Dal luglio 1944, quando il dollaro divenne la valuta dominante nel sistema finanziario globale, gli Stati Uniti hanno goduto di vantaggi innegabili. Ma l’uso sempre più diffuso del dollaro come strumento di sanzioni sta in modo particolare spingendo i Paesi del Sud globale a cercare alternative. Questa crescente sfida all’egemonia del dollaro è una delle principali manifestazioni della lotta tra il modello unipolare occidentale e un ordine internazionale multipolare. Il primo ebook di Krisis, «Il dollaro – Cronologia dalla nascita degli Stati Uniti ai BRICS», offre un’analisi dettagliata di questa evoluzione geopolitica, evidenziando le sfide che potrebbero segnare il futuro del biglietto verde come valuta di riserva globale.
In un discorso tenuto da Donald Trump a Washington, il presidente ha ribadito il suo monito a coloro che osano minacciare il primato monetario del dollaro americano. «Qualsiasi Stato BRICS che anche solo accenni alla distruzione del dollaro sarà colpito da sanzioni del 150%» ha detto il 20 febbraio davanti all’Associazione dei governatori repubblicani. E ha aggiunto: «Essi intendono prendere il controllo del dollaro, della ‘santità’ del dollaro. Ebbene no, non lo faranno». Avvertimenti simili erano già stati espressi in diverse occasioni negli ultimi mesi.
Sebbene Trump appaia risoluto nei suoi intenti, la difesa dell’egemonia monetaria del dollaro potrebbe rivelarsi una partita problematica. Tantopiù, alla luce del suo programma economico che mira alla reindustrializzazione del Paese, al riequilibrio della bilancia commerciale e a un rilancio delle esportazioni USA.
Soprattutto, Trump sembra non considerare che i Paesi BRICS o, più in generale, i tre quarti del mondo non occidentale, hanno cominciato a nutrire diffidenza verso la valuta USA non per capriccio o per sfida. La ricerca di un sistema monetario internazionale più diversificato (quindi non necessariamente alternativo al dollaro) è frutto di esigenze e valutazioni concrete, alle quali gli Stati Uniti saranno tenuti, prima o poi, a dare risposta.

Dal 22 luglio 1944, giorno in cui vennero firmati gli Accordi di Bretton Woods, il dollaro USA smise di essere la valuta nazionale degli Stati Uniti d’America. E si trasformò nel pilastro del sistema monetario globale. A distanza di 80 anni, il dollaro rappresenta ancora la principale valuta utilizzata per regolare gli scambi internazionali e l’acquisto di materie prime.
Il 54% delle esportazioni mondiali è fatturato in dollari e il 58% delle valute di riserva detenute dalle banche centrali di tutto il mondo è denominato sempre in dollari. Il biglietto verde coinvolge l’88% degli scambi internazionali di valuta e il 46% del debito estero mondiale. Queste prerogative inducono il mondo intero ad acquistare dollari americani, una domanda incessante che ne sostiene costantemente il valore.
La valuta americana ha finito quindi per assolvere, a livello globale, alle funzioni tipiche di ogni moneta nazionale, vale a dire: quelle di strumento per la regolazione degli scambi, di riserva di valore e di unità di conto. E tuttavia, non esiste alcuna garanzia che le priorità della banca centrale degli Stati Uniti coincidano con gli interessi più ampi del sistema internazionale che dipende dal dollaro statunitense.
Per fare un esempio, ogni aumento dei tassi di interesse stabilito in modo autonomo dalla Federal Reserve impone automaticamente una maggiore spesa per interessi a carico dei Paesi debitori. Per contro, l’emissione di liquidità da parte della banca centrale statunitense «esporta» inflazione a carico degli investitori esteri che possiedono asset denominati in dollari.

La condizione di egemonia monetaria ha conferito agli Stati Uniti un «esorbitante privilegio», come lo definì già nel 1965, Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca giovane ministro delle Finanze francesi. Privilegio che, a dispetto delle recenti accuse rivolte da Trump ai Paesi che si sarebbero a lungo approfittati degli Stati Uniti, ha comportato una serie di innegabili vantaggi. Il dollaro come valuta di riferimento globale ha concesso ai cittadini americani uno standard di vita superiore, ha permesso al governo statunitense l’adozione di politiche monetarie che sarebbero risultate fatali per qualsiasi altra economia e, soprattutto, ha offerto a Washington la facoltà esclusiva di applicare sanzioni unilaterali ai suoi avversari.
Ed è proprio la crescente propensione degli Stati Uniti a utilizzare il biglietto verde come arma per colpire i rivali attraverso le sanzioni uno dei fattori principali che ha spinto le potenze emergenti a ricercare contromisure. Si tratta della cosiddetta «militarizzazione» del dollaro, strategia considerata fondamentale per la sicurezza nazionale che viene esercitata sulla base di un complesso schema di norme legali che affermano l’extraterritorialità della giurisdizione degli Stati Uniti.
La sua importanza è stata confermata nel corso di un’audizione tenutasi alla Camera dei rappresentanti USA nel 2023, intitolata: «Dominio del dollaro: preservare lo status del dollaro USA come valuta di riserva globale». In quella sede, uno dei principali esperti interpellati, il politologo Daniel McDowell, ha dichiarato: «Il governo degli Stati Uniti può usare le sanzioni finanziarie per imporre enormi costi economici a soggetti esteri mirati, che siano individui, aziende o istituzioni statali, congelando i loro beni in dollari o tagliandoli fuori dall’accesso alle banche attraverso cui fluiscono quei dollari». In sintesi, ha concluso il professore della Syracuse University, «limitandone la capacità di partecipare al commercio internazionale, agli investimenti, al rimborso del debito, e privandoli dell’accesso al proprio patrimonio».
Non sorprende quindi che il dominio monetario della valuta di Washington sia uno degli elementi chiave dello scontro geopolitico epocale a cui stiamo assistendo. Una lotta che vede contrapposti da un lato i difensori del modello unipolare occidentale e dall’altro le grandi potenze emergenti che reclamano piena sovranità in un nuovo ordine internazionale multipolare. Un conflitto globale di cui le recenti guerre e crisi sono, peraltro, espressione e manifestazione.
Comprendere le dinamiche storiche ed economiche che hanno consacrato il dollaro USA re del sistema monetario internazionale, e quelle che oggi ne minacciano seriamente il primato, è un esercizio importante e avvincente. Permette di approfondire quella dimensione macroeconomica degli eventi che accompagna la storia ufficiale e che, sebbene sia sovente trascurata dai media, ha un impatto sulle nostre esistenze molto più decisivo di tante altre questioni poste quotidianamente al centro dell’attenzione mediatica. Ripercorrere, anche solo in maniera sintetica, la lunga storia del dollaro USA, con le sue luci e le sue ombre, può aiutarci a comprendere meglio il nostro travagliato presente. L’ebook di Krisis, Il dollaro – cronologia dalla nascita degli Stati Uniti ai BRICS, offre un’analisi dettagliata dell’ascesa del biglietto verde e delle sfide geopolitiche che oggi ne minacciano il primato.

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