Con le riforme della Perestrojka e della Glasnost, Michail Gorbačëv ha provocato nel 1991 la fine dell’Unione sovietica. Ma il lascito dell’ultimo presidente dell’Urss, la cui politica ha portato alla nascita di 15 nuovi Stati indipendenti, è controverso. Per taluni è un eroe della pace e del cambiamento, per altri l’artefice di un caos geopolitico i cui effetti continuano a farsi sentire. In quest’articolo, il suo biografo ripercorre ascesa, scelte politiche e contraddizioni di un personaggio che, tra ingenuità e furbizia, ha segnato un’epoca.
Due anni e mezzo fa moriva Michail Sergeevič Gorbačëv, meglio conosciuto in Italia con il nome non translitterato di Gorbaciov, uno dei protagonisti più significativi del XX secolo e senz’altro il più importante della storia della seconda metà del Novecento. Nonostante ciò, le convenienze politiche hanno fatto calare una cortina di silenzio su questo personaggio di cui non si parla più. Sembra essere scattata una sorta di censura su ciò che Gorbačëv ha rappresentato, nel bene e nel male, per la storia contemporanea. Pare quasi che si abbia paura di analizzare l’humus politico che ha causato la fine degli equilibri mondiali.

Oggi si parla tanto di Ucraina, spesso senza conoscerne la storia, e soprattutto di Vladimir Vladimirovič Putin e della sua Russia, ma difficilmente si parla di quello che è stato il periodo di incubazione di questa Russia, frutto inevitabile di quanto accaduto negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Non si può negare che Putin, così come Boris Nikolaevič El’cin prima di lui, sia un prodotto della politica di Gorbačëv e che la stessa Ucraina sia nata come Stato indipendente il 1° dicembre 1991, quando Gorbačëv era ancora Presidente dell’Urss, con la disgregazione dell’antico impero russo-sovietico che si è dimostrata il vero danno per il mondo, come Margaret Thatcher e George H. W. Bush avevano temuto. Un danno di cui l’Europa sta pagando le pesanti conseguenze e, molto probabilmente, continuerà a pagarle.
Non c’è dubbio, quindi, che la politica di Gorbačëv abbia caratterizzato e condizionato la storia mondiale dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso ai giorni nostri. Qualche dubbio, semmai, sorge sul fatto di come l’abbia caratterizzata. Le correnti di pensiero sono molteplici. C’è chi sostiene che la fine dell’Urss era inevitabile. Altri dicono che la mancanza di una adeguata visione politica da parte di Gorbačëv abbia portato troppo in fretta allo sconvolgimento degli equilibri mondiali. Altri ancora ritengono che l’ultimo leader sovietico sia stato circondato da pessimi consiglieri. Fino a coloro che sostengono la tesi secondo la quale alcuni consiglieri più fidati fossero manovrati da importanti servizi occidentali che avevano compreso, dopo un primo momento di incredulità e diffidenza, l’impreparazione e l’ingenuità del leader.

Al di là di ogni ipotesi più o meno fantasiosa, resta alla storia il fatto che l’epoca di Gorbačëv sarà ricordata per la fine dell’Unione Sovietica e, di conseguenza, del comunismo. Ma sarà ricordata soprattutto per la fine degli equilibri di Jalta, per il disordine geopolitico che ne è scaturito, per la pericolosa rinascita dei nazionalismi e, cosa sempre poco considerata, per la imponente perdita da parte della Russia di ricchi territori che erano stati conquistati in oltre trecento anni dagli Zar, che avevano creato quel Rossijskaja Imperija che lo Stato sovietico aveva mantenuto e custodito gelosamente anche dopo la rivoluzione bolscevica del 1917.
Nel giro di soli pochi giorni, nel 1991, l’immensa Russia di eredità zarista, quella Russia voluta da Pietro il Grande che nei secoli passati aveva conteso l’Impero coloniale anche alla potente Corona britannica, si era incredibilmente dissolta lasciando il mondo attonito. Una situazione inverosimile che, come tutti gli analisti hanno messo in rilievo, ha portato a quel caos mondiale che ha permesso l’accendersi di una pericolosa serie di conflitti, tensioni, guerre civili, terrorismo e sconvolgimenti le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti, culminate con l’invasione dell’Ucraina da parte della nuova Russia che si sente privata dei suoi antichi confini e minacciata dall’allargamento della Nato alle sue porte.
Il fulmineo smantellamento dell’Urss e l’approssimazione politica che ne era alla base hanno minato fin da subito la sicurezza di tutto il globo, tanto da preoccupare a un certo punto gli stessi Stati Uniti, come ha sempre messo bene in rilievo nei suoi scritti un osservatore del calibro di Sergio Romano. Con l’Unione Sovietica, si era dissolto anche uno dei due eserciti più potenti del mondo, con tutto ciò che ne poteva conseguire. Le scelte irresponsabili e disattente avevano messo uno dei più grandi arsenali, nucleare e non, nelle mani di malfattori senza scrupoli. Va ricordato che gran parte delle armi trafugate nei primi anni Novanta dai depositi sovietici sono andate ad arricchire i trafficanti, finendo nelle mani di guerriglieri e di banditi in tutto il mondo.

Ma la fine dell’Urss è stata anche l’occasione per creare una nuova casta di potenti miliardari, meglio conosciuti come oligarchi, non soltanto riferibili alla mafia russa, ma spesso ad alti funzionari del Partito comunista sovietico a capo di importanti centri di controllo economico di cui, grazie al caos della seconda metà degli anni Ottanta e degli anni Novanta, si sono impadroniti con grande facilità divenendo all’improvviso ricchi e intoccabili. La maggior parte di questi erano stati portati ai vertici aziendali proprio nel periodo gorbačëviano, nell’ambito dell’illusoria spinta al rinnovamento.
Se Gorbačëv sia stato o meno uno statista degno di questo nome lo deciderà la storia. Così come sarà la storia a stabilire se l’ultimo leader sovietico sia stato davvero un grande furbo all’interno del suo Paese, riuscendo a scalare tutti i gradini del potere celando abilmente la sua impreparazione, e un incredibile ingenuo sul fronte esterno, facendosi trattare dagli Usa – prendendo in prestito un termine usato in interrogativo da Paolo Mieli in una nota trasmissione Rai – come un «pollo» da mettere facilmente alle corde e sconfiggere. Resta il fatto che l’incredibile ascesa di Gorbačëv rimane, per molti aspetti, un mistero di difficile comprensione. Così come un mistero resta lo stesso personaggio Gorbačëv.
La domanda che molti storici si pongono è se un tentativo più accorto di transizione democratica dell’Unione Sovietica sarebbe stato più salutare per il mondo, riuscendo a mantenere l’assetto di equilibrio globale senza traumi. In pratica, se una politica vera portata avanti da statisti più esperti e capaci sarebbe stata in grado di creare una nuova entità, che si chiamasse o meno Urss, anche attraverso un traghettamento oculato verso il libero mercato e la fine del comunismo, ma mantenendo gli equilibri mondiali. Ovviamente questi passaggi avrebbero richiesto redini ben salde e conoscenza degli sviluppi e degli apparati internazionali, con i quali impostare un confronto costruttivo e di salvaguardia dello stesso Occidente che si è improvvisamente trovato a fare i conti con pericoli nuovi. Un quadro che, alla fine, ha mostrato come nessuno abbia vinto e, anzi, come tutti siano rimasti in qualche modo sconfitti.
Nel libro Gorbačëv il furbo ingenuo (Rubbettino editore), ho sviluppato un’analisi di come sono andati i fatti dagli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso alla fine di quella che era una delle due grandi potenze che garantivano, nel bene e nel male, l’equilibrio del mondo dopo gli sconvolgimenti della Seconda Guerra Mondiale,. L’analisi procede in ordine cronologico e puntuale in base agli eventi documentati e dalla quale emergono anche le diverse e contrastanti personalità del maggior attore di questa complessa parentesi storica. Contrasti di comportamento e personalità che ne amplificano la visione di una figura enigmatica.

Il lavoro è frutto del materiale raccolto per anni e punta a ricostruire, al di fuori dei soliti schemi, il periodo di potere di Gorbačëv partendo dagli anni della giovinezza e della sua rapida ascesa nell’era di Leonid Il’ič Brežnev, fino alla progressiva discesa culminata nel 1991 con le sue dimissioni e la dissoluzione dell’Urss di cui era rimasto al vertice per sei anni e nove mesi. In pratica, vuole essere un contributo alla comprensione delle radici dell’attuale crisi mondiale scaturita dalla fine degli equilibri di Jalta e culminata con la crisi in Ucraina e la conseguente guerra del 2022.
L’articolazione del lavoro si sviluppa attraverso documenti diplomatici, analisi di intelligence, articoli di giornali e di agenzie relativi a ogni periodo preso in esame. Nel lavoro vengono riportate anche numerose curiosità e retroscena, dagli intrecci spionistici del curioso caso Gordievskij al caso Daniloff, da Černobyl’ alla Dottrina Sinatra, fino alle assai strane coincidenze del volo del diciannovenne tedesco Mathias Rust che atterrò clamorosamente sulla Piazza Rossa dopo essere partito da Amburgo con un piccolo aereo Cessna 172.
Interessante è anche provare a capire la logica con la quale Gorbačëv sceglieva i collaboratori, tra i quali il suo pupillo Boris El’cin poi diventato il suo più grande nemico e causa della sua fine per divenirne il successore. A El’cin si deve l’avvio di quel dopo-Gorbačëv che si trascina fino ai nostri giorni con gli evidenti effetti delle continue crisi geopolitiche. Quello stesso El’cin salutato dall’Occidente come democratico anche quando faceva bombardare il Parlamento che rifiutava di assoggettarsi ai suoi voleri, che lasciò depredare lo Stato dagli oligarchi e continuò a danneggiare l’economia russa aprendo le porte al «risanatore» Vladimir Putin, arrivato al potere con l’intento di riportare la Russia agli antichi fasti.

Dopo le dimissioni di Gorbačëv, prontamente scaricato da quell’Occidente che lo aveva osannato, gli fu concesso un vitalizio, oltre a un’auto e una dacia sulle rive della Moscova che in passato era stata abitata dal Ministro dell’Agricoltura. Dal gennaio 1992 avviò l’attività della Fondazione Gorbačëv per gli studi socio-economici e politici, di cui assunse la presidenza affiancato dalla figlia Irina come vicepresidente. Nel giugno 1996, come sempre mal consigliato, si ricandidò contro El’cin nelle elezioni presidenziali ottenendo un mortificante 0,5%.
Molto triste fu la sua apparizione in uno spot pubblicitario di Pizza Hut girato nel 1997 sulla Piazza Rossa a Mosca, ancora visibile sul web, in cui Gorbačëv compare con la nipotina Anastasija alla quale offre una fetta di pizza mentre una famiglia, all’interno del ristorante, dibatte sulla politica gorbačëviana con la madre che afferma decisa: «Grazie a lui abbiamo tante cose, come la Pizza Hut». Un’iniziativa tanto bizzarra da meritare un titolo su Time, che la classificò tra «i 10 migliori spot imbarazzanti per celebrità».
In effetti Pizza Hut aveva aperto un ristorante a Mosca nel 1990, anticipando di pochi mesi l’arrivo del primo McDonald’s, e quelle aperture furono incredibilmente salutate come un successo della perestrojka. La motivazione dell’umiliante comparsa aveva però solide basi se è vero che, secondo il New York Times, per quello spot Gorbačëv ebbe un compenso di ben un milione di dollari. Ma furono numerose le apparizioni show che Gorbačëv si concesse in quegli anni, come quella al Festival di Sanremo del 1999 dove salì sul palco con la moglie Raisa, accolti da un raggiante Fabio Fazio e da un compenso strepitoso. Nell’incontro con i giornalisti in sala stampa si lasciò andare anche a un abbozzo di O sole mio. In seguito non disdegnò neppure di farsi fotografare per una pubblicità di Louis Vuitton, in auto davanti ai resti del Muro di Berlino.

La perdita di Raisa, morta per leucemia in Germania alla fine di settembre del 1999, segnò un po’ la vera fine di Gorbačëv. Dopo 46 anni di vita insieme, Raisa era in un certo senso l’anima stessa di Michail, la sua consigliera di fiducia e certamente colei che gli aveva ispirato e condotto la carriera. Proprio la Germania, che è quasi il simbolo della sua politica e a lui deve la riunificazione, sembra essere stata nel cuore di Gorbačëv. Tanto da aver scelto di vivere per un lungo periodo con la figlia e le nipoti in un tranquillo e delizioso centro della Baviera, Rottach-Egern, non lontano dal confine austriaco e famoso per le cliniche che curano cardiopatie. Lì la famiglia Gorbačëv aveva acquistato una splendida villa, nota stranamente con il nome di Hubertus Schlössl (Castello Hubertus), lo stesso nome del castello della Germania Est dove spesso si riunivano i vertici del regime sotto la guida di Erich Honecker.
Ciò che resta al mondo di Gorbačëv e della sua politica è ancora oggetto di discussione, la stessa discussione della famiglia di Pizza Hut. Ma certamente i risultati della sua inspiegabile fretta non sono stati lusinghieri. Per troppi aspetti Gorbačëv resta ancora una specie di mistero. Quel furbissimo uomo che era riuscito a scalare a tempo di record tutti i gradini della politica sovietica, sul fronte della gestione interna ed esterna mostrò una incredibile e straordinaria ingenuità. Viene da chiedersi secondo quale logica si sia circondato di personaggi di una mediocrità tanto evidente e sconfortante. E c’è ancora chi si chiede cosa significasse davvero perestojka.
Né si può dire che il libro di Gorbačëv dedicato all’argomento e titolato appunto Perestrojka offra delucidazioni, essendo sostanzialmente un riassunto dei suoi interventi al Politbjuro basati su un approccio politico-filosofico senza un seguito pratico. Sulla tanto sbandierata ristrutturazione economica in Urss non era stato fatto assolutamente nulla, se non parole e sconquassi. Quello che poi non si comprende, come ebbe anche a sottolineare nel maggio 1991 il direttore della Cia William Webster prevedendo la fine di Gorbačëv, è come non si sia pensato innanzitutto a interventi di rinnovo delle infrastrutture, passaggio necessario per ogni ristrutturazione economica. Ma nessuno, evidentemente, lo ha mai suggerito a Gorbačëv che ha visto crollare il sistema produttivo limitandosi a rimuovere continuamente i presunti responsabili degli insuccessi.
La disgregazione dell’antico impero russo-sovietico si è poi dimostrato il vero danno per tutti. I rischi aperti dall’era Gorbačëv sono sfociati in invasioni e conflitti che l’Europa aveva dimenticato finché ha vissuto all’ombra protettiva della stabilità di Jalta. Sarebbe stato senz’altro meglio avviare un processo di democratizzazione a Est stando bene attenti a mantenere gli equilibri del mondo. Ma così non è stato. E, tirando le somme, si può dire che l’uomo che voleva favorire la pace, sbagliando politica ha involontariamente favorito la guerra.
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