Gli Stati Uniti portano avanti politiche economiche che, invece di migliorare le condizioni della popolazione, accettano di danneggiarla pur di rallentare l’ascesa della Cina. Questa strategia, adottata dalle due amministrazioni Trump e da quella di Biden, è irrazionale solo in apparenza. In realtà segue una logica di potere che sfugge agli economisti mainstream, ancorati a modelli che ignorano le dinamiche di potere, la rivalità tra Stati e la disuguaglianza. Partendo da un saggio di John Mearsheimer, il professor Branko Milanovic ci aiuta a capire perché, in un mondo multipolare, spesso conta più la posizione relativa che il benessere assoluto.
Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:
In un ottimo recente articolo intitolato War and International Politics (liberamente accessibile), John Mearsheimer presenta una versione sintetica della teoria realista delle relazioni internazionali, applicata all’attuale mondo multipolare. Egli si concentra sull’inevitabile esistenza della guerra a causa della struttura del sistema internazionale: un’anarchia in cui nessun Paese detiene un monopolio del potere simile a quello che lo Stato ha in politica interna, e quindi senza nessuno che possa far rispettare le regole.
Mearsheimer critica i pensatori liberali per la loro ingenuità nel credere (negli anni Novanta) che le guerre sarebbero finite e che la politica delle grandi potenze sarebbe diventata obsoleta. (Una visione altrettanto naïve fu già ridicolizzata da Karl Polanyi ne La grande trasformazione.) Mearsheimer spiega in parte questo errore con il fatto che molti pensatori liberali sono maturati intellettualmente durante il momento unipolare, quando tali sogni – scarsamente legati alla realtà storica – potevano essere coltivati.
Mearsheimer, di passaggio, fa un’osservazione estremamente importante per gli economisti. Scrive: «Gli economisti mainstream possono concentrarsi nel facilitare la competizione economica all’interno di un sistema mondiale fondamentalmente cooperativo perché prestano pochissima attenzione al modo in cui gli Stati concepiscono la propria sopravvivenza in un’anarchia internazionale, dove la guerra è sempre una possibilità. Così, concetti come la competizione per la sicurezza e l’equilibrio di potere, fondamentali per lo studio della politica internazionale, non trovano posto nell’economia convenzionale… Inoltre, gli economisti tendono a privilegiare i guadagni assoluti di uno Stato, non quelli relativi; il che significa che in gran parte ignorano l’equilibrio di potere».
L’incapacità degli economisti di discutere in modo significativo le attuali relazioni economiche internazionali è diventata dolorosamente evidente nei loro, a volte patetici, tentativi di insegnare alla leadership statunitense le basi dell’economia (Economics 101), senza rendersi conto che la leadership statunitense, sia sotto Trump I e II che sotto Biden, non stava attuando una politica volta a migliorare la posizione dei consumatori o dei lavoratori statunitensi, bensì a rallentare l’ascesa della Cina e mantenere la posizione egemonica globale degli Stati Uniti.

Questa incapacità di confrontarsi con la realtà deriva da una posizione metodologica estremamente riduzionista, in cui il benessere di un individuo dipende solo dal suo reddito assoluto. Con un simile presupposto, diventa del tutto incomprensibile perché qualcuno (in questo caso, un Paese: gli Stati Uniti) si impegni in una guerra tariffaria e adotti altre politiche che riducono il benessere dei propri cittadini (e allo stesso tempo anche quello della Cina e del resto del mondo). Una politica che non solo implica un gioco a somma negativa, ma che è progettata per essere una politica di tipo lose-lose, cioè per peggiorare le condizioni sia dell’origine sia del bersaglio della politica, risulta assolutamente insensata per tali economisti.
Ma nel mondo reale ciò ha senso. Gli economisti semplicisti non riescono a comprenderlo perché il loro armamentario metodologico è difettoso e obsoleto: non tiene conto delle relatività, cioè dell’importanza, del piacere o dell’utilità che noi, in quanto individui, e ancor più in quanto Paesi e in quanto élite dominanti,traiamo dall’essere più ricchi o più potenti degli altri.
Se aggiungessero un altro argomento nelle loro funzioni di utilità – la relatività, sia in termini di reddito proprio rispetto a quello di un’altra persona, sia del proprio Paese rispetto a un altro – sarebbero costretti a dire qualcosa di significativo. Invece, sono ridotti alla ripetizione infinita di banalità. Il potere non consiste solo nel fatto che il mio benessere sia vasto; consiste nel fatto che il mio benessere sia maggiore del tuo. Il mio reddito assoluto può essere inferiore rispetto a un altro Stato del mondo, ma se il divario tra i nostri redditi è maggiore (a mio vantaggio), potrei preferirlo all’alternativa.
La politica economica lose-lose è esattamente quella che il governo statunitense sta perseguendo. Il requisito di sicurezza nazionale, così come è visto dall’élite politica statunitense, è che i costi imposti alla Cina (in termini di tasso di crescita più lento, ritardo nello sviluppo tecnologico, eccetera) siano maggiori dei costi equivalenti per gli Stati Uniti.
Un recente articolo di Foreign Affairs di Stephen G. Brooks e Ben A. Vagle cita numerosi scenari elaborati dal Center for Strategic and International Studies di Washington che mostrano, nella quasi totalità dei casi, che la politica lose-lose danneggia più la Cina che gli Stati Uniti. Una conclusione simile è stata raggiunta anche da un think tank di Pechino, citato dal Wall Street Journal («Beijing Braces for a Rematch of Trump vs. China», 2 maggio 2024): la perdita di Pil per la Cina sarebbe tre volte superiore a quella degli Stati Uniti.
Se questa politica produrrà davvero tale risultato è discutibile. Il dibattito legittimo tra economisti e scienziati politici dovrebbe quindi concentrarsi sul fatto se la politica lose-lose migliori la posizione relativa degli Stati Uniti o la peggiori. Si potrebbe, ad esempio, sostenere la seconda ipotesi, osservando che il tentativo statunitense di limitare i canali di trasmissione dell’alta tecnologia verso la Cina pare aver spinto quest’ultima, in modo perverso rispetto agli obiettivi Usa, a rafforzare le proprie fonti interne di sviluppo tecnologico, accelerando così – anziché rallentando – il recupero cinese.
Si potrebbe anche dire che la Cina, sotto pressione, potrebbe diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e diventare più resiliente agli choc nel lungo periodo; oppure che potrebbe impegnarsi seriamente ad aumentare i consumi interni. Questi sono argomenti legittimi e significativi. Ma la politica lose-lose deve essere assunta come punto di partenza.

Joe Biden e Donald Trump portano avanti una politica che, se valutata dall’esterno e in base ai termini con cui viene presentata al pubblico («migliorare la posizione del lavoratore americano», «riportare i posti di lavoro negli Stati Uniti»), difficilmente otterrà i risultati attesi. Difendono questa politica affermando che sia guidata dall’interesse economico di alcuni segmenti della popolazione statunitense, poiché né Biden né Trump possono ammettere apertamente che la politica, in realtà, è totalmente indifferente agli interessi dei lavoratori e dei consumatori statunitensi. Ed è persino disposta a sacrificarli, motivata come è principalmente dal desiderio di danneggiare la Cina più degli Stati Uniti stessi.
I commentatori quindi criticano qualcosa che è irrilevante, che non è il vero obiettivo della politica, e ciò li fa apparire ridicoli. Credono che, dispensando lezioni di economia elementare, dimostrino quanto siano sbagliate le élite al potere, mentre in realtà rivelano solo l’inadeguatezza del loro stesso apparato metodologico.
Questo approccio estremamente riduzionista dell’economia neoclassica – e poi neoliberale – non mostra la sua inadeguatezza solo in questo caso. Il motivo per cui l’inadeguatezza sottolineata da Mearsheimer ha attirato la mia attenzione è che essa rispecchia l’inadeguatezza mostrata dagli economisti mainstream nel comprendere e studiare la disuguaglianza.
La questione è la stessa. Se si parte dal presupposto che l’unico argomento nella funzione di utilità di un individuo sia il suo livello di reddito, e che le relatività (cioè la sua posizione rispetto agli altri) non contino, allora la disuguaglianza – che per definizione riguarda le relatività – sarà esclusa da qualsiasi studio serio da parte degli economisti. O relegata, come nei famosi manuali, alle note a piè di pagina e agli allegati.
Se, inoltre, l’economia immagina che le classi sociali non esistano, la disuguaglianza sarà doppiamente ignorata. Questa ignoranza volontaria non è stata, come ho sostenuto nel capitolo VII del mio libro Visions of Inequality, un’anomalia dell’economia neoclassica. È profondamente radicata nella metodologia e, finché l’economia mainstream non sarà spinta fuori dalla sua visione riduzionista della natura umana e dalla sua cecità di classe, non avrà quasi nulla di significativo da dire né sulle disuguaglianze all’interno delle società, né sull’economia internazionale quando le grandi potenze usano strumenti economici per indebolirsi a vicenda.
Articolo originale pubblicato su Global Inequality and More 3.0





