I tempi stanno cambiando. Lo ha detto il 19 febbraio il professor Jeffrey Sachs al Parlamento europeo, quando ha dichiarato che «questo è un periodo complicato e di cambiamenti». Due giorni dopo, lo ha ribadito su X il giornalista Thomas Fazi con un post che si concludeva con la frase: «The times are a-changin’», chiaro riferimento alla canzone di Bob Dylan The Times They Are A-Changin’.
Un brano che adesso varrebbe la pena di riascoltare, perché incarna non solo lo spirito di ieri, ma anche quello di oggi. Registrata nell’ottobre 1963, un mese prima dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, la canzone uscì due anni dopo la Crisi dei missili di Cuba, in un mondo che aveva appena scongiurato un conflitto nucleare. Esattamente come il mondo di oggi che, dopo tre anni di guerra in Ucraina, forse può cominciare a tirare un respiro di sollievo.
Il cantautore statunitense anticipò i movimenti antisegregazionisti e si fece portavoce dell’antimilitarismo. The times they are a-changin è un esplicito atto di accusa nei confronti della politica americana, impegnata al tempo in Vietnam in una lunga e sanguinosa guerra. «Venite, senatori e deputati» cantava Bob Dylan. «Per favore, prestate attenzione alla chiamata. Non restate sulla soglia. Non bloccate l’ingresso». Parole che sembrano anticipare il messaggio che Jeffrey Sachs ha rivolto a un’Europa «che continua con la sua politica guerrafondaia».
La 97ª cerimonia degli Oscar che si terrà a Los Angeles il 2 marzo, con le otto nomination assegnate al biopic su Dylan, A Complete Unknown, è il momento giusto per scoprire (o riscoprire) il gergo dylaniano. Un linguaggio che sembra proprio parlare al nostro tempo. «Se per voi il valore della vita è salvarsi» cantava Dylan, «allora cominciate a nuotare. O affonderete come pietre. Perché i tempi stanno cambiando».
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