Quando pensiamo ai lager, spesso dimentichiamo che tra gli internati c’erano anche i bambini, per i quali il campo era ormai tutto il loro mondo. E neppure per loro era possibile fuggire a quell’orrore, nemmeno con una matita e un muro bianco da colorare. Il Blocco 27 del lager Auschwitz I racconta la loro tragica vita.
Maria Pappini
Ma la memoria del passato può essere distorta. Il primo marzo 2018 in Polonia è entrata in vigore la legge che vieta di parlare di «campi di sterminio polacchi» o anche solo di citare casi di complicità dei polacchi nello sterminio nazista. La pena, in caso di violazione, è di tre anni di reclusione.
A sette anni di distanza, durante la mia visita alla Fabbrica della morte ho avuto modo di verificare che le guide turistiche che accompagnano nel Ghetto e alla famosa fabbrica di Schindler si spingono oltre. E raccontano di secoli di amicizia tra polacchi ed ebrei, ignorando i pogrom e l’antisemitismo che fin dal Medioevo è stato intrinseco alla società europea in generale e polacca in particolare. Come se il nazismo fosse un cancro arrivato dall’estero a intaccare la perfetta società multietnica polacca.
Oltre quindi a trasmettere un’immagine edulcorata della società polacca durante l’occupazione nazista, questa legge è un vero e proprio schiaffo in faccia a chi, come il farmacista del ghetto di Cracovia Tadeusz Pankiewicz, ha rischiato la vita per aiutare i 15000 ebrei rinchiusi in poco più di 0,2 km quadrati.
Se indubbiamente l’occupazione tedesca è stata terribile per tutta la popolazione polacca, nel lager di Auschwitz-Birkenau la mistificazione storica continua. Le guide sottolineano solo i gesti eroici della resistenza polacca, che cercava di alleviare le sofferenze degli internati portando illegalmente cibo e medicinali all’interno del campo. E rimuovono il fatto che tra i «volenterosi carnefici di Hitler» potevano esserci i loro vicini di casa, i loro fratelli, i loro padri o le loro madri.

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