In quest’intervista esclusiva, il generale Gianni Fantini riferisce che cosa vide a Račak il 15 gennaio 1999 da una collina sopra il villaggio. L’ex paracadutista della Folgore racconta di aver assistito a un combattimento tra poliziotti serbi e guerriglieri dell’Uçk. Una testimonianza che mette in dubbio la versione ufficiale occidentale e apre interrogativi sulle dinamiche che portarono all’intervento Nato senza mandato Onu.
Seconda puntata dell’inchiesta “I misteri di Račak: la strage in Kosovo che ha cambiato il nostro mondo”
Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:
Nella prima puntata di quest’inchiesta, Krisis ha narrato come la scoperta di decine di cadaveri a Račak, il 15 gennaio 1999, divenne la miccia che innescò l’intervento Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Un casus belli che rappresentò uno spartiacque per la storia contemporanea. Pochi mesi prima della guerra, tuttavia, in Kosovo era stata indetta una tregua.
Dopo l’intensificarsi delle violenze tra forze serbe e Uçk (Esercito di liberazione del Kosovo), il 16 ottobre 1998 il presidente Slobodan Milošević e l’inviato statunitense Richard Holbrooke avevano raggiunto un accordo. L’intesa prevedeva il ritiro parziale delle truppe serbe, un cessate il fuoco, l’avvio di un dialogo e l’autorizzazione all’ingresso in Kosovo di una missione internazionale di verifica disarmata. In quest’ottica, nove giorni dopo era stata istituita la Kosovo Verification Mission (Kvm), una missione Osce incaricata di verificare il rispetto degli accordi.
Composta da circa 1400 osservatori internazionali, la Kvm aveva il compito di verificare il rientro delle truppe serbe nelle caserme, di monitorare il cessate il fuoco, di denunciare eventuali violazioni dei diritti umani e di favorire il rientro dei profughi. Il generale Gianni Fantini, all’epoca colonnello, era uno dei 100 militari italiani distaccati presso la missione. Ed era stato nominato capo settore di Uroševac (oggi Ferizaj, in albanese), il capoluogo del distretto dove si trova Račak (Reçak in albanese).
La sua testimonianza, raccolta a distanza di 26 anni, getta una nuova luce su quanto accadde nel villaggio kosovaro il 15 gennaio 1999. In sostanza, Fantini sostiene di aver visto alcuni civili uscire da Račak scortati dai poliziotti serbi e poi di aver assistito a un combattimento tra forze serbe e Uçk, senza percepire che fosse in corso una strage di civili. Un documento chiave, quest’intervista, che solleva interrogativi cruciali anche su come veniva gestita la presenza internazionale in Kosovo e su chi dettava le regole del gioco. Questa prima parte dell’intervista si concentra sul 15 gennaio; la seconda analizzerà gli eventi del giorno successivo.

Generale Fantini, che cosa ci faceva in Kosovo nel gennaio 1999?
«Ero un funzionario dell’Osce nella quota italiana dei partecipanti alla missione Kvm, Kosovo Verification Mission».
Lei era un militare italiano, però in Kosovo operava in quanto civile.
«Sì, non avevamo insegne militari, non avevamo uniforme e sul passaporto avevamo la qualifica di diplomatico».
Avevate un passaporto fatto ad hoc?
«Sì, un passaporto rilasciato per la missione. Perché questa missione era frutto degli accordi con il presidente Slobodan Milosevic che immagino non volesse militari Nato in Kosovo, cioè nella Repubblica Federale di Jugoslavia».
Ecco, quindi eravate già un po’, come dire, figure anomale. Le è mai capitato di fare una missione del genere prima o dopo?
«No, tutte le altre missioni ne ho fatto erano in uniforme, inquadrato militarmente».
Quale era lei: un militare.
«In realtà, la componente civile di quella missione Osce era quasi nulla. Su 104 funzionari italiani presenti in Kosovo, credo che almeno 100 fossimo militari, tra ufficiali e sotto ufficiali delle varie armi».
Ma i serbi lo sapevano che eravate militari?
«Credo proprio di sì. E non gradivano, immagino. Non gradivano, ma accettavano».
Obtorto collo. Lei era il capo dell’area in cui si trovava Račak, vero?
«Esatto. Inizialmente, io ero destinato a Peč, però strada facendo gli ordini cambiarono e fui mandato a Uroševac».

Il capoluogo del distretto in cui sorge Račak. Adesso si chiama Ferizaj, in albanese.
«Uroševac è il nome serbo. Si trova a una quarantina di chilometri a Sud di Pristina».
E a cinque chilometri da Camp Bondsteel, edificata nell’estate 1999 e descritta come la più grande base statunitense costruita fuori dagli Usa dopo la guerra in Vietnam. Lei aveva un ruolo chiave a Urosevac?
«Sì, ero il capo settore».
E il suo vice chi era?
«Un americano, un maggiore dei marines. Però era un vice un po’ atipico: non stava con noi, veniva e andava, faceva un po’ una vita appartata… Diciamo che non era parte integrante del gruppo che io dirigevo».
Quante persone eravate?
«Inizialmente eravamo io più un ufficiale e un sottoufficiale di Marina. Poi arrivarono due carabinieri, sempre italiani, e quattro svedesi, di cui una signora».
Però l’unico che viaggiava per conto proprio era questo maggiore americano?
«Ecco, sì. Viaggiava letteralmente per conto proprio. Il mio vice aveva una sua autonomia, non usava i mezzi arancioni che ci aveva dato l’Osce ma aveva un mezzo suo: un Hummer, un mezzo militare molto potente di cui era gelosissimo e non ammetteva che nessuno di noi potesse guidare, mentre noi avevamo i Pajero e i Cherokee forniti dalla missione.
Veicoli arancioni, che vi connotavano in quanto membri di Kvm, la missione Osce. E di che colore era l’Hummer del maggiore?
«Non ricordo esattamente, però non era arancione come quelli di Kvm. E non era neanche mimetico, cioè non era verde militare».

E lui era in contatto, che lei sappia, con il capo della missione William Walker?
«Presumo proprio di sì. Mentre noi tutti membri del team abitavamo a Uroševac, lui abitava altrove. E non mi disse mai dove».
Non sapeva neanche dove viveva? Eppure lei era il suo capo…
«Diciamo che il maggiore era un battitore libero… Con grande autonomia».
Lei aveva avuto percezione che il referente del maggiore fosse qualcun altro?
«Sì, decisamente sì».
E questo qualcun altro chi poteva essere?
«Non lo so. Comunque io avevo la sensazione di essere cortocircuitato. Infatti una volta, nel mio stentato inglese, gli dissi che non mi piaceva il suo modo di fare, il suo modo di essere così autonomo. E i miei collaboratori commentarono: “Però… Quando ti arrabbi riesci a parlare bene in inglese”».
E il maggiore cosa rispose?
«Niente».
Quindi si sentiva in diritto di fare quello che voleva. Perché qualcuno l’aveva autorizzato…
«Esatto, esatto. Poi, una mattina, ci perdemmo. Ci eravamo impantanati con il nostro Pajero in un torrente ghiacciato, la radio non prendeva, il Gps non prendeva… Tutta una storia che non finiva più. Ci mettemmo in cinque per tirare fuori quella macchina a braccia. A un certo punto, in un luogo isolato, ci imbattemmo in una radura dove c’era una bandiera dell’Uçk, tipo palo dell’alzabandiera, a fianco a un edificio che assomigliava a una caserma italiana. Ci stupimmo perché al tempo l’Uçk, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, alloggiava nelle case, nelle fattorie, non aveva sedi ufficiali. Quando rientrammo il maggiore era tiratissimo, quasi ci rimproverò. “Com’è che non rispondevate alla radio?” “Dove siete andati a finire?”. Io lo invitai a moderare i toni: “Calma, calma ragazzo, ricordati che io sono un colonnello e tu comunque sei un maggiore”».

Il maggiore americano era infastidito perché avevate scoperto una caserma clandestina dell’Uçk?
«Corretto, è così».
Ma perché era infastidito?
«Sul momento pensai che fosse quasi preoccupato per noi. Con il senno del poi ho fatto 150 ipotesi».
Vuole condividere con noi almeno la prima?
«Sì: penso che noi praticamente eravamo uno strumento in mano a loro, appunto, e che lui era il nostro tutor, diciamo. In senso negativo: il maggiore americano era quello che ci controllava».
Tutti?
«Anche gli svedesi: c’erano due insegnanti di scuola, un ufficiale di polizia e una signora».
Italiani e svedesi di fatto sotto controllo degli americani?
«Detto in poche parole, sì. Sì, parliamo di un’impressione ovviamente».
Ma cosa disse precisamente il maggiore della caserma segreta dell’Uçk?
«Era molto risentito. Il suo approccio era: “Come vi siete permessi di andare lì senza avermi detto niente?”.
Al di là dello strano comportamento di questo maggiore americano, come andava la missione?
«Abbastanza bene. Noi ricevevamo indicazioni dal comando da Pristina, che ci diceva di recarci nella tale località per vedere se c’erano morti o feriti, a controllare nelle caserme serbe la posizione delle armi o a contattare l’Uçk…».

Voi eravate lì a verificare che gli accordi fossero rispettati? Cioè che i serbi si ritirassero dai villaggi e rientrassero nelle caserme, che tutti rispettassero il cessate il fuoco?
«Sì, esatto».
I serbi rispettavano gli accordi?
«In linea di massima sì, operavano ordinatamente. D’altro canto erano militari».
E l’Uçk?
«In quel momento, al di là delle scorrerie notturne per cui la mattina trovavamo magari due morti sulla strada o un morto in un casolare, durante il giorno non notavamo movimenti dell’Uçk».
Però agiva di notte?
«Agiva di notte, perché tutte le mattine arrivavano comunicazioni che dicevano: “Al chilometro tot, della strada provinciale numero tot, c’è il sospetto che ci siano dei morti”».
Ammazzati dall’Uçk? Poliziotti o anche civili?
«Questo è più difficile da dire, anche perché noi non avevamo compiti investigativi. E poi, nella neve alta due metri ai bordi della strada, a meno 18, senza alcun strumento, nemmeno una lente di ingrandimento… Il problema è che se trovavamo due morti di etnia albanese, andavamo al comando serbo e dicevamo: “Li avete ammazzati voi”. E loro rispondevano: “Assolutamente no. Non siamo stati noi, quelli erano due albanesi che lavoravano per noi al posto di polizia come meccanici (per fare un esempio). Siccome l’Uçk non vuole che gli albanesi lavorino per noi, dato che li considera collaborazionisti, li ha eliminati”. Allora andavamo dall’Uçk e quelli ci dicevano che quei due albanesi erano delle spie che loro erano riusciti a infiltrare nel comando di polizia serbo. Con gli strumenti che avevamo era molto difficile raccapezzarci…».
In effetti in Kosovo era in atto una guerra civile. Poi arrivò il 15 gennaio 1999.
«La mattina presto da Pristina ci dissero di andare a Račak perché avevano avuto comunicazione da parte serba che ci sarebbe stato un grosso rastrellamento del paese, tant’è che i serbi arrivarono di buon mattino ed evacuarono buona parte della popolazione. Infatti appena arrivati vedemmo un gruppo di civili che uscivano dal paese».
Ma come uscivano i civili da Račak, con le braccia alzate?
«No, no, no, uscivano incolonnati. Tranquilli, con i poliziotti che li scortavano».
A che ora arrivaste?
«Verso le 7,30/8. Con me c’era il gruppo italiano. I serbi non ci fecero avvicinare più di tanto a Račak. C’era uno sbarramento. Allora prendemmo le macchine e salimmo su una collinetta dalla quale si vedeva chiaramente il paese. Io da lì assistetti all’attacco, un attacco militare vero e proprio: all’inizio cannoneggiamento, poi mitragliatrici pesanti, poi mitragliatrici leggere. Poi sono entrati».
Un momento. Lei così sta confermando la versione serba. I serbi sostengono di aver fatto un’operazione di polizia a Račak, con le forze speciali, perché qualche giorno prima erano stati ammazzati dei loro poliziotti da parte dell’Uçk e loro sapevano che a Račak c’era una base operativa dell’Uçk.
«Questo è quello che dissero anche a noi, sì. Sicuramente lo avevano già detto al nostro comando di Pristina. Ma quando eravamo sul posto, parlando con gli ufficiali serbi che erano con noi sulla collinetta, ci dissero che stavano facendo un rastrellamento perché lì c’erano dei ribelli».
Un rapporto di Human Rights Watch datato 15 luglio 1999 sostiene che «l’attacco del 15 gennaio potrebbe essere stato provocato da un’imboscata ben preparata dell’Uçk nei pressi di Dulje (a Ovest di Stimlje) l’8 gennaio, durante la quale tre poliziotti serbi furono uccisi e uno rimase ferito. Il 10 gennaio, l’Uçk tese un’altra imboscata a una pattuglia di polizia a Slivovo (a Sud di Štimlje), uccidendo un poliziotto». È quindi vero che a Račak, che si trova nella municipalità di Štimlje, ci fu un rastrellamento? Lei lo vide con i suoi occhi?
«Con i miei occhi, certamente. Cominciò più o meno con il nostro arrivo e durò un paio d’ore. Più che un rastrellamento, fu un attacco formale. Io rividi quello che facevamo noi in Italia durante le esercitazioni. Noi cominciavamo dalla base di partenza, prima sparavamo con i mortai, poi con le mitragliatrici pesanti, poi con quelle leggere e poi la fanteria avanzava e arrivava sull’obiettivo».

I serbi sostengono che quel giorno a Račak ci fu una battaglia fra le forze di sicurezza serbe e i combattenti dell’Uçk. Gli albanesi dicono invece che ci fu un eccidio di civili innocenti. Lei che era presente cosa vide?
«Io più che a una battaglia direi che assistetti a un combattimento».
E non ebbe la percezione di assistere a un «massacro di civili», come lo definì il giorno dopo l’allora presidente Bill Clinton?
«No, no. Assolutamente no. Ipotizzai che, probabilmente, se in paese fosse rimasto qualcuno dei civili che non era stato sgomberato, o che volutamente non era uscito, ci avrebbe potuto rimettere le penne. Però non constatai niente».
Ma la posizione sulla collina in cui voi vi trovavate non vi permetteva di vedere bene tutto o sbaglio?
«No, non riuscivamo a vedere tutto. Neanche con il binocolo».
Fino a che ora rimaneste lì?
«Mezzogiorno».
Quando era finito tutto? Ve ne andaste cioè al termine degli scontri?
«Esatto. Quando vedemmo i mezzi serbi che tornavano alla strada e la riaprivano, andammo via».
Quanti serbi potevano esserci impegnati nell’operazione?
«A occhio e croce una compagnia italiana, circa 200 persone».
E di albanesi quanti ne erano rimasti a Račak? Molti erano già andati via prima del 15 gennaio e di quelli rimasti, gran parte erano stati fatti evacuare dalla polizia la mattina presto.
«Non saprei dare un numero».
Un rapporto Osce sostiene che «dopo la repressione serba nei villaggi della zona nel luglio 1998, durante la quale case e negozi furono saccheggiati e incendiati, la maggior parte degli abitanti del villaggio se ne era andato a vivere con parenti situati principalmente a Štimlje e Uroševac». Ma prendiamo la faccenda da un’altra prospettiva. Qual giorno faceva un gran freddo, vero?
«Eravamo a meno 16, meno 18. E c’era anche neve ghiacciata».
Ecco. Quante case di Račak avevano il comignolo che fumava?
«Poche. Poche: due, tre, quattro, una roba del genere».
Quindi non erano rimasti tanti abitanti nel villaggio. Quando lei andò via era convinto che la situazione fosse sotto controllo? Non immaginava che lì era successo qualcosa che avrebbe scatenato i bombardamenti su tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia?
«Esatto».
Dai documenti Osce risulta che una pattuglia della Kosovo Verification Mission si recò a Račak nella prima serata del 15. Lei ne era al corrente?
«No».
Ma non era lei il responsabile dell’area?
«Sì, ma nessuno mi disse niente».
Interrogato dal Tribunale dell’Aja il 22 agosto 2009, il diplomatico Usa Shaun Byrnes, capo della Missione Diplomatica degli Stati Uniti in Kosovo Kdom dichiarò che il 15 gennaio 1999 aveva ricevuto una chiamata «dal maggiore dell’Esercito statunitense Brad Scott che era (…) in comando della pattuglia (…) posizionata fuori Racak». Sa qualcosa di questa telefonata?
«No, non ne so niente».
Eppure era lei in comando. Il maggiore Brad Scott, di cui si trova cenno solo in quell’interrogatorio, era il suo vice? Era il maggiore dei marines?
«Tutto torna, tranne il nome. Brad Scott non mi dice assolutamente niente. Mi pare di ricordare che il mio vice si chiamasse Jim. D’altro canto, parliamo di un occasionale collaboratore di 26 anni fa».
(Continua)
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Terza puntata: Il generale Fantini: «Il giorno dopo l’eccidio a Račak, in Kosovo, troppe cose non tornavano»





