L’Operazione strade sicure, che impegna 6.800 militari dell’Esercito italiano in compiti di sorveglianza, sta sottraendo risorse cruciali alla difesa nazionale in un momento di crescente instabilità globale. Il generale Cosimato analizza criticamente questa missione che, protraendosi da 16 anni, compromette l’addestramento delle truppe per scenari di guerra convenzionale e assorbe significative risorse: 225,1 milioni di euro nel 2024. Con forze armate già sottodimensionate a 165.000 effettivi, l’impiego di personale equivalente a una brigata in compiti di pubblica sicurezza solleva serie preoccupazioni sulla capacità dell’Italia di rispondere adeguatamente alle attuali sfide geopolitiche e agli impegni NATO.
In breve
- Impatto su risorse e addestramento L’Operazione Strade sicure, che dal 2008 coinvolge 6.800 militari per la sorveglianza di punti sensibili, sottrae risorse essenziali alla difesa nazionale. Oltre a compromettere l’addestramento delle truppe per scenari di guerra convenzionale, è onerosa: 225,1 milioni di euro nel 2024.
- Forze armate sottodimensionate Con solo 165.000 effettivi, il personale delle Forze armate è insufficiente rispetto alle crescenti tensioni globali. Per tale motivo l’utilizzo di una brigata in compiti di pubblica sicurezza anziché operativi risulta critico.
- Criticità operative e addestrative Il dispiegamento prolungato nell’Operazione Strade sicure distoglie le unità dall’addestramento necessario per operazioni ad alta intensità, ostacolando la preparazione su sistemi d’arma avanzati e la formazione, dai livelli individuali alle grandi unità.
- Inadeguatezza strategica e normativa Il quadro attuale richiede una revisione della Legge Di Paola del 2012, che limita le Forze armate a 150.000 effettivi. Servono investimenti e riforme per adeguare il modello militare italiano alle sfide contemporanee e ai nuovi requisiti NATO.
In questi tempi foschi di guerre in Europa e Medio Oriente, corre l’obbligo di domandarsi quale sia la situazione delle nostre Forze Armate riguardo ai livelli di forza, addestramento e disponibilità di sistemi d’arma. La situazione internazionale presenta tratti di criticità che dovrebbero indurre la politica nazionale a rivedere la strategia complessiva della nostra Difesa.
Con una certa incredulità, ho visionato il sito «Global Fire Power index», che ci assegna il posto di decima potenza militare a livello mondiale, davanti a Francia, Germania e Spagna. Leggendo la notizia, potremmo pensare di essere forti e di avere sufficienti risorse per la nostra difesa. Peccato che il nostro ministro della Difesa sia il primo a non ritenere che il livello quantitativo delle nostre Forze Armate sia sufficiente. Non a caso, ha dichiarato: «Abbiamo costruito una difesa, una delle migliori del mondo per le operazioni di pace a livello internazionale, ma ci eravamo dimenticati che qualcuno poteva attaccarci». Affermazione un po’ strana, visto che il compito istituzionale delle Forze armate è proprio quello di fronteggiare minacce esterne. Tuttavia, mi limiterò all’esame degli elementi quantitativi. Conosco personalmente così tanti colleghi delle Forze Armate, da sapere il valore del personale in divisa.
Le Forze Armate sono vincolate ai livelli di forza della cosiddetta Legge Di Paola che, dal 2012, stabilisce che bastano 150.000 effettivi per difendere l’Italia. Per la verità, oggi siamo a 165.000. Difatti, l’anno scorso si è pensato di costituire una riserva, che però ha caratteristiche più specialistiche che operative e dalla quale non scaturisce un aumento delle forze di manovra. In ogni caso, la politica italiana si è impegnata a ridurre le forze armate sin da allora, incurante della crescente tensione internazionale e, successivamente, dei conflitti scoppiati dal 2022 ad oggi che si aggiungono a tanti conflitti in corso ed a qualche terribile conflitto potenziale, come quello nell’Indopacifico, dove abbiamo peraltro mandato una nostra nave ammiraglia.

Dato questo quadro generale, che purtroppo è sconfortante, mi pare di non rilevare cambiamenti significativi della politica nazionale in materia di Difesa dall’inizio della guerra in Ucraina. Dalla legge finanziaria non emergono stanziamenti ulteriori, nonostante l’Italia abbia sottoscritto i documenti degli ultimi summit NATO che richiedono un aumento delle spese militari, circostanza che farebbe presupporre un aumento dei livelli di forza e maggiori stanziamenti per nuovi sistemi d’arma di cui pure si parla. Presto o tardi saremo chiamati a partecipare all’ampliamento della «Nato Response Force» che, come previsto a Madrid e Vilnius, deve passare da 40.000 a 300.000 effettivi. È anche prevista l’istituzione del NIF (NATO Innovation Fund), da finanziare con un miliardo di euro.
È ampiamente noto che sin dal 2008 il Governo italiano ha richiesto alle Forze armate, e in particolare all’Esercito, di svolgere un’operazione di supporto alle forze di Polizia, denominata Strade sicure, impegnando un notevole numerico di personale che, negli anni, è salito da 3.000 a 6.800 unità, togliendo alle attività operative l’equivalente di più di una brigata dell’Esercito. Si tratta, in sostanza, di un dispositivo fisso di vigilanza di «punti sensibili» che dovrebbe consentire alle Forze dell’ordine di concentrarsi sul contrasto alle minacce alla sicurezza dei cittadini. I militari, pur dotati della qualifica di «agente di pubblica sicurezza», possono dare solo un contributo indiretto alla gestione dell’ordine pubblico.
In uno scenario di guerra in cui le operazioni di peace-keeping hanno perso l’importanza che avevano fino al 2022, bisognerebbe concentrare le risorse disponibili nelle attività addestrative ed operative restituendo forze alle attività istituzionali delle Forze armate. Il conflitto in Ucraina dimostra drammaticamente come i conflitti convenzionali, quelli che in inglese si chiamano «war time scenarios», sono non solo possibili in Ucraina, ma anche incombenti in varie parti del mondo. Vari analisti militari hanno criticato le forze armate russe per aver utilizzato poche forze nella fase iniziale dell’attacco all’Ucraina, si parlava di 200.000 effettivi. Vi lascio immaginare che significato possano avere 165.000 effettivi, dai quali detrarre il personale impegnato in attività amministrative e logistiche.
L’Operazione Strade sicure nasce da esigenze esterne alle Forze armate che, presumibilmente, sono ascrivibili a problemi difficilmente risolvibili con un dispositivo statico di sorveglianza che, per sua natura, mal si adatta alla necessità di perseguire dinamicamente le minacce alla sicurezza pubblica.

Il protrarsi per 16 anni di una situazione emergenziale, qual è quella dell’impiego delle Forze armate in compito per esse non primario, indica impietosamente che l’Operazione non può risolvere problemi che risalgono a motivazioni e responsabilità esterne alla Difesa e, presumibilmente, ha lo scopo quasi esclusivo di rassicurare i cittadini.
Nel contempo, il protrarsi di Strade sicure all’infinito genera problemi tutti interni alle Forze armate. Il generale Marco Bertolini, che ha comandato la Brigata paracadutisti Folgore, ha definito Strade sicure una «sciagura per l’Esercito italiano», sottolineando che l’impiego dell’Esercito in operazioni di polizia compromette l’addestramento necessario per affrontare scenari di guerra convenzionale.
Il primo problema, banalmente, è numerico. Avendo l’Italia un livello di forze insufficiente, il recupero del personale impegnato garantirebbe la disponibilità di una brigata di manovra per un impiego NATO volto a quella che viene definita «Difesa integrata degli spazi nazionali», sperando che si rimanga a livello di deterrenza e non in operazioni ad alta intensità. I conflitti attuali hanno confermato, una volta per tutte, che l’uso della tecnologia in generale e, in particolare, dei droni, dei missili, dei satelliti, delle attività mediatiche e psicologiche non sostituisce la necessità di truppe addestrate e in quantità tale da esprimere il concetto di massa sul terreno.
Il secondo problema è di natura addestrativa. Le unità hanno bisogno di addestrarsi per missioni di combattimento difficili e pericolose, nelle quali si utilizzano tutte le tecnologie disponibili. Tenere dei soldati a presidio di punti sensibili li distoglie dall’addestrarsi nelle attività proprie della forza armata, dell’arma e della specialità alle quali appartengono. Questo problema si aggiunge alla cronica scarsità di aree addestrative, soprattutto quelle che consentono l’impiego di munizionamento attivo. Immaginate cosa voglia dire addestrarsi all’uso di un sistema d’arma come un carro armato o un cannone senza una reale padronanza: basta un errore e/o un’imperizia per generare conseguenze catastrofiche.
Oltretutto, bisogna tener presente che l’addestramento è un fatto che parte dal basso fino ad arrivare al vertice. Prima si addestra il singolo combattente, poi la squadra, poi il plotone, poi la compagnia, poi il battaglione, fino ai massimi livelli. Si tratta di qualcosa che richiede tempo, spazi e risorse umane e materiali. Nel corso degli anni si è passati dal modello classico in cui l’addestramento era continuo ed effettuato a tutti i livelli, a un modello orientato all’esigenza specifica in cui i militari venivano preparati a operare in ambienti complessi per aspetti etnici, religiosi e politici, ma in cui la parte «cinetica», cioè quella in cui si spara, era del tutto limitata e residuale. Purtroppo, siamo ritornati alle operazioni cinetiche, cioè convenzionali.

Vi sono poi questioni relative alle risorse finanziarie. Risulta abbastanza evidente che Strade sicure, pur essendo un’operazione ormai inutile, è comunque onerosa dal punto di vista finanziario e logistico. Apprendiamo da un articolo di Analisi Difesa che l’impiego di 6.800 militari nel 2024 ha avuto un costo di 225,1 milioni di euro. Non si tratta solo delle indennità per il personale, che verrebbe comunque retribuito facendo addestramento o essendo impiegato in operazioni di vario tipo. Si tratta di un onere che prevede una struttura di comando e controllo e una logistica che si vedono poco, ma che incidono comunque sulle risorse, già scarse, della Difesa. Per dare emolumenti ai militari basta fargli fare addestramento.
Quando le Forze armate contavano 350.000 effettivi, come negli anni Settanta, era facile distogliere aliquote, tutto sommato, piccole rispetto alla massa di unità di manovra permanentemente impegnate nella difesa a Nord-Est. Quando vi fu il terremoto del Friuli nel 1976, le unità erano già in zona e sarebbe stato stupido non impiegarle. Quando si verificò il terremoto dell’Irpinia nel 1980, le unità affluirono dal Nord in un paio di giorni, e fu una benedizione per la gestione di un fenomeno così disastroso. All’epoca era normale impiegare i reparti anche durante le consultazioni elettorali. E si trattava comunque di un impegno breve.
Purtroppo lo scenario attuale è radicalmente cambiato, l’esiguità delle forze disponibili e la moltiplicazione delle guerre e tensioni internazionali suggerisce, nel breve periodo, di ottimizzare le risorse disponibili per fronteggiare minacce che non sono più nemmeno tanto ipotetiche. Nel medio e lungo periodo, bisogna quantomeno ripensare la legge Di Paola e dare un nuovo e più adeguato strumento militare all’Italia.
Se non è chiaro il livello di minaccia che può arrivare dalla Russia, le difficoltà russe in Ucraina non lasciano intravvedere in maniera certa l’intenzione di attaccare la NATO, tuttavia è bene agire prudenzialmente considerando la possibilità di dover fronteggiare un attacco. Anche se ci vorranno almeno una decina d’anni per modificare la situazione, qualcosa va fatto in tale direzione. Pertanto, gli oneri non istituzionali a carico della Difesa sono chiaramente incompatibili con la creazione di un nuovo modello dello strumento militare.
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