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    Come Bruxelles finanzia e orienta l’informazione europea

    Quasi 80 milioni di euro l’anno per costruire un ecosistema mediatico filo-europeo: così l’Ue influenza il discorso pubblico.
    Thomas Fazidi Thomas Fazi6 Giugno 20255 Minuti di lettura
    «Pollice verso», dipinto da Jean-Léon Gérôme nel 1872. La scena, ambientata nell’antica Roma, rappresenta la spettacolarizzazione del consenso. Fonte: Wikimedia Commons - Foto Public Domain.
    «Pollice verso», dipinto da Jean-Léon Gérôme nel 1872. La scena, ambientata nell’antica Roma, rappresenta la spettacolarizzazione del consenso. Fonte: Wikimedia Commons - Foto Public Domain.
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    Thomas Fazi ha analizzato il complesso sistema di sovvenzioni con cui le istituzioni europee sostengono agenzie di stampa, emittenti pubbliche e progetti giornalistici in tutta Europa. In un rapporto realizzato per MCC Brussels, un think tank ungherese, il saggista italo-inglese solleva interrogativi sulla trasparenza dei meccanismi di finanziamento, sulla neutralità degli obiettivi dichiarati e sul ruolo dell’Unione europea nel definire quella che viene considerata informazione «affidabile». Fazi ricostruisce l’impatto di questa rete di finanziamenti sull’ecosistema mediatico europeo e sulla capacità dei media di svolgere il loro ruolo di contropotere democratico.

    Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:

    In un nuovo rapporto esclusivo per MCC Brussels  – «La macchina mediatica di Bruxelles: il finanziamento Ue ai media e la formazione del discorso pubblico» – rivelo l’esistenza di un vasto sistema, finora scarsamente esaminato, attraverso il quale l’Unione Europea eroga ogni anno quasi 80 milioni di euro a progetti mediatici in tutta Europa e oltre.

    Nel rapporto sostengo che questo ingente finanziamento, spesso presentato come sostegno alla libertà dei media, serva in realtà frequentemente a promuovere narrazioni esplicitamente filo-europee e a marginalizzare le voci critiche, sollevando serie preoccupazioni sull’indipendenza editoriale e sull’integrità democratica.

    Il documento sostiene che il potere economico dell’Ue crea una «relazione semi-strutturale» con i principali organi di informazione, in particolare emittenti pubbliche e agenzie di stampa, offuscando i confini tra giornalismo indipendente e comunicazione istituzionale – e compromettendo seriamente la capacità dei media di esercitare un controllo sul potere.

    Risultati chiave ed esempi

    Finanziamenti massicci e poco trasparenti: la Commissione europea e il Parlamento europeo distribuiscono congiuntamente quasi 80 milioni di euro l’anno a progetti mediatici. Si tratta di una stima prudente: il totale dell’ultimo decennio supera probabilmente il miliardo di euro. Questa cifra non include i finanziamenti indiretti – ad esempio, contratti pubblicitari o di comunicazione affidati ad agenzie di marketing che poi ridistribuiscono i fondi ai principali media.

    Promozione di narrazioni filo-Ue: i programmi di finanziamento vengono spesso presentati con parole d’ordine come «lotta alla disinformazione» o «sostegno a una programmazione basata sui fatti», ma il rapporto fornisce prove che tali iniziative perseguono obiettivi strategici volti a influenzare il dibattito pubblico e promuovere l’agenda dell’Ue. 

    Molti progetti, ad esempio, promuovono esplicitamente narrazioni filo-europee, tra cui la «promozione dell’integrazione europea», la «demistificazione dell’Ue» e la «lotta ai movimenti estremisti ed euroscettici». Su temi geopoliticamente sensibili – in particolare il conflitto Russia-Ucraina – questi progetti incentivano finanziariamente i media ad allinearsi alle posizioni ufficiali Ue-Nato, restringendo ulteriormente lo spazio per il giornalismo indipendente.

    Campagne di propaganda occulta: il programma Information Measures for the EU Cohesion Policy (Imreg) ha canalizzato circa 40 milioni di euro dal 2017 verso media e agenzie di stampa per produrre contenuti che evidenzino i «benefici» delle politiche Ue. Il rapporto evidenzia casi in cui tali finanziamenti non vengono dichiarati in modo trasparente, equivalendo di fatto a «marketing occulto» o «propaganda nascosta». Altri progetti mirano esplicitamente ad «aumentare la consapevolezza dei benefici» o a «contribuire a una migliore comprensione», rafforzando il «senso di appartenenza all’Ue» nei cittadini. Questi eufemismi celano, in sostanza, un tentativo calato dall’alto di costruire un demos europeo – una coscienza politica unitaria che, nelle attuali condizioni politiche e culturali, resta più un’aspirazione ideologica che una realtà democratica.

    Il palazzo della Commissione europea a Bruxelles. Foto di Karen Eliot. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 2.0.
    Il palazzo della Commissione europea a Bruxelles. Foto di Karen Eliot. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 2.0.

    Le agenzie di stampa come custodi della narrazione: l’Ue stringe partnership strategiche con importanti agenzie di stampa come Ansa (Italia), Efe (Spagna) e Lusa (Portogallo) attraverso programmi come Imreg, assicurando che la comunicazione filo-Ue si diffonda capillarmente attraverso centinaia di testate che dipendono dai contenuti delle agenzie. Il progetto European Newsroom, finanziato dall’Ue con 1,7 milioni di euro e che riunisce 24 agenzie a Bruxelles, rappresenta di fatto un tentativo di standardizzare e allineare la narrazione sulle questioni europee.

    Fact-checking e controllo del discorso: iniziative come l’European Digital Media Observatory (Edmo), finanziata con almeno 27 milioni di euro, coinvolgono agenzie e media in reti volte a «combattere la disinformazione». Il rapporto avverte che quando gli stessi soggetti che beneficiano dei fondi promozionali partecipano anche alla definizione della disinformazione, si corre il rischio che ciò diventi uno strumento per delimitare il discorso accettabile e bollare il dissenso come fake news.

    Giornalismo investigativo rivolto all’esterno, mai all’interno: il rapporto analizza progetti di giornalismo investigativo finanziati dall’Ue, rilevando una tendenza a concentrarsi su Paesi extra-Ue come Russia o Kazakistan, con scarsa attenzione alle dinamiche interne dell’Unione, nonostante i numerosi scandali documentati.

    La propaganda del Parlamento europeo: il Parlamento europeo, attraverso la Direzione generale della comunicazione, ha destinato quasi 30 milioni di euro dal 2020 a campagne mediatiche, compresi contenuti esplicitamente auto-promozionali in vista delle elezioni. L’obiettivo è «aumentare l’efficacia nel raggiungere il pubblico target con messaggi relativi al lavoro del Parlamento europeo», aggiungendo «legittimità alle campagne del Parlamento europeo». Questo dovrebbe essere interpretato come un tentativo di costruire legittimità democratica in assenza di un sostegno organico.

    Conclusione

    Le evidenze indicano che l’Ue investe sistematicamente per plasmare un ambiente mediatico «amico», volto a rafforzare la propria legittimità e i propri obiettivi politici, più che a sostenere una stampa libera. Il rapporto invoca una riflessione pubblica urgente e chiede che i legami istituzionali tra potere politico e giornalismo vengano scrutinati – e, infine, interrotti.

    Articolo originale pubblicato su www.thomasfazi.com.

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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    • Thomas Fazi
      Thomas Fazi

      Giornalista e saggista, è autore di diversi libri e scrive per varie testate italiane e straniere.

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