Dal sogno di una società inclusiva all’incubo della censura e della frammentazione: il professor Luca Codignola analizza l’esperienza canadese del multiculturalismo. Nato come strumento di mediazione tra le diverse comunità etniche per volontà di Pierre Trudeau, padre del primo ministro uscente, il multiculturalismo si è trasformato in un paradigma ideologico che privilegia le appartenenze collettive a scapito dei diritti individuali. Un viaggio nella storia recente del Canada, che oggi elegge il successore di Justin Trudeau, per capire come l’ideologia abbia perso il legame con la realtà.
E così anche il secondo Trudeau se n’è andato. E oggi il Canada vota il suo successore. Il 14 marzo 2025, Justin Trudeau si è dimesso da primo ministro del Canada dopo nove anni di ininterrotto mandato. L’ex banchiere Mark Carney, che l’ha immediatamente sostituito grazie ai rapidissimi tempi del parlamentarismo di tradizione britannica, ha indetto le nuove elezioni federali che si svolgono proprio oggi, 28 aprile.
Justin è il figlio del primo Trudeau, Pierre Elliott Trudeau (1919-2000), che, tranne un brevissimo intervallo (1979-1980), è stato il primo ministro del Canada tra il 1968 e il 1984. Chi ha vissuto quegli anni ricorda bene Trudeau padre, il volto accattivante e alternativo di un Nord America nel quale gli Stati Uniti si presentavano al mondo con le sembianze di Lyndon B. Johnson, Richard M. Nixon e Ronald Reagan (1981-1989). Si ricordano di lui non soltanto l’abbigliamento un po’ hippy (in Italia la moda la facevano Mariano Rumor e Giulio Andreotti), ma anche l’opposizione sotto traccia alla Guerra in Vietnam, le aperture alla Cina comunista di Mao Tse-Tung, nonché l’invenzione del cosiddetto «multiculturalismo».

Oggi come allora, il Canada è un paese fondamentalmente bilingue e binazionale. Nato dalla Conquista britannica del Canada francese del 1760 e successivamente dalla creazione del Dominion of Canada del 1867, il Canada consta fondamentalmente di dieci province, di cui una bilingue (New Brunswick), otto anglofone, e una francofona (il Québec). Una politica di piccoli passi e di continui compromessi tra le due parti ha garantito finora la convivenza sostanzialmente pacifica tra il Québec e il resto del Canada, anche se il mai sopito nazionalismo quebecchese ha espresso la sua massima spinta indipendentista con i due referendum costituzionali del 20 maggio 1980 e 30 ottobre 1995, entrambi persi dalla fazione indipendentista, sebbene quest’ultimo di strettissima misura.
Ma torniamo a Trudeau padre. Il suo volto «buono» venne messo a dura prova quando, nel l’ottobre 1970, il Front de libération du Québec rapì e assassinò il ministro provinciale Pierre Laporte (1921-1970) e Trudeau dichiarò lo stato di insurrezione e sottopose per un mese il Canada alla legge marziale. Montréal diventò una specie di Port-au-Prince haitiana. L’esercito prese possesso della città. Le libertà costituzionali vennero sospese. Si trattò forse di misure eccessive, data la minima consistenza della cellula terrorista quebecchese. Ma allora questa consistenza non era nota. E neppure si dimentichi che le Brigate rosse furono fondate in Italia proprio nell’agosto di quello stesso 1970.
Ad ogni modo, per mettere fine una volta per tutte alla strisciante rivalità tra anglofoni e francofoni, l’anno successivo (1971) Pierre Elliott Trudeau annunciò una nuova politica, detta del «multiculturalismo in un quadro bilingue». Si trattava, sostanzialmente, di equiparare la nazione quebecchese a una delle tante comunità etniche che nel frattempo si erano venute costituendo nella Confederazione (il termine Dominion venne a poco a poco lasciato cadere), abolendo per legge la presenza binazionale che aveva fino ad allora caratterizzato il Paese.
Tale politica divenne legge federale qualche anno dopo (Canadian Multiculturalism Act, 1988), prima legge di tal genere nel mondo. Essa non soltanto riconosceva l’eterogeneità etnica e culturale del Canada, ma impegnava il governo federale a promuovere e sostenere «la diversità culturale e razziale della società canadese». Era un tentativo di ingegneria sociale. Il governo di Ottawa si ergeva a promotore e arbitro di una dinamica politica e culturale in cui i giocatori non erano più due, ma molti e, di fatto, moltiplicabili all’infinito. Anche se il Multiculturalism Act sembrava porsi sullo stesso binario dell’Affirmative Action degli Stati Uniti (1961) e della Positive Discrimination nel Regno Unito (quest’ultima poi vanificata dall’Equality Act del 2010), in realtà il suo scopo era pesantemente discriminatorio nei confronti della comunità quebecchese, una delle due comunità fondatrici e fondanti del Paese.
Nel tempo, il Multiculturalism Act si è trasformato da legge volta a raggiungere uno scopo (la rivalità tra le due comunità linguistiche) a quadro etico complessivo per l’intiero paese e paradigma culturale per l’Occidente, a tal punto che Canada e multiculturalismo sono diventati quasi sinonimi. Ma una cosa è riconoscere la multietnicità di una società (un dato di fatto che nessun governo è in grado di controllare), altra cosa è l’attuazione di una politica multiculturale attraverso misure e provvedienti ad hoc.

Di fatto, tale attuazione ha reso il Canada, soprattutto sotto il gioverno di Justin Trudeau, la punta di diamante della politica cosiddetta woke, vale a dire della correttezza politica portata ai suoi estremi e più bigotti livelli. Tale correttezza politica, proprio per la sua pretesa superiorità morale, giustifica nei suoi adepti qualsiasi censura, anche violenta, nei confronti di chi da essa dissente. Gli individui, che dovrebbero essere in ultima analisi i ricettori e i fruitori finali di qualsiasi legge dello Stato, passano di fatto in secondo piano rispetto alla loro comunità di appartenenza. Quest’ultima nei primi tempi intesa soprattutto come comunità etnica, e in seguito, anche religiosa e sessuale – ma l’elenco può estendersi all’infinito – a partire dalla «volontà collettiva di esistere» della comunità stessa (Trudeau, 1971).
Ciò significa, per limitarci alle comunità etniche e religiose, che chiunque è prima di tutto un italiano, o un indù, o un musulmano, o un aborigeno, e soltanto in seconda istanza una persona. Insomma, la comunità in cui una persona si trova a nascere diventa più importante dell’individualità della persona stessa. Si tratta, peraltro, dello stesso spirito anti-individualista che pervade la Costituzione canadese e la Carta dei Diritti e delle Libertà, che proprio Pierre Elliott Trudeau ha contribuito ha emanare nel 1982. Insomma, le chiamiamo «comunità etniche», ma non siamo lontani dall’essere tornati al concetto delle razze di appartenenza, colorate o non.
In Canada, come peraltro altrove nel mondo occidentale, soprattutto quello di lingua inglese, il dogma del multiculturalismo si è andato sempre più appaiando ad altri dogmi, anche questi indiscutibili per definizione, che hanno gravemente intaccato un principio fondamentale della società liberale occidentale, quale quello della libertà di parola, anche nella sua accezione della libertà accademica di insegnamento.
È di questi giorni il manifesto di un centinaio di università americane contro il presidente Donald J. Trump che in nome della libertà accademica si sono rivoltate contro la fine dei finanziamenti federali alle grandi università, soprattutto della Ivy League. Università nelle quali peraltro la libertà accademica di fatto non esiste più da almeno vent’anni, proprio per la proibizione di esprimere concetti, di usare parole, o invitare conferenzieri (Roger V. Scruton [1944-2020] o Jordan B. Peterson, per esempio), che, si sostiene, contrastino con le direttive note con il nome di Diversity, Equity, Inclusion (DEI in breve), direttive le quali, al contrario, hanno finora consentito l’accesso proprio a quei finanziamenti.
Proprio in questa voga censoriale il Canada, soprattutto quello di lingua anglofona, si è contraddistinto almeno dall’inizio degli anni Duemila. Emblematico in questo senso il caso della professoressa dell’Università di Ottawa, Verushka Lieutenant-Duval, sospesa per avere usato, nel settembre 2020, la parola «nigger» in contesto accademico, onde dimostrare come certi gruppi etnici, in questo caso gli afroamericani, se ne fossero riappropriati per rimarcare la propria identità distinta. Di fronte alla denuncia di razzismo intentata da uno studente di quella università, le autorità accademiche si sono ben guardate dall’invocare la libertà d’insegnamento.

Dello stesso spirito censorio si nutre la proibizione de facto di citare per intiero il titolo del famoso libro del leader del Front de libération du Québec, Pierre Vallières (1938-1998), Nègres blancs d’Amérique, che paragonava lo sfruttamento dei franco-canadesi a quello degli afroamericani, a tal punto che perfino la grande Encyclopédie canadienne online lo cita soltanto come N— blancs d’Amérique (<https://www.thecanadianencyclopedia.ca/fr/article/negres-blancs-damerique>, ultima modifica, 2 luglio 2022). Per nulla dire della riscrittura dei libri di storia i quali, parlando di tre secoli orsono, devono utilizzare i nuovi nomi delle nazioni indigene oggi in voga, per identificare quelle stesse nazioni che venivano allora chiamate in tutt’altro modo (Anishinaabe per Ojibwa, Innu o Neenoilno per Montagnais e Naskapi).
Per tornare al multiculturalismo, chi scrive è stato, proprio negli anni Settanta, a favore della politica multiculturalista canadese, la quale riconosceva l’esistenza di comunità di recente immigrazione ai cui membri andavano riconosciuti gli stessi diritti degli individui facenti parte delle comunità anglofona e francofona. In questo senso, tale legge ha avuto senz’altro degli effetti positivi. A distanza di mezzo secolo però, chi scrive ritiene che tale legge abbia ora soltanto effetti negativi, o quantomeno repressivi delle libertà individuali, e che sarebbe ora di abolirla. In Canada cosi come, laddove ne esistano, tra le sue derivazioni e imitazioni nel resto del mondo occidentale.
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