Dopo decenni di globalizzazione, e dopo aver perso milioni di posti di lavoro, Washington ha rilanciato la sfida. Sotto l’amministrazione Obama, ha adottato una politica di contenimento a tutto campo, per recuperare la leadership e spezzare la dipendenza dalle filiere asiatiche. In gioco non c’era solo il commercio, ma l’egemonia nel mondo multipolare che stava emergendo. Dalle guerre tariffarie all’embargo tecnologico, passando per i nuovi trattati e le pressioni sugli alleati, gli Stati Uniti hanno messo in campo una strategia organica per colpire il cuore del modello cinese.
Parte II – L’offensiva tecnologico-commerciale statunitense
«Per 40 anni, il commercio tra Cina e Stati Uniti ha sicuramente beneficiato entrambi i Paesi nel complesso, ma uno di questi Paesi ha permesso che i benefici fossero distribuiti e l’altro ha lasciato che tutti i profitti fluissero verso i vertici». Con questa riflessione, il giornalista Ryan Grim, capo del bureau di Washington di The Intercept, ha commentato su X un video di TikTok. Nell’allegato, un ragazzo cinese dice agli americani che per decenni il loro governo e i loro oligarchi hanno mandato il loro lavoro in Cina «per sfruttare la manodopera a buon prezzo». E così facendo hanno «eroso la classe media e annientato la classe lavoratrice».
Per quanto schematico e ideologico, il video in questione rivela con crudezza la lacerazione sociale prodotta dalla globalizzazione, che attribuendo alla Cina del ruolo di «fabbrica del mondo» ha finito per erodere dalle fondamenta il tessuto produttivo e sociale statunitense. Per capirlo, basta guardare i numeri. Secondo l’Economic Policy Institute, tra il 2000 e il 2016 gli Stati Uniti hanno perso 5 milioni di posti di lavoro manifatturieri, mentre il 90% della crescita del reddito andava al 10% più ricco della popolazione.
Durante la presidenza di Barack Obama, fra il 2009 e il 2017, Washington era corsa ai ripari inasprendo le politiche migratorie, con conseguente restringimento dell’offerta di manodopera e incremento nominale dei salari. In tal modo la solidità di «Chimerica» è cominciata a venire gradualmente meno, compromessa da incrinature sempre più larghe e profonde dovute essenzialmente all’ascesa politica, economica, tecnologica e militare cinese. Per gli Usa, la Repubblica Popolare Cinese si è quindi trasformata nel principale rivale strategico da «contenere» con ogni mezzo disponibile.
Sotto l’amministrazione Obama, l’apparato dirigenziale Usa si è cimentato nel tentativo di confinare la Cina a un isolamento politico-commerciale attraverso i trattati di libero scambio transatlantico (Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, Ttip) e transpacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp). Programmi speculari, come sostiene lo storico Alfred W. McCoy nel libro In the Shadows of the American Century votati entrambi allo sfruttamento dello «status di nazione consumatrice numero uno al mondo di cui sono titolari gli Usa per creare una nuova versione della “diplomazia del dollaro”». Lo storico prosegue spiegando che «il suo pivot strategico era orientato a strappare alla Cina i suoi fondamentali partner commerciali per portarli nell’orbita di Washington». Secondo Alfred W. McCoy, «il presidente ha lanciato una dottrina compensativa, cercando di tagliare economicamente l’“isola-mondo” lungo la sua divisione continentale sui Monti Urali attraverso due accordi commerciali che miravano a imporre gli Stati Uniti come polo globale per quasi i due terzi del Pil e quasi i tre quarti di commercio mondiale».
La conclamata impossibilità di assimilare la Cina nelle reti Usa e l’elevatissima soglia di potere raggiunta da Pechino hanno quindi indotto gli apparati militari e di intelligence statunitensi ad adottare un approccio maggiormente aggressivo, inteso a disarticolare il modello di sviluppo cinese (il cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi»). Il progetto di contenimento della Repubblica Popolare Cinese è stato quindi esteso dall’ambito strettamente commerciale a quello tecnologico, attraverso l’innalzamento di barriere protettive contro la penetrazione cinese nei settori hi-tech, la messa al bando di Huawei e Zte, l’imposizione del divieto di export di semiconduttori e macchine litografiche verso la Cina e l’arruolamento di soggetti di particolare rilevanza come Taiwan.
Quelli adottati nel corso degli anni da Washington rappresentano provvedimenti particolarmente aggressivi, intesi a sabotare la catena di approvvigionamento di tutte le principali aziende di alta tecnologia cinesi, favorire il «disaccoppiamento» (decoupling) tra le due economie in modo da infrangere i vincoli che legano le imprese statunitensi alle filiere produttive cinesi e colpire la Cina nei settori a cui Pechino attribuisce un elevato valore strategico.

Soltanto nel 2018, le misure assunte dagli Stati Uniti hanno prodotto un innalzamento delle tariffe medie sulle importazioni dalla Cina dal 3,1 al 12%, poi giunte alla soglia del 21% l’anno successivo. La Cina, a sua volta, ha reagito elevando proporzionalmente i dazi sulle merci statunitensi. Benché le prime restrizioni fossero state introdotte già sotto l’amministrazione Obama, si trattava comunque di un vero e proprio «avvitamento», in considerazione del fatto che, nell’arco di pochi mesi, la quota di commercio sottoposta a tariffe era passata da una percentuale insignificante al 47% negli Usa e del 65,5% in Cina, per poi calare leggermente in quest’ultimo Paese (58,3%) e arrivare al 66,4% negli Stati Uniti.
Nella tarda primavera del 2019, l’87% dei flussi commerciali dalla Cina agli Stati Uniti era sottoposto a una qualche forma di restrizione. I cinesi, per ritorsione, avevano imposto un trattamento discriminatorio al 91% dei prodotti statunitensi. Tra il 2018 e il 2024, le amministrazioni Trump e Biden hanno introdotto dazi del 25% su una platea di prodotti cinesi pari a 250 miliardi di dollari, del 7,5% su altre categorie merceologiche per controvalore di 120 miliardi di dollari, e del 100% su automobili a trazione elettrica, componentistica utile alla «transizione ecologica», acciaio, alluminio e semiconduttori.
Grazie alle tariffe imposte nel periodo interessato, l’aliquota media su elettronica ed elettrodomestici è passata dal 6 al 18%; quella sui beni di consumo, da circa il 10 al 23%; quella su minerali, metalli e chimica, dal 20 al 30%; quella sui macchinari, dal 23 al 33%. La Cina ha reagito con la consueta prontezza, per un verso imponendo contro-tariffe del 15% sulle importazioni di carbone e gas naturale liquefatto statunitense, e del 10% su greggio, macchinari agricoli, veicoli di grossa cilindrata e pick-up. Per l’altro, portando avanti il preesistente processo di «alleggerimento controllato» delle detenzioni di Buoni del Tesoro statunitensi, introducendo pesanti restrizioni sulle esportazioni di tungsteno, tellurio, bismuto, indio e molibdeno, e avviando parallelamente una indagine antitrust su Google, supplementare a quella già in corso sul conto di Nvidia.
Le nuove tariffe imposte in occasione del cosiddetto «Liberation Day» dall’amministrazione Trump inaspriscono la tendenza in atto. Il criterio adottato per definire l’entità dei dazi consiste nel rapporto tra avanzo commerciale che il singolo Paese in oggetto assomma nei confronti degli Stati Uniti e ammontare complessivo delle esportazioni che vi realizza. La cifra che scaturisce da questa semplice divisione, identificata da Washington come la barriera illegittima imposta nei confronti delle esportazioni statunitensi, viene quindi dimezzata quantificando il valore del cosiddetto dazio compensativo imposto da Washington.
Verso la Cina, rispetto alla quale gli Stati Uniti hanno chiuso il 2024 con un disavanzo commerciale pari a 295 miliardi a fronte di un volume di importazioni di 439 miliardi, è stato imposto un dazio compensativo del 34%, ricavabile dal dimezzamento della barriera illegittima (67%) che si ottiene dividendo il deficit Usa verso la Cina per il valore complessivo delle importazioni dallo stesso ex Celeste Impero (0,67). Sommato a quelli preesistenti, il dazio annunciato da Trump a inizio aprile innalzava la barriera tariffaria verso i prodotti cinesi al 54%, elevandola simultaneamente anche nei confronti di una vastissima platea di soggetti (dal Vietnam al Madagascar, da Taiwan a Israele, dall’India al Giappone, dalla Cambogia all’Ue). Vanno inoltre menzionate le tariffe del 25% sulle automobili, acciaio e alluminio introdotte nei mesi precedenti.

Attraverso i dazi, Trump punta de facto a militarizzare il mercato statunitense, vincolandone l’accesso alla disponibilità delle controparti ad aprirsi agli interessi statunitensi. La logica sottostante alla sua linea d’azione, che incrementa considerevolmente i rischi di recessione, è stata limpidamente sviscerata dal direttore del National Economic Council Kevin Hassett, il quale ha annunciato con visibile soddisfazione che oltre 50 Paesi avrebbero contattato la Casa Bianca per avviare trattative commerciali.
Da questi negoziati, gli Stati Uniti ambiscono a ricavare compensazioni per la revoca dei dazi appena introdotti che consentano di attenuare il colossale squilibrio nei conti con l’estero. Nel 2024, il saldo tra esportazioni e importazioni degli Stati Uniti è risultato negativo per 1,1 trilioni di dollari, corrispondenti alla differenza tra la spesa totale del Paese (30,1 trilioni) e il suo reddito complessivo (29 trilioni).
La condizione deficitaria è strutturale e in costante aggravamento – come certificato dallo stato catastrofico dalla posizione finanziaria netta – ormai da molto tempo, inchiodando gli Stati Uniti a una posizione debitoria sempre più problematica. Lo ha sottolineato senza mezzi termini il segretario al Commercio Howard Lutnick. Nel corso di una intervista rilasciata alla Cbs, ha dichiarato che «occorre resettare e ridefinire i rapporti di potere degli Stati Uniti sia nei confronti degli alleati che dei nemici. L’idea che tutti i Paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali con gli Stati Uniti e acquistare con il ricavato i nostri asset da noi non è sostenibile. Stiamo parlando di quasi 1,2 trilioni di dollari [di passivo, nda] all’anno ormai». Il segretario al Commercio ha spiegato: «Nel 1980 eravamo un investitore netto. Possedevamo cioè il più asset del resto del mondo di quanto il resto del mondo ne possedesse di nostri […]. E ora gli stranieri possiedono 18 trilioni di dollari di asset in più rispetto a noi. Sono diventati creditori netti».
I dazi rappresentano insomma lo strumento principe individuato dall’attuale governo di Washington per correggere questo pericoloso sbilanciamento. Trump e i suoi collaboratori intendono avvalersene come leva sia per incentivare le imprese a rilocalizzare sul suolo statunitense, sia per strappare ai partner la rimozione degli ostacoli che impediscono la penetrazione di quelli che si configurano ormai come gli unici comparti altamente competitivi degli Usa: i servizi. Più precisamente, i comparti del «terziario avanzato» riconducibili al mondo finanziario e assicurativo, che contribuiscono a mantenere in attivo la componente relativa ai servizi del conto delle partite correnti degli Stati Uniti nei confronti sia della Cina che dell’Unione Europea. La gestione del risparmio cinese (così come di quello europeo), in particolare, rappresenta per Wall Street una sorta di «sogno proibito», reso irrealizzabile dalla impenetrabile «grande muraglia» normativa innalzata da Pechino di cui gli Usa ambiscono a ottenere la rimozione. O quantomeno l’indebolimento, proprio come contropartita per la revoca dei dazi.
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Parte I – Ascesa e declino di Chimerica
Parte III – La risposta cinese l’«inversione di marcia» statunitense




