Mentre il dibattito sul riarmo europeo riporta in auge la parola guerra, a lungo rimossa dal vocabolario politico, è il caso di rivedere Il dottor Stranamore. Uscito nel 1963, il film di Stanley Kubrick torna di stringente attualità per la sua visione tragicomica. Di fronte ai discorsi sempre più espliciti su un possibile conflitto con una potenza nucleare come la Russia, il sottotitolo del film suona come un monito: Come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Una sintesi perfetta dell’irresponsabilità con cui vengono affrontati scenari apocalittici, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Eppure, ci viene ripetuto, armarsi è indispensabile per preservare la pace. Ed è qui che ci viene in aiuto di nuovo il film di Kubrick. In piena Guerra fredda, il regista americano sbeffeggia la retorica militarista: all’ingresso della base aerea da cui partono i bombardieri che daranno inizio alla terza guerra mondiale, spicca un enorme cartello che proclama: «La pace è la nostra professione». Una feroce ironia che prende di mira coloro che usano la retorica per giustiuìficare scelte pericolose.
Tutto il registro del film è stralunato e folle e il generale americano che dà inizio al meccanismo di morte è appunto in preda alla pazzia. Non a caso, ai tempi della Guerra fredda, molti politologi che valutavano la prospettiva di una guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica usavano l’acronimo MAD (Mutual Assured Destruction/Distruzione Reciproca Assicurata).
Ma «mad» in inglese vuol dire folle. Ed è appunto una sorta di lucida follia quella che contraddistingue oggi molti opinionisti e politici europei. Con il suo registro grottesco, il film ci chiede: davvero vogliamo sostituire alla deterrenza del passato una nuova corsa agli armamenti, dove la sicurezza si misura in missili anziché in negoziati?
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