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    Asia Meridionale

    India e Pakistan: la guerra dell’acqua fra i ghiacciai del Kashmir

    Gli scontri nella regione contesa fra New Delhi e Islamabad riportano l’attenzione sul ruolo centrale delle risorse idriche.
    Paola Ottinodi Paola Ottino19 Maggio 202510 Minuti di lettura
    «La Battaglia di Bharatayudha», l'evento bellico centrale del Mahābhārata, il poema epico dell'antica India. Pittura su vetro in stile wayang: a sinistra Karna e Salya, a destra Arjuna e Kresna. Foto di Gunawan Kartapranata. Licenza CC BY-SA 3.0.
    «La Battaglia di Bharatayudha», l'evento bellico centrale del Mahābhārata, il poema epico dell'antica India. Pittura su vetro in stile wayang: a sinistra Karna e Salya, a destra Arjuna e Kresna. Foto di Gunawan Kartapranata. Licenza CC BY-SA 3.0.
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    Nel cuore dell’Himalaya, India e Pakistan si contendono dal 1947 il Kashmir, regione strategica per il controllo delle risorse idriche dell’intero subcontinente. Dallo Siachen, il campo di battaglia più alto del mondo, fino al bacino dell’Indo, le tensioni si intrecciano con dispute storiche e nuove minacce ambientali. La recente sospensione del Trattato delle acque dell’Indo riaccende l’attenzione internazionale sull’acqua come leva geopolitica e fonte crescente di conflitto. In un contesto globale segnato da squilibri idrici e cambiamento climatico, la cooperazione resta l’unica strada per evitare nuove crisi.

    Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:

    È stato definito il campo di battaglia più alto al mondo, quello che vede scontrarsi India e Pakistan per il controllo del Kashmir. Il cessate il fuoco concordato il 10 maggio scorso tra i due Paesi asiatici, dopo quattro giorni di intensi scontri, pare offrire una tregua. Resta il fatto che la zona ai piedi dell’Himalaya è interessata da conflitti e violenze che, fin dalla Partizione dell’India britannica nel 1947, hanno coinvolto anche i ghiacci dello Siachen.

    Nel 1949 venne tracciata una linea di controllo, con cui fu stabilito che i territori a Sud e a Est di tale linea (Territorio di Ladakh e Territorio di Jammu e Kashmir) fossero sotto l’amministrazione indiana, mentre quelli a Ovest e a Nord (Azad Kashmir e Gilgit-Baltistan) sotto l’amministrazione pakistana (Figura 1).

    Figura 1 - Mappa dell'area del Kashmir con la linea di controllo (Line of separation) e le zone contese. Fonte: US Central Intelligence Agency, 2004; modificata da Fowler & fowler, 2019.
    Figura 1 – Mappa dell’area del Kashmir con la linea di controllo (Line of separation) e le zone contese. Fonte: US Central Intelligence Agency, 2004; modificata da Fowler & fowler, 2019.

    L’attacco terroristico del 22 aprile a Pahalgam, nel Kashmir indiano, ha scatenato una dura risposta di New Delhi, con diverse azioni economiche e diplomatiche e un attacco missilistico contro nove infrastrutture definite terroristiche nel Kashmir pakistano. Questi eventi hanno riportato all’attenzione internazionale l’annoso problema delle acque del bacino dell’IndoLOC. 

    La misura economica più rilevante di New Delhi è stata la sospensione del Trattato sulle acque dell’Indo (IWT), un accordo firmato nel 1960 da India e Pakistan per ripartire l’utilizzo delle acque dell’Indo, e l’annuncio di impedire alle acque che scorrono in territorio indiano di fluire oltre i confini internazionali.

    La posta in gioco: le acque dell’Indo

    Questo Trattato, mediato dall’allora Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (l’attuale Banca mondiale), è sempre stato preso come esempio nella storia degli accordi di cooperazione transfrontaliera per le acque. Il controllo sui tre fiumi orientali (Beas, Ravi e Sutlej) fu affidato all’India, mentre il controllo sui tre fiumi occidentali (Indo, Chenab e Jhelam) andò al Pakistan, garantendo così oltre l’80% delle risorse idriche del Paese (Figura 2).

    Figura 2 - Riupartizione dei fiumi in base all'IWT. In rosso i fiumi assegnati al Pakistan, in verde quelli assegnati all'India. Elaborazione Paola Ottino.
    Figura 2 – Riupartizione dei fiumi in base all’IWT. In rosso i fiumi assegnati al Pakistan, in verde quelli assegnati all’India. Elaborazione Paola Ottino.

    Già nel 2016, dopo l’attacco che colpì la base dell’esercito indiano a Uri in Kashmir, l’India propose diverse modifiche al Trattato, tra cui l’interruzione della condivisione dei dati idrogeologici e l’accelerazione della costruzione di dighe. Le tensioni e i conflitti tra India e Pakistan hanno radici storiche riconducibili anche all’area del ghiacciaio Siachen.  Con l’accordo di Karachi del 1949 venne tracciata la linea del cessate il fuoco fino al punto NJ9842, oltre il quale «the cease-fire line will follow the general line point… thence North to the glaciers» (la linea di cessate il fuoco seguirà il punto della linea generale… poi a nord verso i ghiacciai). In pratica, non fu menzionato con chiarezza chi controllasse il ghiacciaio (Figura 3).

    Figura 3 - Mappa con indicazione dell'area del ghiacciaio Siachen e del punto NJ9842. Elaborazione Paola Ottino.
    Figura 3 – Mappa con indicazione dell’area del ghiacciaio Siachen e del punto NJ9842. Elaborazione Paola Ottino.

    L’Accordo di Simla del 1972 non modificò tale linea di controllo nel settore più settentrionale. A causa di tale imprecisione, le truppe dei due Paesi si sono affrontate per decenni, allo scopo di controllare un’area di sicurezza strategica, nonché la più importante fonte di acqua dolce del subcontinente indiano. Il ghiacciaio Siachen è la sorgente del fiume Nubra, importante affluente dell’Indo.

    Tra gli anni Sessanta e Ottanta, la zona del Siachen fu teatro di diverse spedizioni alpinistiche sia pakistane sia indiane per affermare il controllo sul ghiacciaio. Non solo. Agli inizi degli anni Ottanta, entrambi i Paesi cominciarono a inviare i loro eserciti nell’area per stabilire avamposti lungo la catena del Saltoro (spartiacque idrografico del bacino dell’Indo) e rivendicare la loro sovranità nell’area. 

    L’India prese definitivamente il controllo del ghiacciaio Siachen nel 1984, con l’operazione Meghdoot, precedendo nel tempo l’operazione Ababeel del Pakistan e conquistando le creste del Saltoro. Da allora quelle quote hanno visto diversi scontri nel tentativo, da parte del Pakistan, di riconquistarle. 

    Nel 2003, dopo il cessate il fuoco fra gli eserciti indiani e pakistani, le Nazioni Unite hanno stabilito una linea di controllo. La Actual Ground Position Line (Agpl) divide le attuali posizioni delle truppe militari indiane e pakistane lungo tutta la linea del fronte, compresa l’area del Siachen (Figura 4).

    Figura 4 - Mappa dell’area contesa: in verde la zona controllata da Pakistan; in arancione la zona controllata dall’india; a strisce larghe marroni la zona controllata dalla Cina. Linee di confine: IB confine internazionale indiscusso; LOC linea di controllo indo-pakistana; AGPL linea indo-pakistana che attraversa il Siachen a nord; LAC linea sino-indiana. La linea rossa indica il confine tradizionale rivendicato dall’ex Stato di Jammu e Kashmir, attualmente suddiviso nei due Territori indiani di Jammu e Kashmir e di Ladakh. Fonte: Wikipedia. Elaborazione Paola Ottino.
    Figura 4 – Mappa dell’area contesa: in verde la zona controllata da Pakistan; in arancione la zona controllata dall’india; a strisce larghe marroni la zona controllata dalla Cina. Linee di confine: IB confine internazionale indiscusso; LOC linea di controllo indo-pakistana; AGPL linea indo-pakistana che attraversa il Siachen a nord; LAC linea sino-indiana. La linea rossa indica il confine tradizionale rivendicato dall’ex Stato di Jammu e Kashmir, attualmente suddiviso nei due Territori indiani di Jammu e Kashmir e di Ladakh. Fonte: Wikipedia. Elaborazione Paola Ottino.

    Attualmente, a quota 3.300 metri sul livello del mare è posizionato il campo base e a quota 4.800 metri si trova la base logistica di Kumar dell’esercito indiano. Un detto ladakhi descrive le vicende di quei luoghi: «La terra è così arida e i passi così alti che solo i migliori amici e i più feroci nemici vi si avvicinano».

    Ma un altro nemico si affaccia sulle distese ghiacciate: l’inquinamento. La zona del Siachen sta diventando la discarica più alta del mondo, dopo il campo base dell’Everest. La continua presenza militare ha un impatto negativo sull’ambiente dovuto principalmente ai rifiuti di ogni tipo – soprattutto metalli, plastica e sostanze chimiche – rilasciati sul terreno, con immaginabili effetti anche sulle acque.

    Anche la Cina ha le sue rivendicazioni

    L’avamposto del Siachen è strategico anche per mantenere la vigilanza sulla Cina. Tracciata dopo la guerra sino-indiana del 1962, la linea di controllo effettivo (LAC) separa il territorio occupato dall’India da quello occupato dalla Cina. 

    Ma Pechino ha sempre mostrato interesse anche per l’area dell’Arunachal Pradesh, uno Stato indiano rivendicato dal governo cinese. Non a caso, Pechino non ha mai ratificato l’Accordo di Simla del 1914 con cui venne tracciata la linea di McMahon che stabiliva il confine tra India e Tibet.

    Attualmente l’India ha lanciato il Siang Upper Multipurpose Project (SUMP) per costruire un’enorme diga idroelettrica sul fiume Siang, affluente del Brahmaputra, nell’Arunachal Pradesh. Il piano sarebbe la risposta all’approvazione da parte della Cina, a dicembre 2024, di un progetto nella contea di Medog. Il piano Medog prevede la costruzione della più grande diga idroelettrica al mondo sul fiume Yarlung Tsangpo (nome del Siang quando nasce in Tibet) (Figura 5).

    Figura 5 - Mappa dell'area himalayana con i progetti indiano e cinese. Elbaborazione Paola Ottino.
    Figura 5 – Mappa dell’area himalayana con i progetti indiano e cinese. Elbaborazione Paola Ottino.

    Il progetto cinese avrebbe un impatto negativo sui Paesi a valle (Nepal, India, Bhutan e Bangladesh) che dipendono dalle acque del Brahmaputra.

    Le implicazioni ambientali di un conflitto sull’acqua a suon di dighe idroelettriche hanno ripercussioni su tutte le popolazioni, che potrebbero essere soggette a gravi sfide idrogeologiche con ricadute economiche e strategiche. 

    Medio Oriente epicentro dei conflitti idrici

    Le problematiche relative all’acqua e alle crisi internazionali, come si è visto nel caso dell’India, sono sostanzialmente legate all’accesso alle risorse idriche, alla loro gestione e al loro controllo. Nel mondo ci sono 286 bacini fluviali e lacustri, oltre a 592 sistemi acquiferi, che attraversano i confini di due o più Paesi (nota “Progress on Transboundary Water Cooperation. Global status of SDG indicator 6.5.2 and acceleration needs”, UN-Water and UNESCO, 2021). Tali bacini transfrontalieri rappresentano il 60% delle risorse globali di acqua dolce e servono il 42% della popolazione mondiale. Per la maggioranza di questi corsi d’acqua non esiste un accordo internazionale volto a regolarne la gestione. 

    L’accesso all’acqua è caratterizzato da notevoli squilibri sia legati a fattori geografici e climatici, sia determinati da una iniqua distribuzione della risorsa idrica. A tutto ciò, si aggiungono interventi sulla portata dei corsi d’acqua; privatizzazioni; violenze nei confronti delle popolazioni locali; migrazioni ambientali legate a espropri forzati o per far fronte a fenomeni siccitosi; sfruttamenti minerari, produzione di energia, crescita demografica mondiale. 

    In tale quadro, la competizione per l’accaparramento e le crisi idriche negli ultimi anni sono aumentati vertiginosamente, esacerbati anche dal cambiamento climatico, con forti conseguenze sociali, economiche, geopolitiche e ambientali. A livello globale sono molti i conflitti e le tensioni associati alla risorsa acqua, sovente celati dietro guerre di religione o etniche. Spesso il controllo dei fiumi viene poi utilizzato come potente arma contro il nemico. Nel periodo 2012-2021, gli episodi di violenza sono quadruplicati rispetto agli anni 2000-2011; mentre nel 2022 i conflitti sono raddoppiati rispetto al 2021 (Figura 6).

    Figura 6 - Andamento dei conflitti legati all'acqua per tipologia dal 200 al 2022 (acqua come arma, vittima, fattore scatenante); numero di eventi all'anno. Elaborazione di Paola Ottino su dati del Water Conflict Chronology, Pacific Institute, Okland, CA, 2024.
    Figura 6 – Andamento dei conflitti legati all’acqua per tipologia dal 200 al 2022 (acqua come arma, vittima, fattore scatenante); numero di eventi all’anno. Elaborazione di Paola Ottino su dati del Water Conflict Chronology, Pacific Institute, Okland, CA, 2024.

    Le regioni con il più alto numero di conflitti legati all’acqua sono il Medio Oriente (83), l’Africa orientale (75) e l’Asia centrale e meridionale (73) che ricadono in gran parte nella zona climatica arida (BSh e BWh secondo la classificazione dei climi di Köppen) caratterizzata da aree desertiche e steppiche con scarse precipitazioni e bassa disponibilità idrica (Figura 7).

    Figura 7 - Zone climatiche mondiali e localizzazione degli eventi globali di cooperazione e conflitto, 1951-2019. Fonte: Kàresdotter E. et al., 2023, “Water-related conflict and cooperation events worldwide: A new dataset on historical and change trends with potential drivers”, Science of thè total environment, Elsevier, vol. 868.
    Figura 7 – Zone climatiche mondiali e localizzazione degli eventi globali di cooperazione e conflitto, 1951-2019. Fonte: Kàresdotter E. et al., 2023, “Water-related conflict and cooperation events worldwide: A new dataset on historical and change trends with potential drivers”, Science of thè total environment, Elsevier, vol. 868.

    Tuttavia queste regioni, a eccezione dell’Africa orientale, sono anche quelle che mostrano un elevato numero di eventi di cooperazione, a testimonianza della necessità di collaborare per far fronte alla siccità e all’insicurezza idrica. La Convenzione sul diritto relativo agli utilizzi dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione (UN Watercourses Convention, New York 1997), che regola il diritto internazionale dell’acqua, stabilisce due fondamentali principi per tutelare le realtà più deboli. In sostanza, gli Stati che condividono un corso d’acqua internazionale sono tenuti a utilizzarlo in maniera equa e ragionevole, e non devono arrecare danni significativi. Inoltre sono obbligati a informare gli altri Stati qualora intendano costruire una struttura che potrebbe alterare il flusso di un corso d’acqua, come ad esempio una grande diga. 

    In un’ottica di strategia globale di limitazione delle tensioni, dunque, sarebbe fondamentale dare priorità alla gestione sostenibile delle risorse idriche e alla cooperazione internazionale. Un’esigenza ben dimostrata dal quadro prospettato che pone l’acqua come bene assolutamente primario. Una risorsa vitale sulla quale, inevitabilmente, si concentrerà l’attenzione futura.

    Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

    Autore

    • Paola Ottino
      Paola Ottino

      Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell'Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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