity?
«The International Criminal Court? You mean the court that never indicted George Bush for Iraq, that never held Obama or Sarkozy accountable for destroying Libya, that ignored the torture, the mass graves, and slave markets created after 2011? The ICC is a political tool of the West, used selectively to punish those who stand against imperialism. Its credibility in Africa is in tatters. As for Saif al-Islam Gaddafi, he does not need validation from The Hague. He has something more powerful: the support of the Libyan people. Despite 13 years of media demonization, exile, and attempted assassination, Saif al-Islam remains a symbol of national reconciliation, a bridge between the Green resistance and those disillusioned by the chaos of post-NATO Libya. He has never taken up arms in revenge, never called for bloodshed, and continues to call for unity, amnesty, and a sovereign, civilian-led Libya. No one else has this combination of vision, popular legitimacy, historical depth, and political clarity. The real question is not why Saif is still wanted by the ICC, the real question is why those who destroyed Libya walk free in Paris, London, and Washington. History will answer that».
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