Seconda parte della conferenza tenuta all’Accademia delle Scienze di Russia, a Mosca, da Emmanuel Todd. Per l’antropologo francese, gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi profonda e strutturale. Declino industriale, collasso educativo e nichilismo culturale ne sono i sintomi più evidenti. Il degrado, secondo Todd, si manifesta in molteplici ambiti: dall’erosione della base manifatturiera alla crisi del sistema scolastico, fino allo svuotamento dei riferimenti religiosi. Nella sua visione, la cosiddetta «rivoluzione Trump» rappresenta una reazione a questa sconfitta. Pur riconoscendo nel trumpismo alcune intuizioni valide – come il protezionismo, l’apertura al dialogo con la Russia e la critica al globalismo – Todd evidenzia anche aspetti distruttivi. La sua diagnosi finale è pessimista: senza coesione religiosa, con una struttura familiare iper-individualista e una classe dirigente indebolita, l’America rischia di andare a pezzi.
Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:
Mi imbarazza un po’ dirlo qui, a Mosca, ma devo ammettere che la Russia per me non è il tema centrale. Non sto dicendo che la Russia non sia interessante, dico solo che non è al centro della mia riflessione. Il fulcro del mio pensiero è indicato nel titolo del mio libro, La sconfitta dell’Occidente. Non studio la vittoria della Russia, ma la disfatta dell’Occidente. Credo che l’Occidente si stia autodistruggendo.
Per formulare e dimostrare questa ipotesi, mi sono servito di diversi indicatori. Qui mi limiterò a parlare degli Stati Uniti. Lavoravo da tempo sull’evoluzione degli Stati Uniti. Sapevo della distruzione della base industriale statunitense, soprattutto dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Sapevo delle difficoltà degli Usa nel produrre abbastanza armamenti per sostenere la guerra.
Ero riuscito a stimare il numero di ingegneri – di persone che si dedicano alla fabbricazione di cose concrete – negli Stati Uniti e in Russia. Ero giunto alla conclusione che la Russia, con una popolazione due volte e mezzo inferiore a quella degli Stati Uniti, riusciva a formare più ingegneri di loro. Semplicemente perché tra gli studenti americani solo il 7% studia ingegneria, mentre in Russia la cifra è vicina al 25%. Naturalmente, questo dato sugli ingegneri deve essere considerato un indicatore chiave, che rimanda, più in profondità, ai tecnici, agli operai specializzati, a una capacità industriale generale.

Avevo altri indicatori di lungo termine sugli Stati Uniti. Lavoravo da decenni sul calo del livello educativo, sul declino dell’istruzione superiore americana in qualità e quantità, declino iniziato già nel 1965. Il calo del potenziale intellettuale americano affonda le radici molto indietro nel tempo. Questo calo, però, non dimentichiamolo, arriva dopo un’ascesa dopo un’ascesa durata due secoli e mezzo.
L’America è stata un immenso successo storico prima di sprofondare nell’attuale fallimento. Il successo storico degli Stati Uniti fu l’esempio più eclatante del successo storico del mondo protestante. La religione protestante fu il cuore della cultura americana come lo fu della cultura britannica, delle culture scandinave e della cultura tedesca, dato che la Germania era per due terzi protestante.
Il protestantesimo esigeva che tutti i fedeli avessero accesso alle Sacre scritture. Esigeva che la gente sapesse leggere. Ovunque, il protestantesimo fu quindi molto favorevole all’educazione. Intorno al 1900, la mappa dei Paesi in cui tutti sapevano leggere coincideva con quella del protestantesimo. Negli Stati Uniti, inoltre, già tra le due guerre l’istruzione secondaria ebbe un’impennata, cosa che non avvenne nei Paesi protestanti europei.
Il crollo educativo degli Stati Uniti ha ovviamente a che fare con il loro crollo religioso. Sono consapevole che oggi si parla molto di quegli evangelici esagitati che circondano Trump. Ma tutto questo, per me, non è vera religione. Non è, in ogni caso, vero protestantesimo. Il Dio degli evangelici americani è un tipo simpatico che distribuisce regali finanziari, non è più il Dio calvinista severo che esige un alto livello di moralità, che incoraggia una forte etica del lavoro e che favorisce la disciplina sociale.
La disciplina sociale degli Stati Uniti doveva molto alla disciplina morale protestante. E questo valeva anche nel XX secolo, quando gli Stati Uniti non erano più un Paese protestante omogeneo, con immigrati cattolici ed ebrei, e poi asiatici. Almeno fino agli anni Settanta, il nucleo dirigente dell’America e della cultura americana rimaneva protestante. Allora si prendevano volentieri in giro i Wasp (White Anglo-Saxon Protestants), che certo avevano i loro difetti, ma che rappresentavano una cultura centrale e controllavano il sistema americano.
Stati attivi, zombie e zero della religione
Una mia particolare concettualizzazione mi permette di analizzare il declino religioso, non solo in questo libro, ma in tutti i miei lavori recenti. Si tratta di un’analisi in tre fasi dell’oblio della religione.
- Stadio attivo della religione: le persone sono credenti e praticanti.
- Stadio zombie della religione: le persone non sono più credenti né praticanti, ma conservano valori e comportamenti sociali ereditati dalla precedente fase attiva. Definirei, ad esempio, il repubblicanesimo francese, succeduto alla Chiesa cattolica nel bacino parigino, come una religione civile zombie.
- Stadio zero della religione: le abitudini sociali ereditate dalla religione sono a loro volta scomparse (è la fase che viviamo attualmente in Occidente).
Fornisco un indicatore temporale per datare l’inizio di questa fase, ma che non va interpretato in termini moralistici. Si tratta di uno strumento tecnico che mi permette di datare il fenomeno al 2013, 2014 o 2015.
Uso per datare l’inizio dello stadio zero qualunque legge che istituisca il matrimonio per tutti, cioè il matrimonio tra individui dello stesso sesso. È un indicatore del fatto che non resta più nulla delle abitudini religiose passate. Il matrimonio civile copiava il matrimonio religioso. Il matrimonio per tutti è post-religioso. Lo ripeto, non ho detto che sia male. Non faccio qui un moralista. Dico che questo è ciò che ci permette di considerare che abbiamo raggiunto uno stadio zero della religione.

Risalire dal declino industriale al declino educativo, poi al declino religioso, per diagnosticare infine uno stadio zero della religione, ci permette di affermare che la caduta degli Stati Uniti non è un fenomeno di breve termine, né reversibile. Non lo sarà, ad ogni modo, nei pochi anni di questa guerra in Ucraina.
Una sconfitta americana
Questa guerra che è ancora in corso, anche se l’esercito che rappresenta l’Occidente è quello ucraino, è uno scontro tra Russia e Stati Uniti. Non avrebbe potuto aver luogo senza il materiale americano. Non avrebbe potuto aver luogo senza i servizi di osservazione e di intelligence americani. Ecco perché, del resto, è del tutto normale che i negoziati finali avvengano tra russi e americani.
La sorpresa attuale degli europei, quando si vedono esclusi dalle trattative, è per me strana. La loro sorpresa è per me una sorpresa. Dall’inizio del conflitto, gli europei si sono comportati come sudditi degli Stati Uniti. Hanno partecipato alle sanzioni, hanno fornito armi e equipaggiamenti ma non hanno diretto la guerra. È per questo che gli europei non hanno una rappresentazione corretta o realistica della guerra.
Siamo a questo punto. L’Occidente è stato sconfitto industrialmente. Economicamente. Prevedere questa sconfitta non è stato per me un grosso problema intellettuale.
Arrivo a ciò che mi interessa di più e che è più difficile per uno studioso di scenari: l’analisi e la comprensione degli eventi in corso. Tengo conferenze abbastanza regolarmente. Ne ho tenute a Parigi, in Germania, in Italia, recentemente anche a Budapest. Ciò che mi colpisce è che a ogni nuova conferenza, pur avendo sempre una base stabile comune a tutte, ci sono eventi nuovi da integrare.
Non si sa mai quale sia l’atteggiamento reale di Trump. Non si sa se la sua volontà di uscire dalla guerra sia sincera. Ci sono sorprese straordinarie, come il suo improvviso risentimento verso i suoi stessi alleati, o meglio i suoi sudditi: vedere il presidente degli Stati Uniti indicare europei e ucraini come responsabili della guerra e della sconfitta è stato del tutto sorprendente. Oggi devo confessare la mia ammirazione per la maestria e la calma del governo russo che deve (apparentemente) prendere Trump sul serio, deve accettare la sua rappresentazione della guerra perché perché, dopotutto, occorre negoziare.
Noto comunque in Trump un elemento positivo stabile sin dall’inizio: parla con il governo russo, esce dall’atteggiamento occidentale di demonizzazione della Russia. È un ritorno alla realtà e, di per sé, qualcosa di positivo, anche se questi negoziati non approdano a nulla di concreto.
La rivoluzione Trump
Vorrei cercare di capire la causa immediata della Rivoluzione Trump. Ogni rivoluzione ha cause prima di tutto endogene, è prima di tutto il risultato di dinamiche e contraddizioni interne alla società in questione. Tuttavia, una cosa sorprendente nella storia è la frequenza con cui le rivoluzioni sono scatenate da sconfitte militari.
La rivoluzione russa del 1905 è stata preceduta da una sconfitta militare contro il Giappone. La rivoluzione russa del 1917 è stata preceduta da una sconfitta contro la Germania. Anche la rivoluzione tedesca del 1918 è stata preceduta da una sconfitta.
Persino la rivoluzione francese, che sembra più endogena, era stata preceduta nel 1763 dalla sconfitta della Francia nella Guerra dei sette anni, sconfitta importante perché l’Ancien Régime aveva perso tutte le sue colonie. Il crollo del sistema sovietico è stato anche esso scatenato da una doppia sconfitta: nella corsa agli armamenti con gli Stati Uniti e dal ritiro dall’Afghanistan. Credo che si debba partire da questa nozione di una sconfitta che porta a una rivoluzione per capire la rivoluzione Trump.

L’esperienza in corso negli Stati Uniti, anche se non sappiamo ancora come evolverà, è una rivoluzione. È una rivoluzione in senso stretto? È una contro-rivoluzione? È comunque un fenomeno di una violenza straordinaria, una violenza che si rivolge da un lato contro gli alleati-sudditi, gli europei, gli ucraini, ma che si esprime dall’altro lato, internamente, nella società americana, con una lotta contro le università, contro la teoria di genere, contro la cultura scientifica, contro la politica di inclusione dei neri nelle classi medie americane, contro il libero scambio e contro l’immigrazione.
Questa violenza rivoluzionaria è, secondo me, legata alla sconfitta. Diverse persone mi hanno riferito conversazioni tra membri della squadra di Trump e ciò che colpisce è la loro consapevolezza della sconfitta. Gente come J. D. Vance, il vicepresidente, e molti altri… È gente che ha capito che l’America ha perso questa guerra.
Per gli Stati Uniti è stata una sconfitta fondamentalmente economica. La politica delle sanzioni ha mostrato che la potenza finanziaria dell’Occidente non è onnipotente. Gli americani hanno avuto la rivelazione della fragilità della loro industria militare. Al Pentagono sanno molto bene che uno dei limiti alla loro azione è la capacità limitata del complesso militare-industriale americano.
Questa consapevolezza americana della sconfitta contrasta con la non-consapevolezza degli europei.
Gli europei non hanno organizzato la guerra. Perché non hanno organizzato la guerra, non possono avere una piena consapevolezza della sconfitta. Per avere una piena consapevolezza della sconfitta, dovrebbero avere accesso alla riflessione del Pentagono. Ma gli europei non vi hanno accesso. Mentalmente, gli europei si collocano quindi prima della sconfitta, mentre l’amministrazione americana attuale si colloca dopo la sconfitta.
Sconfitta e crisi culturale
La mia esperienza della caduta del comunismo mi ha insegnato, l’ho detto, una cosa importante: il crollo di un sistema è tanto mentale tanto quanto economico. Ciò che crolla nell’Occidente attuale, e prima di tutto negli Stati Uniti, non è solo il dominio economico, è anche il sistema di credenze che lo animava o vi si sovrapponeva. Le convinzioni che accompagnavano il trionfalismo occidentale si stanno disintegrando. Ma, come in ogni processo rivoluzionario, non si sa ancora quale nuova credenza sarà la più importante, quale sarà la credenza che emergerà vittoriosa dal processo di decomposizione.

La ragionevolezza nell’amministrazione Trump
Tengo a precisare che, inizialmente, non avevo un’ostilità di principio verso Trump. Durante la prima elezione di Trump, nel 2016, facevo parte di coloro che ammettevano che l’America era malata, che il suo cuore industriale e operaio era in fase di distruzione, che gli americani comuni soffrivano della politica generale dell’Impero e che c’erano buone ragioni perché molti elettori votassero Trump. Nelle intuizioni di Trump ci sono cose molto ragionevoli.
Il protezionismo di Trump, l’idea che bisogna proteggere l’America per ricostruire la sua industria, deriva da un’intuizione molto ragionevole. Io stesso sono protezionista. Ho scritto libri su questo molto tempo fa. Considero anche che l’idea di un controllo dell’immigrazione sia ragionevole, anche se lo stile adottato dall’amministrazione Trump nella gestione dell’immigrazione è di una violeza insopportabile.
Un altro elemento ragionevole, che sorprende molti occidentali, è l’insistenza dell’amministrazione Trump nel dire che esistono solo due sessi nell’umanità, uomini e donne. Non vedo in questo un avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin, ma un ritorno alla concezione ordinaria dell’umanità che esiste dalla comparsa dell’Homo sapiens, un’evidenza biologica sulla quale, tra l’altro, scienza e Chiesa concordano. C’è della ragionevolezza nella rivoluzione Trump.
Il nichilismo nella rivoluzione Trump
Devo ora dire perché, nonostante la presenza di questi elementi ragionevoli, sono pessimista e perché penso che l’esperienza Trump fallirà. Ricorderò perché sono stato ottimista per la Russia fin dal 2002 e perché sono pessimista per gli Stati Uniti nel 2025.
Nel comportamento dell’amministrazione Trump c’è un deficit di pensiero, una impreparazione, una brutalità, un comportamento impulsivo, non riflessivo, che richiama il concetto centrale della Sconfitta dell’Occidente: il nichilismo.
Spiego nella Sconfitta dell’Occidente che il vuoto religioso, lo stadio zero della religione, conduce più a un’angoscia che a uno stato di libertà e benessere. Lo stadio zero ci riporta al problema fondamentale. Che cosa significa essere un uomo? Qual è il senso delle cose? Una risposta classica a questi interrogativi, in fase di crollo religioso, è il nichilismo. Si passa dall’angoscia del vuoto alla divinizzazione del vuoto, una divinizzazione del vuoto che può portare a una volontà di distruzione delle cose, degli uomini, e infine della realtà stessa.
L’ideologia transgender non è in sé qualcosa di grave dal punto di vista morale, ma è fondamentale dal punto di vista intellettuale: dire che un uomo può diventare donna o una donna uomo rivela una volontà di distruzione della realtà. Era, insieme alla cancel culture e alla preferenza per la guerra, un elemento del nichilismo dominante sotto l’amministrazione Biden. Trump rifiuta tutto ciò.

Eppure, ciò che mi colpisce oggi è l’emergere di un nichilismo che assume altre forme: una volontà di distruzione della scienza e dell’università, delle classi medie nere o una violenza disordinata nell’applicazione della strategia protezionistica americana. Quando, senza riflettere, Trump vuole stabilire dazi doganali tra Canada e Stati Uniti, mentre la regione dei Grandi laghi costituisce un unico sistema industriale, vedo una pulsione distruttiva, non solo protettiva.
Quando vedo Trump stabilire improvvisamente tariffe protezionistiche contro la Cina, dimenticando che la maggior parte degli smartphone americani è fabbricata in Cina, penso che non ci si può accontentare di considerare ciò come semplice stupidità. È stupidità certo, ma forse è anche nichilismo. Passiamo a un livello morale più alto: il sogno trumpiano di trasformare Gaza, svuotata della sua popolazione, in una stazione turistica è tipicamente un progetto nichilista di alta intensità. La contraddizione fondamentale della politica americana, però, la cercherò nel protezionismo.
La teoria del protezionismo ci dice che la protezione può funzionare solo se un Paese possiede una popolazione qualificata che permetta di beneficiare delle protezioni tariffarie. Una politica protezionistica sarà efficace solo in presenza di ingegneri, scienziati, tecnici qualificati. Cosa che gli americani non hanno in numero sufficiente. Eppure, vediamo gli Stati Uniti cominciare a cacciare i loro studenti cinesi, e tanti altri, proprio quelli che permettono loro di compensare il deficit in ingegneri e scienziati. È assurdo.
La teoria del protezionismo ci dice anche che la protezione può avviare o rilanciare l’industria solo se lo Stato interviene per partecipare alla costruzione delle nuove industrie. Eppure vediamo l’amministrazione Trump attaccare lo Stato, quello Stato che dovrebbe nutrire la ricerca scientifica e il progresso tecnologico. Peggio: se si cerca la motivazione della lotta contro lo Stato federale condotta da Elon Musk e altri, si scopre che non è nemmeno economica.
Chi conosce la storia americana ha presente il ruolo capitale dello Stato federale nell’emancipazione dei neri. L’odio contro lo Stato federale negli Stati Uniti deriva più spesso da un risentimento anti-nero. Quando si lotta contro lo Stato federale americano, si lotta contro le amministrazioni centrali che hanno emancipato e che proteggono i neri. Una proporzione elevata delle classi medie nere ha trovato impieghi nell’amministrazione federale. La lotta contro lo Stato federale non si inserisce quindi in una concezione generale della ricostruzione economica e nazionale.
Se penso agli atti molteplici e contraddittori dell’amministrazione Trump, la parola che mi viene in mente è disgregazione. Una disgregazione che non si sa molto bene dove condurrà.
Famiglia nucleare assoluta + religione zero = atomizzazione
Sono molto pessimista per gli Stati Uniti. Tornerò, per concludere questa conferenza esplorativa, ai miei concetti fondamentali di storico e antropologo. Ho detto all’inizio di questa conferenza che la ragione fondamentale per cui avevo creduto, abbastanza presto, fin dal 2002, a un ritorno della Russia alla stabilità è perché ero consapevole dell’esistenza di un fondo antropologico comunitario in Russia.
Al contrario di molti, non ho bisogno di ipotesi sullo stato della religione in Russia per capire il ritorno della Russia alla stabilità. Vedo una cultura familiare, comunitaria, con i suoi valori di autorità e di uguaglianza, che permette tra l’altro di capire un po’ cos’è la nazione nello spirito dei russi. C’è infatti un rapporto tra la forma della famiglia e l’idea che si ha della nazione. Alla famiglia comunitaria corrisponde un’idea forte, compatta, della nazione o del popolo. Questa è la Russia.
Negli Stati Uniti, come in Inghilterra, è il caso opposto. Il modello della famiglia inglese e americana è nucleare, individualista, senza neanche una regola precisa di eredità. La libertà testamentaria regna. La famiglia nucleare assoluta anglo-americana struttura poco la nazione. La famiglia nucleare assoluta ha certo un vantaggio di flessibilità. Le generazioni si succedono separandosi. La rapidità di adattamento degli Stati Uniti o dell’Inghilterra, la plasticità delle loro strutture sociali (che hanno permesso la rivoluzione industriale inglese e il decollo americano) derivano in gran parte da questa struttura familiare nucleare assoluta.

Ma accanto, o sopra, questa struttura familiare individualista c’era in Inghilterra come negli Stati Uniti la disciplina della religione protestante, con il suo potenziale di coesione sociale. La religione, in quanto fattore strutturante, è stata cruciale per il mondo anglo-americano. Ma è scomparsa. Lo stadio zero della religione, combinato con valori familiari molto poco strutturanti, non mi sembra una combinazione antropologica e storica che possa portare alla stabilità. È verso un’atomizzazione sempre più grande che si dirige il mondo anglo-americano. Questa atomizzazione non può che portare a un’accentuazione, senza limite visibile, della decadenza americana. Spero di sbagliarmi, spero di aver dimenticato un fattore positivo importante.
Purtroppo, al momento trovo solo un fattore negativo in più, emerso leggendo un libro di Amy Chua, accademica a Yale che è stata mentore di J.D. Vance. Political Tribes. Group Instinct and the Fate of Nations (2018) sottolinea, dopo molti altri testi, il carattere unico della nazione americana: una nazione civica, fondata sull’adesione di tutti gli immigrati successivi a valori politici che trascendono l’etnicità. Certo. Questa era molto presto la teoria ufficiale. Ma negli Stati Uniti c’era anche un gruppo protestante bianco dominante, nato da una storia abbastanza lunga e, al fondo, del tutto etnica.
Dopo la dissoluzione del gruppo protestante, questa nazione americana è diventata davvero post-etnica, una nazione puramente «civica», in teoria unita dall’attaccamento alla sua Costituzione, ai suoi valori. Il timore di Amy Chua è quello di una regressione dell’America a ciò che lei chiama tribalismo. Una dissoluzione regressiva.
Ognuna delle nazioni europee è in fondo, qualunque sia la sua struttura familiare, la sua tradizione religiosa, la sua visione di sé, una nazione etnica, nel senso di un popolo legato a una terra, con la sua lingua, la sua cultura, un popolo ancorato nella storia. Ognuna ha un fondo stabile. I russi ce l’hanno, i tedeschi ce l’hanno, i francesi ce l’hanno, anche se al momento sono un po’ strani in relazione a questi concetti. L’America non ce l’ha più. Una nazione civica? Al di là dell’idea, la realtà di una nazione americana civica, ma privata di morale dallo stadio zero della religione fa riflettere. Fa venire i brividi lungo la schiena.
Il mio timore personale è che non siamo affatto alla fine, ma solo all’inizio di un crollo degli Stati Uniti che ci rivelerà cose che non possiamo nemmeno immaginare. È qui che risiede la vera minaccia: più ancora che in un impero americano – trionfante, indebolito o distrutto – sta nell’andare verso cose che non possiamo nemmeno immaginare.
Sono oggi a Mosca e quindi concluderò parlando della situazione futura della Russia. Dirò due cose, una piacevole, l’altra preoccupante. La Russia probabilmente vincerà questa guerra. Ma avrà, nel contesto della decomposizione americana, responsabilità molto gravi in un mondo che dovrà ritrovare un equilibrio.
Articolo originale pubblicato su https://emmanueltodd.substack.com/p/bons-baisers-de-russie (traduzione dal francese a cura di Krisis).
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