Seconda parte dell’intervista esclusiva a Gianni Fantini, all’epoca capo settore Osce in Kosovo. Il 16 gennaio 1999, il giorno dopo l’eccidio, il generale fu il primo funzionario internazionale a giungere a Račak, insieme a un marine americano. Il testimone racconta le anomalie riscontrate sulla scena del crimine, i dubbi emersi e le discrepanze tra quanto osservato sul posto e quanto poi divulgato ufficialmente. Dai cadaveri disposti in posa, al comportamento deliberatamente emarginante dell’ambasciatore Walker, fino alla sua improvvisa rimozione dall’incarico. Un racconto che solleva dubbi sulla versione ufficiale dell’evento, usata per giustificare i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia senza mandato Onu. A 26 anni di distanza, Račak resta un caso aperto fra verità, propaganda e geopolitica.
Terza puntata dell’inchiesta “I misteri di Račak: la strage in Kosovo che ha cambiato il nostro mondo”
Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:
Nella prima parte dell’intervista a Krisis, il generale Gianni Fantini ha raccontato ciò che vide il 15 gennaio 1999 a Račak. In questa seconda parte ripercorre il giorno successivo, quando fu il primo funzionario internazionale, insieme a un marine americano, a giungere a Račak. L’allora capo settore della missione Osce in Kosovo condivide con i lettori osservazioni e perplessità. Nella ricostruzione, il generale attinge ai suoi appunti del 16 gennaio 1999 e al sopralluogo compiuto nel 2023, durante il quale ha potuto confrontare direttamente i fatti che ha visto con i suoi occhi con la versione ufficiale. Una testimonianza inedita, che riapre interrogativi su un episodio chiave della storia contemporanea.
Generale, nella prima parte di quest’intervista ha raccontato che cosa vide a Račak il 15 gennaio 1999: un combattimento fra forze di sicurezza serbe e combattenti dell’Uçk. Faceste un rapporto il 15 sera?
«Sì».
E ne ha una copia?
«No».
Comunque che cosa scriveste nel rapporto?
«Quello che più o meno avevamo visto».
Non parlaste di strage?
«No, assolutamente no».
Il 16 mattina che cosa successe?
«Il 16 mattina ricevemmo una comunicazione dal comando che c’erano dei cadaveri in località Račak da verificare. Visto che intanto era arrivato il maggiore dei marines, partimmo».
Perché il giorno prima il maggiore dei marines non era lì?
«No, il giorno dell’attacco con me non c’era, sicuramente sulla collinetta con me non c’era».
A che ora vi arrivò questa comunicazione?
«Verso le 7 e mezzo».

Quindi andaste a Račak tranquilli, non pensando di trovare un massacro?
«Tranquilli, come quando nei giorni precedenti – quasi tutte le mattine – andavamo a vedere se c’erano due o tre morti. Ecco sì, non pensavamo di trovare la scena di un massacro».
Al vostro arrivo chi vi portò nel canalone?
«Ci andammo da soli».
Ma come facevate a sapere che i morti erano lì?
«Io non ricordo che qualcuno ci abbia condotto lì. Ci siamo arrivati da soli, camminando. abbiamo cominciato a trovarne uno, poi vedemmo gli altri».
Perché vi dirigeste proprio lì?
«Non ricordo. Comunque sono passati anche 26 anni… A meno che – è solo un’ipotesi – il maggiore non avesse avuto delle notizie che io non avevo e che sapesse dove andare».
In effetti, è un po’ strano che voi non siate neanche entrati in paese e siate andati direttamente nel canalone, che si trova fuori dal paese?
«Esatto. Adesso, con questa conversazione, lei mi sta facendo pensare che probabilmente il maggiore poteva sapere qualcosina più di me e, senza dirmelo, siamo arrivati lì».
Arrivati lì, che cosa trovaste?
«Abbiamo cominciato a trovare un cadavere, poi dopo due metri ce n’erano altri due. Poi ce n’era un altro a cinque metri. Poi in una radura ce n’erano altri. Poi, sempre salendo il canalone, ne abbiamo trovati altri ancora».

In una pagina dei suoi appunti si legge «in totale 23 – un gruppo di 15 e otto disseminati». Poi elenca degli altri cadaveri, arrivando a 38. Forse i 23 erano nel canalone e gli altri erano distribuiti nel paese? Può essere?
«Più che in paese mi ricordo che erano in casolari. Mi ricordo di un casolare dove c’era un papà morto con i due bambini a fianco».
Bambini o ragazzini?
«Ragazzini, ragazzini».
Età, più o meno?
«14-16 anni».
Adolescenti. Comunque minorenni: un grave crimine.
«Sì, certamente. Poi mi ricordo in un altro casolare un po’ più avanti c’era un cadavere senza testa».
Ah, ecco, la storia della testa… Quello è un po’ un mistero, no? Vi dissero come mai era senza testa?
«Qualcuno ci disse che gli avevano messo una bomba a mano in bocca e gliela avevano fatta saltare. Però è poco credibile: la testa era staccata di netto».
Perché, se fosse stata una bomba, il corpo sarebbe stato tutto maciullato? Invece è come se gliela avessero tagliata?
«Sì, sì».
Sul suo bloc notes lei scrisse: «trentunesimo, ore 11.05 EM_016971 morto (senza testa)?». Quindi giù da subito lei ebbe un dubbio?
«Sì».

Queste coordinate – EM_016971 – chi gliele diede?
«Me le dettava il maggiore, rilevandole dal suo Gps».
Quando però lei nel 2023 è tornato a Račak, ha fatto un controllo e quelle coordinate non tornavano…
«Io, diciamo, in buona fede scrivevo quello che lui mi dettava».
C’è un altro punto che 24 anni dopo non tornava. I cadaveri non li vide uno dietro l’altro, vicini, come appaiono nelle foto?
«Quasi con ordine, no? A vedere quelle foto, nel 2023, il mio pensiero è stato: “Pronti a farsi fotografare”».
A proposito, un fotogiornalista tedesco, Franz-Josef Hutsch, il 12 ottobre 2004 dichiarò al Tribunale dell’Aja: «Alcuni dei miei colleghi in effetti risistemarono quei corpi in modo da poterli fotografare meglio e l’ambasciatore Walker non cercò di impedire che ciò avvenisse».
«Anch’io, dopo 26 anni, quando ho visto quelle foto esposte nel museo di Račak, mi sono detto che qualcosa non tornava».

Resta il fatto che le annotazioni sul suo bloc notes del 1999 sono agghiaccianti: «1. colpito occhio sinistro, 2. colpito alla testa, 3. colpito occhio sinistro, 4. colpito alla guancia destra…». Di fronte a questa evidenza lei che cosa pensò?
«Sul momento la cosa ovvia era pensare che fosse stata una sorta di esecuzione. L’impressione era che i serbi, mentre portavano la gente del paese lungo questo canalone, si fossero fermati e avessero fatto una sorta di eccidio. Perché sul momento (ebbi più tempo per pensarci in seguito) mi fermai all’evidenza. E cioè a quello che si vedeva. Si vedevano questi colpi, la gran parte erano buchi di entrata in testa, occhio, guancia, eccetera. E tutti questi cadaveri non avevano alcun segno militare o anche paramilitare… Sembravano tutti civili. Però noi non ci mettemmo ad aprire i vestiti per vedere se nel corpo ci fossero altri colpi».
Come invece poi risultò dall’autopsia… Ovviamente voi non eravate investigatori, non era quello il vostro compito. Con il senno del poi, ci sono altri due punti poco chiari. Anzitutto, con quei colpi alla testa ci sarebbe dovuto essere tantissimo sangue.
«Di sangue non ce n’era poi così tanto».
E questo è strano, no? Anche nelle foto, di sangue quasi non se ne vede.
«Molto poco. Molto poco…».

Un altro punto che non torna è la posizione dei cadaveri. Secondo la ricostruzione ufficiale, i serbi avevano preso questo gruppo di innocenti contadini albanesi, li avevano costretti a salire lungo il canalone, in cima al quale c’era un serbo che li freddava uno dietro l’altro con un colpo in testa. Ma dopo che i primi due o tre erano stati uccisi in quel modo, gli altri sarebbero dovuti scappare… Possibile che siano rimasti lì a farsi freddare uno dietro l’altro come pecore al macello?
«In effetti… In una situazione del genere uno cerca di scappare o comunque si butta a terra. Non è che sta lì in fila indiana a farsi cecchinare».
Esatto: cecchinare. Poi c’è un altro aspetto che non torna. Guardando le foto, tutti i cadaveri sono in fila con la pancia in su.
«Invece non è così, quel giorno la gran parte dei cadaveri era faccia a terra».
Lei li vide faccia a terra?
«La gran parte. In realtà, quello che io ricordo di quella mattina non corrisponde alle immagini ufficiali che ho visto esposte nel piccolo museo sopra Račak. Quando lo ho visitato, nel 2023, mi ha meravigliato vedere che le fotografie di quel museo non corrispondessero al 90 per cento con quello che io avevo visto la mattina del 16 gennaio 1991».
Al 90 percento? Intende dire che è stato cambiato tutto o quasi tutto?
«Tanto. Tanto».
Non torna niente, in pratica. Guardando le foto, quasi tutti i cadaveri hanno il giaccone con la cerniera aperta. Ma come mai a meno 18, meno 20, andavano in giro con la giacca aperta?
«Già… Questo è uno dei punti che lì per lì non considerai».

Immagino… Anche perché vedere tutti quei morti deve essere stato uno choc enorme.
«Ogni mattina ne trovavamo uno o due, ma un numero così grosso non l’avevamo mai visto».
Che cosa faceste lei e il maggiore americano dopo aver finito di rilevare le posizioni dei cadaveri?
«Tornammo indietro. E lì cominciarono ad arrivare i primi giornalisti, tra cui ricordo Alberto Negri, che lavorava per Il Sole 24 ore. Riconoscendo in me un italiano, si avvicinò e mi chiese: “Colonnello, ma questo è un eccidio a opera dei serbi?”. Io, prudentemente, dissi. “Non sono in condizione di rispondere, lei vede quello che vedo io”. Allora lui reiterò la domanda: “Sono stati i serbi o no?”. E io per tutta risposta ripetei: “Quello che vedo io vede lei”. Dopodiché, la questione si cominciò a confondere con l’arrivo di altri giornalisti, giunti in colonna assieme a Walker».
L’ambasciatore William Walker…
«Che mi ignorò».
Non venne da lei che era il responsabile dell’area per l’Osce?
«No. Si rivolse al maggiore americano, parlarono per un po’… A me l’ambasciatore non disse neanche buongiorno, parlò solo con lui».
Quindi c’era familiarità fra i due?
«C’era una grossa familiarità, che io al momento interpretai come “americano con americano”, invece che “americano con italiano”».
Invece forse era un po’ più che “americano con americano”…
«Con il senno di poi, credo di sì».

Poi cosa fece Walker?
«Montò su una specie di collinetta, me lo ricordo chiaramente, e rispondendo alle varie domande dei giornalisti disse che si trattava chiaramente di un crimine contro l’umanità».
Senza fare alcuna indagine… Ma Walker non si premurò neppure di impedire che venisse contaminata la scena del crimine, vero? Non venne fatto alcun transennamento?
«No, assolutamente niente».
Quello che di solito si fa per un singolo morto, lì dove ce n’erano almeno una quarantina non fu fatto? Tutti calpestavano la scena del crimine, vero?
«C’era una confusione terribile…».
Che cosa avvenne poi?
«Il giorno dopo, io e il marine fummo convocati dal procuratore Danica Marinkovic, una signora molto decisa. Ma il marine si guardò bene dal venire».
Ah, il marine non venne? Quindi andò solo lei?
«Io con un interprete, una ragazzina di etnia albanese, perché la gran parte degli interpreti erano albanesi. Io fui quasi aggredito da questa signora molto decisa, molto dura, molto professionale. Volle portarmi sulla collina sopra Račak a vedere le trincee. E che trincee… Trincerone, da prima guerra mondiale. Fatte bene, a regola d’arte».

Trincee che si vedono ancor oggi, pure su Google Maps, perché la vegetazione cresciuta successivamente ha colori diversi.
«A un certo punto, il procuratore mi disse: “Lei è italiano, vero? E cosa farebbe il governo italiano se Umberto Bossi e quelli della Lega scavassero queste trincee in Lombardia? Manderebbero un battaglione di polizia, no?”».
Come si concluse la sua esperienza da responsabile Osce di Uroševac?
«Si concluse un paio di giorni dopo, quando fui trasferito a Pristina».
La mandarono via?
«Non lo so, non lo so… Il fatto è che cedetti il comando di Uroševac alla signora svedese. Formalmente ebbi un incarico di maggiore prestigio: Director Planning and Control».

Promuovere per rimuovere… Ma lei fu obbligato ad andarsene?
«Io obbedii agli ordini. Peraltro, la signora svedese era molto in confidenza con il generale DZ, un inglese di origine polacca con nome impronunciabile».
Il generale britannico John Drewienkiewicz… Era un vice di Walker, vero?
«Era uno dei vice di Walker. Esatto».
Lei aveva dimostrato una certa indipendenza di giudizio. Non aveva subito accusato i serbi, per esempio.
«No. Assolutamente, assolutamente».
E probabilmente il suo comportamento non era stato gradito da William Walker.
«Questo non glielo so dire».
Una medaglia, la sua rimozione.
«Come ho già detto, adesso ho la sensazione che noi tutti fummo usati»
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