Per ricordare l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, Krisis offre ai lettori un estratto del libro «Crematorio freddo» di József Debreczeni, ebreo ungherese della Vojvodina. Pubblicato per la prima volta in Jugoslavia nel 1950, è rimasto sconosciuto nel resto del mondo fino al 2023 a causa delle tensioni ideologiche della Guerra fredda. Oggi le «cronache dalla terra di Auschwitz», pubblicate in Italia da Bompiani, trovano finalmente il loro posto tra i capolavori della letteratura sulla Shoah. Particolarmente toccante la conclusione, che racconta la liberazione del campo di sterminio nazista da parte dell’Armata rossa. E richiama la descrizione della stessa vicenda fatta da Primo Levi ne «La tregua».
Il brano che segue è tratto dal libro di József Debreczeni, un ebreo ungherese della Vojvodina, la regione autonoma dell’attuale Serbia. Appena tradotto in italiano, questo memoir uscito in Jugoslavia nel 1950 non vide la luce nel resto del mondo per 73 anni. Osteggiato dalla Guerra fredda, dal maccartismo e da un diffuso antisemitismo, il libro del giornalista jugoslavo fu relegato nell’oblio, vittima della tensione ideologica che dominava il periodo post-bellico.
Come ha osservato il nipote dell’autore, Alexander Bruner, grazie ai cui sforzi il libro fu pubblicato a New York da St. Martin’s Press nel 2023, il motivo di tale silenzio è da ricercare nel ritratto positivo dei soldati sovietici, presentati «come liberatori dei lager nazisti». Un’immagine che strideva con la narrazione occidentale dell’epoca, improntata sulla demonizzazione del blocco comunista.
Eppure era un’immagine veritiera. La descrizione dell’arrivo delle truppe sovietiche ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, trova conferma nelle parole di Primo Levi. Lo scrittore italiano affronta il tema ne La tregua, dove narra con toni simili a quelli di Debreczeni il ruolo salvifico dei sovietici e l’umanità mostrata nel soccorso agli internati.
Finalmente disponibile in 15 lingue, «Crematorio freddo» è oggi celebrato come una pietra miliare della letteratura sulla Shoah. Al punto che la New York Times Book Review lo ha inserito fra i «dieci migliori libri del 2024 ». La sua pubblicazione in tutto il mondo, dal Brasile alla Russia, rappresenta un atto di giustizia nei confronti del suo autore, che ha saputo trasformare l’orrore del campo di sterminio in una testimonianza di straordinaria forza narrativa. Come emerge dalla conclusione del testo qui di seguito pubblicata, in cui Debreczeni descrive l’impatto iniziale dei soldati sovietici con la «fabbrica della morte».

Il primo soldato sovietico appare sulla porta del blocco in silenzio, quasi inavvertitamente. Un ufficiale. Un ragazzo dalla faccia rossa e dai capelli biondi. Dietro di lui cinque militari armati. C’è anche una ragazza tra loro; da sotto il berretto da soldato le spuntano ciocche di capelli ondulati. Le loro mitragliatrici portate a tracolla tintinnano a ogni pesante passo da militare.
Di nuovo si alza un gran vociare, gli occhi sono velati. Gli uomini-scheletro allungano le braccia avvizzite; scrosciano gli applausi e i singhiozzi… L’ufficiale si ferma al centro della sala. Si guarda intorno, i suoi occhi cercano di comprendere quello che vedono. La terribile immagine del blocco A, che nessun uomo ha mai osservato prima. Si addentra nel fango, si avvicina ai tavolacci. Trema in tutto il corpo. Centinaia di persone gridano, parlano, lamenti ungheresi, tedeschi, yiddish, slavi si levano al cielo; una moltitudine di richieste d’aiuto si riversano sui soccorritori…
I soldati sovietici fissano impietriti la fabbrica di fantasmi. La loro prima mossa, il loro primo pensiero: dare… Aprono le borse, gettano tutto quello che hanno sui nostri letti. Pane, salsicce, tabacco, rum. La ragazza soldato dispensa sorrisi di conforto. «Bastardi schifosi!» l’ufficiale scuote il pugno. Il suo volto si contrae in un’espressione di orrore. «Meritano forse pietà coloro che hanno creato questo inferno? No, no e no…!». I suoi compagni annuiscono. Arde in loro l’odio per il nemico fascista, che hanno inseguito attraverso tre paesi. Stringono più forte nelle mani le mitragliatrici.
La ragazza passa in mezzo alle file, con mano fresca accarezza leggermente i volti e le fronti dei malati. Non ha paura del contagio. L’ufficiale si rivolge a noi. L’interprete lo traduce in tedesco: ci annuncia che tra poche ore, insieme alle truppe, arriveranno anche delle squadre mediche di soccorso. Ci verrà fornito tutto l’aiuto di cui abbiamo bisogno. «Abbasso il fascismo! Viva la libertà…!» conclude il breve discorso militaresco.

Due ore dopo in effetti arrivano gli operatori sanitari. Uno squadrone di medici, infermieri e paramedici. Come Farkas aveva predetto, impongono subito la quarantena. Le partenze individuali verso casa devono finire. In seguito arrivano diverse donne tedesche, radunate frettolosamente nei dintorni, e iniziano a pulire e a cucinare. Al sindaco di Wüstegiersdorf viene ordinato di trovare e consegnare ogni giorno al campo una quantità sufficiente di latte, uova, carne e farina.
Tre giorni dopo coloro che sono già sopravvissuti al tifo vengono trasferiti nell’edificio scolastico del paese, trasformato in un ospedale di emergenza. Vengono chiamate da qualche parte anche delle dottoresse tedesche, che si aggirano tra di noi tremando per l’orrore suscitato dalla coscienza sporca, ma senza portare reale aiuto. Mi ritrovo dunque nell’aula della classe IV/B della scuola elementare di Wüstegiersdorf, divenuta stanza d’ospedale. Un letto pulito, un pigiama, cibo commestibile, medicine, libri e giornali: un inverosimile giardino dell’Eden…
Su un lungo tavolo al centro della stanza un sorridente mazzo di fiori di campo. Il sole di primavera diffonde il suo calore dorato attraverso tre ampie finestre. Sotto di esse, sul selciato della strada principale, marciano giorno e notte: uomini, cannoni, carri armati, motociclette, automobili, carretti…
La terra trema sotto il peso dei Katjuša montati sui camion. Artiglieria sovietica, cavalleria, fanteria, truppe meccanizzate. Corpi d’armata polacchi, partigiani cechi con le camicie gialle, vigilanti armati con una fascia rossa al braccio. Portatori di libertà. Inoltre – e anche questa è una notizia felice – non siamo più in Germania. La Slesia è diventata terra polacca. Due giorni fa Wüstegiersdorf è stata ribattezzata con il suo vecchio nome polacco. D’ora in poi si chiamerà Gierzcze-Puste. Libertà… Comitati e giornalisti da Praga, Varsavia, Boroszló e persino da Pest. Fotoreporter che vanno e vengono di continuo, delegati che verbalizzano, addetti che organizzano.

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945 (…) Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi (..). Quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista.
Primo Levi, La Tregua
Ascoltiamo i resoconti sull’assedio della capitale ungherese, l’eroica battaglia di Belgrado, il calvario di Varsavia, la caduta di Berlino, ormai ridotta in macerie. Osserviamo con un senso di estraneità tutte queste persone arrivate da fuori, così fortunate e felici, che non hanno mai dovuto indossare degli stracci a righe. Hanno nomi e cognomi, portano delle scintillanti fedi al dito, non hanno nessun pidocchio. Sono i marziani dell’universo al di là del filo spinato. L’ospedale d’emergenza è diretto da un’infermiera russa dai capelli bianchi, la compagna Tatiana. È gentile, premurosa, piena di tatto. Mi parla in russo, io le rispondo in serbo; in qualche modo riusciamo a capirci. Ho di nuovo la febbre. L’eccitazione della liberazione non mi lascia senza conseguenze. I grandi eventi hanno logorato le mie deboli forze.
Sorella Tatiana continua a scuotere la testa ogni volta che mi prende la temperatura con il termometro. Mi riempie di budini rosa, gialli e bianchi, mi prepara degli intrugli con diverse medicine. Nel suo paziente sorriso da donna anziana risplende lo spirito dell’eterna madre. In mezzo ai musicali suoni delle vivaci frasi russe, sento sempre emergere una parola: Svoboda.
Libertà! Con questa parola la sorella Tatiana mi incoraggia a vivere. Sì, libertà… Libertà ovunque e in ogni cosa. Di fronte, sull’altro lato della strada, la libertà brilla nelle confuse lettere gotiche della locanda del villaggio. La libertà sorride a sé stessa, riflessa nello smalto delle stelle rosse sui cappelli dei soldati. La libertà si annida nel silenzio, la libertà si riverbera nei suoni… Sotto la finestra si allunga la strada tortuosa del paese sulla quale continua a marciare una colonna infinita di uomini e cannoni. Un’ampia, generosa melodia si alza e si espande nel bagliore del sole: è l’Internazionale. Cantano.
Testo tratto dal libro di József Debreczeni Crematorio freddo, Bompiani, 2025.






